Andrés Escobar: quando un autogol può valere una vita

C’è sempre uno stato d’animo dietro ogni storia di calcio sudamericano

“Se c’è un senso emozionale nel football, quello che va al di là della ragione e della logica, deve per forza appartenere al calcio sudamericano.”

Se dovessi descrivere in poche parole il calcio sudamericano, non avrei dubbi:stato d’animo”. Stato d’animo perché abbraccia più di ogni altra cosa entrambi gli opposti dell’emotività del tifo: la gioia e la disperazione. Stato d’animo perché rappresenta più di ogni altra cosa il sottile legame tra l’Inferno e il Paradiso. Stato d’animo perché le storie che partorisce non sono mai banali. Mai simili le une con le altre. Anzi, il più delle volte avvinte tra loro dal filo ingarbugliato degli eventi. Filo che tenuto sempre in tensione non richiede solo un atto di fede, ma anche un lavoro quotidiano di nervi. Nel gestire l’ansia e la passione. Compromesso accettabile se la propria squadra/nazionale ricambia ogni tanto con qualche trofeo. Nazionale? Si, perché se si nascesse boliviano o venezuelano, e magari con la passione per il calcio, non resterebbe che vivere nella speranza che un giorno…un miracolo accada. E se invece colombiano? Più o meno la stessa cosa. Una sola Copa America vinta nel 2001. Nient’altro. Un po’ poco no? Quindi fatte le dovute premesse, secondo voi cosa potrebbe succedere all’intera nazione colombiana se tutto ad un tratto scoprisse3287d2ea8921f4b3a9e29f0028954adf-41705-1403731688 di avere una nazionale non più tanto scarsa. Anzi no, veramente forte, a tal punto da arrivare ad annichilire a domicilio l’Argentina per 5 a 0 al Monumental di Buenos Aires? Esaltazione, euforia? Giusto, ma solo in parte. Più propriamente, e qui mi aiuto con una metafora, sarebbe come vivere un sogno ad occhi aperti. Fantastico se potesse durare a lungo. Ma si sa che i sogni, proprio perché sogni, quasi sempre non sono come la realtà. La realtà, quando ci si sveglia dalla fascinazione dei sogni, il più delle volte non è mai come si vorrebbe. Delusione, frustrazione, senso di ingiustizia a far da sfondo al mix di emozioni provate, con risvolti il più delle volte incontrollabili. Il mondiale Usa 94, per la Colombia è stato questo. Con al centro della scena un personaggio: Andrés Escobar, che quella frustrazione l’ha vissuta e subita più di qualunque altro. Nel suo io più profondo, di uomo prima che di calciatore, nella convinzione di aver deluso un intera nazione e un intero popolo. Lui, che di quella nazionale negli anni 90 ne è stato il capitano, l’anima e il cuore. Lui, che per lei ha dato tutto. In campo e fuori. Perfino la vita.

