Adriano Leite Ribeiro: l’Imperatore è stato “definitivamente” detronizzato?

Adriano indagato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. E’ questa la notizia bomba, che in questi giorni hanno riportato i media brasiliani in patria. Notizia che ha fatto il giro del mondo, e che ha squarciato le giornate francesi del giocatore brasiliano, in procinto di ritornare a calcare i campi di calcio, essendo in trattativa con il Le Havre (club di Ligue 2) per ottenere una nuova e (forse) ultima possibilità: contratto di sei mesi fino a fine stagione. Se le accuse si rivelassero fondate, l’Imperatore rischierebbe una condanna da scontare in carcere tra i 15 e i 25 anni. Una sentenza molto pesante, ma quanto accaduto però non dovrebbe stupire. Il personaggio Adriano, perché ormai di personaggio si tratta, si era già da tempo trasformato in una bomba ad orologeria destinata ad esplodere in qualsiasi momento. Lo ha fatto pochi giorni fa nel peggiore dei modi, ma poco importa. Quel che più interessa è comprendere come l’escalation di bravate e crimini abbia portato Adriano Leite Ribeiro, in arte Adriano, a trasformarsi in uno dei più clamorosi bidoni del calcio da possibile fenomeno della nazionale brasiliano e dell’Inter qual era.

Svestendo i panni di tifoso della squadra per cui tifo e vestendo i panni di amante del calcio, personalmente ho sempre manifestato una certa rabbia e delusione nel commentare l’ultimo Adriano calciatore, cioè il giocatore dal secondo anno di Mancini all’Inter (stagione 2007/2008). Com’è fottutamente possibile (passatemi il termine) che un talento così cristallino, capace all’esordio assoluto di segnare a soli 19 anni un gol su punizione contro il Real Madrid dei Galacticos, si sia gettato via in questo modo?

Questa punizione, ogni volta che la rimando indietro in loop su Youtube, rappresenta per me l’essenza del calciatore Adriano che ho sempre ammirato: potenza, strapotere fisico e tecnica sopraffina. Insomma, tutto il repertorio del numero nove moderno. Quindi è difficile accettare che un tale talento non abbia raggiunto e conquistato i palcoscenici che meritava.  Alla base del suo fallimento c’è molto probabilmente una motivazione che nel tempo ha compromesso irreparabilmente la sua stabilità psicologica, innescando una sequenza di eventi che lo hanno portato ad essere l’ex calciatore che è oggi. Per ricercarla è fondamentale dividere la carriera/vita dell’ormai ex-Imperatore in due fasi. Quella precedente alla morte del padre, e quella successiva. Perché proprio la morte del padre? Perché a partire dall’incubo della vista del padre colpito da una pallottola nella favela durante una sparatoria, Adriano non è più riuscito ad evitare il nulla del «caos» introdottosi malignamente nella sua testa. Quel caos fatto di delusioni, dolore, fugaci gioie ed esaltazioni. Adriano, prima di quella tragica fatalità, non sapeva minimamente cosa fosse questo caos, così preso dalla voglia di vincere tutto e dalla felicità di chi sa di aver avuto la fortuna di aver ricevere un dono dal Dio del calcio: il talento di saper giocare a pallone. Infatti nella favela di Vila Cruzeiro, Pipoca (popcorn in portoghese) –  nomignolo datogli dalla sua gente perché da bambino di popcorn ne mangiava tanto – ha conosciuto sì la fame, ma anche e soprattutto la dignità del duro lavoro e del non lamentarsi mai della propria condizione. Tutto merito del padre Almir, un omone alto e forte quanto il figlio. Un amico più che un padre per Adriano, oltre che l’unico a saper comprendere e smussare i lati più oscuri del carattere dell’Imperatore. Il primo a sostenerlo quando entrò nelle giovanili del Flamengo poco più che sedicenne e nella scelta di volare oltreoceano, non ancora ventenne, per giocare con l’Inter. Lontano dalle sue radici. Radici, che Adriano non ha mai scordato o rinnegato. Perché è concesso andartene dalla favela per vivere meglio, ma è imperdonabile scordarsi da dove si è partiti e non tornare mai. Il successo Adriano l’ha conosciuto con l’Inter di Mancini. Lì è diventato Imperatore, con serpentine lunghe un intero campo e gol a ripetizione tali da ricordare un altro giocatore brasiliano, non troppo scarso, passato per San Siro pochi anni prima. L’apice del suo regno però l’Imperatore non è mai riuscito a viverlo e a goderselo, perché il destino non ha voluto che la sua stella brillasse. La morte del padre ha segnato lo spartiacque della sua carriera. Da quel momento Adriano ha cercato di colmare il vuoto affettivo dell’amore paterno attraverso il calore della favela di Vila Cruzeiro. 271110_vila_cruIl luogo natio lo ha accolto come sempre fa con i suoi figli, ma senza riuscire a curare la ferita della sua mente. «La mia clinica sono la mia famiglia e il mio Paese. Rinuncio anche ai soldi», così il calciatore brasiliano ripeteva nel 2009 poco prima di rompere con l’Inter del suo secondo padre Moratti. Sapendo di mentire. Perchè, come ha detto giustamente Rocco Cattaneo sulle pagine del Corriere della Sera, esiste una sola città al mondo dove nel­l’arco di una giornata si può spen­dere una fortuna in un ristoran­te, sfasciare un’auto a 120 all’ora sul lungomare, andare a trovare una vecchia zia che vive in un tu­gurio, bere due casse di birra con gli amici narcotrafficanti lì a fian­co, e in nottata organizzare un’or­gia con otto ragazze e un trans che di solito sfila sulle passerelle d’alta moda: tutti allegramente sorvegliati da gorilla per tener lontani i curiosi: Rio de Janeiro. Luogo dove tutto è concesso e tutto è possibile. Spirale vorticosa che avvolge e stringe lentamente a sè chi non ha la forza interiore di reagire, nella consapevolezza di poter insinuare nelle menti più fragili quel caos maledetto. Verso l’autodistruzione I pochi periodi di lucidità, come quello al San Paolo nel 2008 (dove segnò 11 gol in 6 mesi) e al Flamengo nella stagione 2009/10, in cui fu anche capocannoniere e campione del Brasileirao, sono stati brevi intervalli ai bui e lunghi momenti di depressione. Gli ultimi battiti di ali di una Fenice destinata a bruciare, ma non a risorgere. Roma, Corinthians, ancora Flamengo hanno rappresentato il fallimento oltre che dell’Adriano calciatore, anche dell’Adriano uomo. Al di là di come andrà la faccenda, il resto è desolante e misera cronaca. Il possibile scagionamento dall’accusa, non cancellerà infatti l’abuso di alcol del calciatore e le sue amicizie con personaggi poco raccomandabili appartenenti alla criminalità dei Narcos di Rio de Janeiro avute in questi anni. La detonazione di quella bomba ad orologeria di cui parlavamo all’inizio potrà anche essere rimandata, ma è lecito chiedersi se lo sfondo sarà comunque la triste e definitiva detronizzazione dell’Imperatore.

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