Brian Clough e quella maledetta semifinale

clough-statueBrian Clough e quella maledetta semifinale

Pochi uomini possono avere la soddisfazione di dire di essere partiti dal niente, arrampicandosi gradino dopo gradino lungo la scalinata che porta alla leggenda. Pochissimi possono vantarsi di avere quella speciale gravità, quell’intelletto aguzzo e magnetico, senza cui su quel cammino nemmeno ci si mette. Spesso è difficile discernere quanto ci sia di innato, nella genialità di chi si costruisce dal nulla, e quanto invece sia arrivato dopo, quasi come un pacco in omaggio col successo. I genitori di Brian Clough posseggono un negozio di caramelle nei sobborghi di Middlesborough, probabilmente uno dei posti più noiosi in cui vivere sulla faccia della Terra. Eppure, a quello che diventerà uno degli allenatori più straordinari di tutta la storia, l’ambiente della città industriale non silenzia la curiosità, non sopisce l’ingegno, non lo relega a una vita normale.

Brian Clough si segnala per essere dotato in tutto: da calciatore è un bomber implacabile, segna circa 250 gol tra Middlesborough e Sunderland, guadagnandosi anche una manciata di presenze in nazionale. Ritiratosi, è già grande, ma non è immenso. Per quello servirà la sua carriera di allenatore. Comincia con l’Hartlepool,a soli 30 anni, con a fianco l’amico di una vita, quel Pete Taylor cui non parlerà per anni, prima della sua morte. Poi il Derby County, la promozione in Premier League e riflettori puntati addosso. Una stagione pazzesca, che termina con uno scudetto che definire storico è inusitatamente riduttivo.

Col titolo arriva anche il biglietto d’accesso alla Coppa dei Campioni. Anche in Europa, il Derby di Clough cavalca spedito, fa fuori il Benfica di Eusebio, i cecoslovacchi dello Spartak Trnava, e in semifinale affronta la Juventus. Vola a Torino, per una partita che vale più di una stagione, vale la Storia. E perde.

Il Derby perde, 3 a 1, contro una Juve catenacciara e cinica, che calpesta fisicamente e moralmente gli ideali di gioco di Clough. Per uno con la sua comprensione del calcio, uno con il suo senso estetico, il gioco duro e solo distruttivo era quasi una bestemmia. Il Derby ha sbagliato un rigore, è rimasto in 10 per l’espulsione di Davies, che non ci ha visto più e ha dato una testata a Morini. Questo in campo, ma è quello che è successo fuori che ha offeso profondamente Clough. Helmut Haller, uno che in Inghilterra conoscono bene dopo la finale di Wembley del ’66, conversa ripetutamente con l’arbitro Schulenberg, tedesco come lui, entra persino nel suo spogliatoio.

L’operazione è una semplice somma: gli juventini stanno controllando l’arbitro. La Storia è lì a un passo: la finale di Champions è talmente vicina che quasi riesci a scorgerla, come quando da bambino ti alzavi in punta di piedi sul bancone del negozio del babbo per guardare anelante i dolciumi in esposizione. Poi arriva un tedesco e ti ruba tutto.

“No cheating bastards do I talk to. I will not talk to any cheating bastards!”

La delusione cieca gli fa urlare in faccia al mondo, rappresentato da quegli irrispettosi giornalisti italiani giunti a fine partita a mangiucchiare un po’ della sua carcassa, quello che urlerebbe un giovanotto inglese in un pub della capitale. Questo è il bello del popolo della Gran Bretagna: quella nota ribelle che se ne infischia di tutto, tranne che del proprio orgoglio ferito, ed emerge sempre, prima o poi, quando la vita picchia forte sulle tue spalle.

La Storia è andata, in finale ci vanno loro, il ritorno in casa si chiude a reti bianche. Eppure, con quella frase, con quella magnifica, ingenua frase, che sa di birra, cazzotti e whisky, nella Storia ci sei entrato lo stesso, Brian.

01

Un altro che l’Inghilterra l’ha impersonata e descritta brillantemente, Rudyard Kipling, scriveva al figlio. “Se riesci a fare un solo fagotto delle tue vittorie e rischiarle in un solo colpo a testa e croce; e perdere e ricominciare da dove iniziasti, senza mai dire una sola parola su quello che hai perduto […] allora tua è la Terra, e tutto ciò che è in essa.”

Il fagotto di Brian Clough era già pesante, già bastevole per una singola vita, ma quei “cheating bastards” erano sempre lì, quei poveri ragazzi di Derby, defraudati del mito dickensiano del riscatto sociale, imploravano vendetta. Tutta l’Inghilterra dei piccoli, che correva e corre dietro alle proprie preoccupazioni quotidiane frenetica, implorava vendetta. E Clough lo fa di nuovo. Clough in finale ci arriverà sul serio, due volte. E quella Coppa se la porta a casa in entrambe le occasioni, con quel piccolo Nottingham Forest che lui ha preso in Seconda Divisione, con cui ha vinto ancora il titolo, con cui è entrato arrembante nei registri dell’eternità. 10 anni oggi dalla sua morte, non diciamo che lui sia stato il miglior manager in circolazione, ma è sicuramente nella Top Uno.

Brian-Clough.

Precedente Juventus - Malmoe: Analisi tattica Successivo "Nove punti non sono stati sufficienti, la prossima volta provate a darcene venti"