El Caballero del Fùtbol

Se c’è un posto che negli anni ‘70/’80 salì tragicamente alla ribalta della cronaca mondiale per l’alto tasso di criminalità e di omicidi, quello è Medellìn. Roba da far impallidire anche i numeri di Gubbio nel periodo andres1in cui Don Matteo fu parroco della cittadina. Che quel periodo il capoluogo dell’Antioquia non fosse un posto sicuro, Andrés Escobar Saldiarriga non se ne curò minimamente. Il pallone era il suo unico interesse da quando nel 1967 venne al mondo, e giocare nell’Atlético Nacional de Medellìn il suo sogno più grande. La squadra locale stava vivendo un momento magico dopo la conquista di due titoli nazionali consecutivi, e migliaia di persone affollavano lo stadio Girardot quando giocavano i Los Verdolagas. La distanza tra il sogno e la realtà per chi nasce da predestinato è inversamente proporzionale alla passione con la quale il sogno viene coltivato. E Andrés ci mise poco a percorrerla quella distanza. Infatti le brillanti prestazioni con la formazione del quartiere gli valsero prima l’ingresso nelle giovanili del team cittadino e poi il debutto tra i professionisti. Non ancora ventenne. Nello stadi che fin da piccolo aveva sognato, calciando il pallone nelle strade del sobborgo di Calasanz. Partita dopo partita, il numero 2 dell’Atlético Nacional emerse come un terzino forte fisicamente ed efficace nei contrasti, ma dalla correttezza e la sportività fuori dal comune, al punto da valergli l’appellativo di “Caballero del Futbòl”. Insomma, uno dei prospetti più interessanti di quella che fu la generazione di fenomeni colombiani dei primi anni ’90. Il passo successivo non poATLETICO NACIONAL MEDELLIN 1989 coupe Intercontinentaleté che essere la nazionale. Nel 1988 Francisco Maturana, storico Ct colombiano, lo convocò in nazionale e lo fece esordire in un palcoscenico di lusso come Wembley, dove la Colombia affrontò l’Inghilterra in una partita valida per la Stanley Rous Cup. Il giovane Escobar non tradì le aspettative e lo ripagò della fiducia firmando la rete del pareggio. Intanto, con il Nacional fu protagonista della cavalcata trionfale nella Copa Libertadores del 1989, conclusasi con la vittoria ai calci di rigore contro l’Olimpia di Asunción. Rimaneva la Coppa Intercontinentale da vincere, ma il sogno si infranse sulla punizione di Chicco Evani al minuto 119, che permise al Milan aggiudicarsi il trofeo. Il Nacional non demeritò, ma la maggior esperienza internazionale della squadra meneghina fece la differenza.

Narcofùtbol, Pablo Escobar e l’ascesa del Calcio Colombiano

Come mai questa squadra colombiana era arrivata fino alla vittoria della Copa Libertadores? Di solito in Coppa Intercontinentale giocavano formazioni brasiliane, argentine e al massimo uruguaiane. Quell’anno però era toccato a una squadra della città di Medellìn. Gli artefici di quel successo, che fu da apripista per l’ascesa del calcio colombiano furono due: Maturana, vero padre del decollo del calcio colombiano, e la generazione di giovani calciatori di gran livello emersa nella seconda metà degli anni ottanta. O meglio tre, con il narcotraffico. In Colombia infatti il narcotraffico iniziò a interessarsi di calcio negli anni settanta, soprattutto come strumento per il riciclaggio di denaro sporco. Nei due decenni successivi le grandi organizzazioni colombiane leader del traffico mondiale di droga diventarono  vere e proprie protagoniste del calcio colombiano. Uno dei primi casi eclatanti fu quello del presidente del Nacional di Medellìn Hernàn Botero, che nel 1984 fu estradato negli Stati Uniti, dove venne condannato per riciclaggio di denaro ledownloadgato al traffico internazionale di cocaina. Fu però dagli anni ottanta che esplose in maniera agghiacciante il cosiddetto “Narcofútbol”, con i principali cartelli della droga colombiani proprietari dei più importanti team del loro paese. I fratelli Rodriguez Orejela, per esempio, capi del cartello di Calì, possedevano l’America, squadra della città. Senza dimenticare poi il contributo del narcotrafficante più famoso di sempre, Pablo Escobar Gaviria, di Medellìn, che negli anni ottanta era stato addirittura inserito nella classifica degli uomini più ricchi del mondo dalla rivista Forbes. Escobar finanziava le squadre di Medellìn, compreso il Nacional in cui giocava l’altro Escobar, Andrès. El caballero del Fùtbol. Strano il destino per i due Escobar vero? Entrambi famosi in patria anche perché uniti dallo stesso cognome, tanto da essere soprannominati come Los Dos Escobar. Ma divisi nelle scelte di vita tra Inferno e Paradiso. E’ chiaro quindi che il calcio colombiano “beneficiò” dei soldi del narcotraffico: innegabilmente, una marea di soldi  permise ai maggiori club colombiani di tenere i calciatori più forti pagando stipendi molto elevati e anche di acquistare qualche straniero di livello, ma questo fiume di denaro servì più di ogni altra cosa a corrompere e soggiogare le autorità calcistiche colombiane agli ordini di Escobar e degli altri cartelli. Le partite truccate infatti si moltiplicavano a vista d’occhio, tanto che nel 1988 un arbitro venne sequestrato e rilasciato poche ore dopo essere stato minacciato di morte. L’anno dopo accadde l’inevitabile: l’arbitro Alvaro Ortega venne assassinato dopo una partita nella quale annullò un gobarrio-pablo-escobar-300x150l all’Indipendente di Medellin. Pochi giorni dopo il governo colombiano decise finalmente di prendere una posizione e di annullare quel campionato: era stata oltrepassata la linea di non ritorno. Simbolo del potere ormai acquisito da Pablo Escobar e dal narcotraffico, fu la partitella organizzata nel 1993 nel carcere lusso fatto costruire apposta da lui stesso, la Catedral, dove trascorse da re il periodo di finta detenzione facendo addirittura venire mezza nazionale colombiana di calcio. C’erano Higuita, Asprilla, Herrera, Valderrama, e forzatamente anche Andrés Escobar. Lui, capitano di quella nazionale, costretto con minacce ai suoi familiari a prender parte a quello spettacolo indecoroso.

