Caro “Calcio Italiano” non ti (ri)conosciamo più…

Con i match di Europa League di giovedì, è finita finalmente la tre giorni di Coppe per le squadre italiane. Un trittico di delusioni che ha spento l’effimera velleità di pensiero della possibile rinascita del calcio nata dopo le prime due giornate europee, e che potremmo tranquillamente intitolare: “C’era una volta il calcio Italiano”. Volutamente con la I maiuscola. Perché era quello pigliatutto, dominatore della ribalta continentale, che lasciava alle altre contendenti europee solo le briciole. Per essere anche un po’ nostalgici, quello di Pizzul, della romantica Coppa delle Coppe e della ex amata Coppa Uefa. Concluso il momento amarcord e asciugate lecalcio_sport1 lacrime per i fasti del passato, vi consigliamo di dimenticare tutto. Infatti, “C’è ad oggi un calcio italiano che arranca”. Volutamente con la i minuscola. Perché lentamente sta scivolando nell’anonimato della mediocrità che non gli compete per rango e galloni conquistati in decenni di battaglie e vittorie sul campo. Che si sta abituando al paradigma dell’“importante è partecipare”, e al massimo di applaudire i vincitori. Non illudano le vittorie di Torino e Fiorentina. Vincere contro HJK Helsinki e Paok Salonicco è stato semplicemente svolgere il compitino assegnato dalla maestra, contro avversari più deboli di più e più spanne. Infatti, dietro le sconfitte in Champions della Juventus e della Roma, rispettivamente contro Olympiacos e Bayern, del Napoli in Europa League contro il modestissimo Young Boys, a cui si aggiunge il pareggio dell’Inter contro il non irresistibile Saint Etienne (nobile decaduta del calcio francese), c’è molto altro.  Che noi di Calcio da Dietro abbiamo sfruttato per proporre degli spunti di riflessione, in cerca dei reali motivi di un “de profundis” che sta assumendo sempre più i contorni di un’agghiacciante normalità:

  • Mancanza di competenza e di progettualità economico-aziendale a medio-lungo termine:

    Partiamo da quello che forse è “il problema più grave” che affligge  l’amato calcio nostrano. Che ha radici lontane: i Mondiali di Italia ’90.   Manifestazione che è stata la più lampante dimostrazione della totale  assenza di pianificazione dei vertici pallonari italiani. L’incompetenza di  personaggi del calibro di Matarrese (per informazioni chiedere ai tifosi del Bari), Montezemolo, Carraro e soci ha permesso che l’opportunità  si trasformasse in scempio e sperpero di denaro pubblico e che la parola rinnovamento si tramutasse in procrastinazione della convinzione di arrogante superiorità nei confronti dei diretti competitors europei, che nel frattempo ci hanno superato e doppiato. Così è capitato che paesi calcisticamente di Serie Bsannicolacadente ci soffiassero un Europeo (vi ricordate Polonia e Ucraina?) e che ancora oggi, si vedano squadre di Serie A giocare in stadi da terzo mondo. Per giunta in deroga. Il colmo del colmo, si potrebbe dire. Ma aspettate, perché non è tutto. Parallelamente alla carenza di infrastrutture, si è radicata per anni, tra i presidenti di Serie A, la convinzione che il pallone esulasse dai concetti aziendali di “sostenibilità e ritorno economico-finanziario”. Per informazioni chiedere a Moratti, Tanzi e Cragnotti. Le società di calcio sono state gestite come fossero degli enti di beneficienza delegati a fornire a qualunque costo il miglior spettacolo possibile ai tifosi. Poche sono realtà che hanno saputo apprendere la lezione degli sbagli altrui e intraprendere un percorso virtuoso di crescita sostenibile sia in campo che fuori (si veda l’Udinese o la Juventus, negli ultimi anni). Altre, come la Roma, hanno dovuto attendere l’intervento salvifico di personaggi con una mentalità decisamente più manageriale (gli americani). Quello di cui però il calcio italiano ha veramente necessità, è la creazione e la programmazione di una visione seria e condivisa di proposte e intenti, attraverso la quale tutti gli attori in gioco non continuino a coltivare il proprio orticello da agricoltori miopi, ma si impegnino a recuperare il tempo perso dietro a ripicche e discussioni (non ultima quella tra Agnelli e Lotito). Come? Ad esempio attraverso la stesura di un piano quinquennale per la modernizzazione delle infrastrutture calcistiche (stadi?), che obblighi le società di Seria A a dotarsi di impianti confortevoli e all’avanguardia. Il Credito Sportivo esiste e sia Juventus che Udinese l’hanno utilizzato con successo. Oppure, rivalutando il brand “Serie A”, con campagne promozionali in mercati ancora acerbi in termini di cultura calcistica (India?). Quanto fatto dalla Premier in fatto di promozione del football inglese nei primi anni duemila, dovrebbe far riflettere chi di dovere che “non è mai la montagna che va da Maometto”, ma è Maometto che deve muoversi e prodigarsi nel vendere il proprio prodotto. Calcistico in questo caso. E prima che lo faccia qualcun altro.