Los Cafeteròs: il sogno di una Colombia imbattibile

Se ad un passo dalla consacrazione, Andrès decise di trasferirsi in Europa, e precisamente allo Young Boys di Berna, non riuscendo però ad imporsi a causa dei problemi di ambientamento, il mondiale d’Italia 90 rappresentò invece per il calciatore, la vetrina mondiale per riscattarsi di fronte al grande pubblico. I colombiani si qualificarono al secondo turno, Escobar non sfigurò, ma il Camerun dell’eterno Roger Milla ebbe la meglio, in una partita segnata da un clamoroso errore di Renè Higuita, che aveva cercato di dribblare Milla a trequarti campo.

Un classico dell’estroso portiere di Medellin, che 5 anni più tardi a Wembley deliziò  il mondo con la famosa mossa dello Scorpione su pallonetto dell’inglese Redknapp. Malgrado tutto, i colombiani però continuarono il percorso di crescita inarrestabile. Le qualificazioni per i mondiali di Usa 1994 furono l’apice di quel Dream Team, soprattutto la decisiva e straordinaria partita giocata al Monumental di Buenos Aires contro l’Argentina, vinta come già detto per 0 a 5. Un’autentica lezione di calcio ai maestri del calcio, e una squadra che tutti, da quel momento, annoverarono tra le favorite di quel mondiale. Quella squadra però era anche altro: un raggio di luce nella notte della società colombiana, che si trovava immersa in una sanguinosa spirale di violenza e morte che sembrava non aver fine. Quella squadra era il volto nobile della devastata Colombia degli anni novanta, e per questo tutti riponevano grandi speranze in Higuita e compagni. Poi però la partitella nella regia dell’altro Escobar a la Catedral, iniziò a bussare sempre più forte alla porta della granitica casa dei ragazzi di Maturana. Le certezze e la solidità di quel gruppo iniziarono ad incrinarsi lentamente.Poco tempo dopo quella partita infatti, René Higuita finì in prigione accusato di aver preso soldi per aver fatto da mediatore in un sequestro di persona. Lui disse che venne imprigionato per via della sua vicinanza a Pablo Escobar, tra l’altro mai negata. Ma tant’è, El Loco Higuita venne escluso dai 22 giocatori per i mondiali americani.

Usa 94: La mano nigra del Narcofùtbol 

L’anno precedente al mondiale fu devastante per la Colombia. Il governo decise di regolare una volta per tutte i conti con Pablo Escobar e di consegnarlo agli USA, ma il narcotrafficante riuscì a scappare e a vivere per qualche mese da latitante. La violenza nelle strade aumentò, a causa dei Los Pepes, un gruppo paramilitare di assassini avverso al clan di Escobar che usava metodi persino più spietati di quelli di Pablo. I Los Pepes erano sostenuti sia dal governo colombiano che dagli americani con l’unico scopo di fare fuori il narcotrafficante. Il 2 Dicembre del 1993 Pablo Escobar Gaviria venne ucciso, ma la Colombia continuò nei mesi successivi a rimanere nel caos più assoluto. La pressione sui calciatori colombiani divenne sempre più pesante. E i giocatori non potevano non sentirla e percepirla prima di partire per gli Stati Uniti. Andrés Escobar leader di quella squadra, diverso dalla maggior parte dei compagni di squadra perchè proveniente da un quartiere “normale” e da una famiglia altrettanto “normale”, sapeva benissimo che rimanere concentrati quando in Colombia si era scatenata un’autentica guerra era quasi impossibile. La prima partita del mondiale vide la Colombia affrontare da favorita la Romania di Gheorghe Hagi. Una partita giocata in contropiede dai romeni, che batterono 3-1 i favoriti colombiani con la doppietta di Raducioiu e con un grandissimo gol di Hagi da quasi 40 metri, che sorprese il Gol-Hagi-Colmbia_TINVID20140607_0015_3sostituto di Higuita, Oscàr Cordoba. Dopo quella cocente delusione la tensione crebbe ancora di più. In teoria c’era la possibilità di qualificarsi tranquillamente al secondo turno, battendo i padroni di casa degli Stati Uniti nella  partita successiva. Invece le cose precipitarono: dalla Colombia vennero recapitate delle minacce di morte a Maturana e tutti i giocatori, oltre che alle loro famiglie. Il centrocampista Gómez non avrebbe dovuto giocare, altrimenti ci sarebbero state conseguenze letali. Maturana, in lacrime, cedette alle minacce ed escluse Gómez, che quel giorno stesso decise di lasciare il calcio. Oltre a questo, una tragedia si abbatté sulla squadra: il fratello del centrocampista Chonto Herrera fu ucciso. Andrès, a cui era stato ucciso un fratello da adolescente, convinse Herrera a non darla vinta ai narcos e a giocare lo stesso contro gli americani. Per il bene suo e di tutti.

Escobar non ha un’anima, egli è e sarà sempre l’anima del calcio colombiano

Los Angeles, Rose Bowl Stadium, 22 giugno 1994. Impianto in cui si giocò il secondo atto della manifestazione: Colombia – USA. Davanti a più di novantatremila spettatori sugli spalti, sotto un caldo torrido e con in palio c’è l’accesso agli ottavi di finale dei Mondiali. Nulla da perdere per gli statunitensi, l’esatto opposto per i colombiani, che approcciarono l’incontro impauriti e contratti. Timorosi di commettere un’eventuale ingenuità. Che in questo caso (e come in tanti altri casi nella storia del calcio) accadde. 35′ del primo tempo: il centrocampista statunitense John Harkes, si liberava sulla fascia sinistra e improvvisava un cross basso nel cuore dell’area colombiana. Difesa dei “Los Cafeteros” leggermente sbilanciata, il pallone arrivava al centro dell’area dove il difensore Andrés Escobar, impaurito dal possibile inserimento di un attaccante statunitense alle sue spalle, entrava in scivolata e, sfortunatamente, deviava il pallone nella propria porta, per il più clamoroso e sfortunato degli autogol. 1-0 per gli USA.

Lo stadio esplose di gioia, la Colombia intera ammutolì. Escobar rimase a lungo steso a terra, come fosse impietrito. In quel momento quella partita di calcio si trasformò in uno psicodramma. Il primo a capirlo fu un bimbo, Felipe, il figlio della sorella di Escobar, che dalle gradinate dello stadio confidò alla mamma: “Mami, a Andrés lo ammazzeranno”. “Il calcio non è come la Corrida. Qui nessuno muore”, fu la risposta di mamma Ester. La Colombia perse 2-1 e venne eliminata. A nulla valse la vittoria per 2 a 0 nell’ultima partita del girone contro la Svizzera. Aveva ragione però il piccolo Felipe. Escobar, insieme a qualche altre compagno, decise di tornare subito in Colombia, dove si sarebbe dovuto sposare qualche settimana dopo con la fidanzata di sempre, Pamela Cascardo. Appena arrivato a Medellin scrisse un articolo per un quotidiano locale dove commentava la precoce eliminazione della nazionale, spiegando l’inaspettata debacle con la mancanza di convinzione e con la forma non eccezionale della squadra, ma prometteva il riscatto di un gruppo ancora competitivo e giovane, concludendo l’articolo con un profetico “A presto. Perché la vita non finisce mica qui”. Dieci giorni più tardi. la sera del 2 luglio 1994, il giocatore si recò a un ristorante di Las Palmas, un quartiere di Medellìn, in compagnia della fidanzata e di un’amica. Qui, nel locale, iniziò però un diverbio con tre uomini che lo accusarono di essere stato l’artefice dell’eliminazione della Colombia, a causa di quel maledetto autogol: una volta terminata la lite, Escobar si diresse verso l’auto per fare rientro a casa non sospettando nulla. Ma proprio davanti alla sua macchina, in un buio parcheggio, con esclamando “grazie per l’autogol!” i tre uomini gli spararono sei colpi di mitraglietta uccidendolo sul colpo. Una volta compiuto l’omicidio, i tre fuggirono su una jeep Toyota che fu ritrovata solo tempo dopo e che risultò essere stata rubata. Sulla morte di Andres Escobar iniziarono a circolare diverse ipotesi: alcune fantasiose, altre meno. Quella più verosimile è che molto probabilmente la sua uccisione sarebbe stata ordinata da un clan di scommettitori che avevano investito grosse somme sulla qualificazione della Colombia agli ottavi del Mondiale statunitense. Il dissidio fra allibratori e scommettitori sostanzialmente rifletteva quello in atto fra i due cartelli rivali, quello di Cali e quello di Medellìn con quest’ultimo impegnato a non perdere la propria supremazia territoriale. Lo sventurato autogol avrebbe giovato agli allibratori quantomeno andres-escobar3per evitare un disastro economico, mentre il clan degli scommettitori di Medellìn, al verde dopo l’eliminazione della Colombia, avrebbe preso il calciatore come capro espiatorio facendogliela pagare. Quando tutte le indagini sembravano portare ad una pista certa, saltò fuori a sorpresa il nome dell’assassino: Humberto Muñoz Castro, ex guardia giurata, reo confesso e quindi condannato a quarantatré anni e cinque mesi di carcere, ma successivamente scarcerato nel 2005, tra i sospetti della stampa e le proteste dei tifosi. Chonto Herrera, molto amico di Andrés, raccontò che gli aveva consigliato di non uscire e stare a casa, ma Escobar non lo ascoltò e decise di uscire lo stesso con un altro gruppo di amici.Il cugino e braccio destro di Pablo Escobar, Jaime Gaviria, affermò che se Pablo fosse stato vivo Andrés non sarebbe stato ammazzato come un cane. Al suo funerale assistettero più di 120,000 persone, grondanti di dolore e incredulità per l’accaduto. Il destino però aveva deciso così. Los Dos Escobar avrebbero dovuto ricongiungersi in cielo. Perchè non può esistere il Paradiso senza l’Inferno. Perché anche se la sua anima non dimora più in terra, essa è l’uomo e il calciatore nel cuore di ogni tifoso colombiano. Escobar infatti non ha un’anima, egli è e sarà sempre l’anima del calcio colombiano.

“Per favore, cerchiamo di essere rispettosi… Un abbraccio forte a tutti, è stata un’esperienza fenomenale, strana, che non avevo mai sentito in vita mia. A presto, perché la vita non finisce qui”, Andrés Escobar, El Tiempo (editoriale scritto il 29 giugno e pubblicato il 3 luglio 1994, un giorno dopo la sua morte)

 

Twitter: @El_Gualle

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