  • Quo vadis FIGC?:

    Letteralmente, dove vai cara FIGC? Perché alle tante parole e ai numerosi proclami, i fatti seguiti sono stati pochini. Il solo ingaggio di Conte come CT. della Nazionale è stato lo spot dell’incoerenza fatta istituzioni (ma Conte non era quello che solo un anno prima era impresentabile per la vicenda Scommessopoli?), dettata più dalla mancanza di alternative che dalla reale stima per il tecnico salentina. Una strada che è una non è stata ancora intrapresa. Dopo che Abete si è finalmente dimesso, il nuovo che avanza lo ha rappresentato un giovane di belle sptavecchio-macalli-lotito_d8dkvk0ds9r91eqwlnnzxoz87eranza e di aperte vedute come (Ta)vecchio, che pronti, partenza via, è scivolato su una buccia di banana. Grazie all’appoggio di personaggi navigati come Lotito, Abodi e Macalli (Presidente, pardòn “dittatore”, della Lega Pro da ormai vent’anni e passa) e ad un sistema di rappresentanza delle varie Leghe discutibile (com’è possibile che la Lega di Serie D conti più di quella di Serie A?). Che qualcosa in cambio l’hanno voluta. Un “do ut des” in piena regola. Così, il progetto delle seconde squadre è stato sostituito dalle multiproprietà, argomento guarda caso caro a Lotito (la Salernitana vi dice qualcosa?), la promessa pre-elezioni di sostegno finalmente convinto ai vivai italiani si è trasformata in una proposta protezionistica da bar in stile “Cuba di Fidel Castro” nei confronti dei calciatori stranieri, non capendo che, come ha affermato giustamente il responsabile del settore giovanile dell’Inter Samaden, “la soluzione non è impedire ai club di comprare giovani stranieri, ma partire dalla valorizzazione dei propri campioncini nazionali, puntando sull’attività sportiva per i bambini delle elementari”.

  • Quo vadis Lega Serie A?:

    Se la FIGC è tutto fumo e niente arrosto, la Lega di Serie A si può tranquillamente dire che non è neanche fumo. Principalmente perché un presidente come la P maiuscola non ce l’ha. Maurizio Beretta? Si in teoria è lui il presidente, ma nella pratica? L’impressione che da, è di essere un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro. Stretto nella morsa di personalità forti come Lotito, Galliani, De Laurentiis, Agnelli ha scelto consapevolmente di non scegliere, ma di farsi portare dalla corrente. Così suscita sgomento il come è stata gestita l’elezione del presidente della Federcalcio Italiana (con Agnelli e Pallotta lasciati a combattere contro i mulini a vento dell’indifferenza al rinnovamento) e il come si sta permettendo passivamente ad Infront (società con a capo il nipote di Blatter) di impadronirsi della Serie A, grazie al Diritti-tvpotere dei soldi “dati” alle disastrate società di calcio italiane, sempre più diritti TV dipendenti (per chi fosse interessato e  volesse approfondire http://www.ultimouomo.com/nelle-mani-di-infront/). Infront che, in qualità di Advisor della Serie A (gestore dei diritti tv) le società italiane sono costrette anche a ringraziare, visto che è notizia di pochi giorni fa che per il triennio 2015/18 ha assicurato minimo 980 milioni di euro circa annui ai club di una lega che incassa comunque meno della Liga, della Bundesliga e della Premier League dai diritti tv (1,8 miliardi quest’anno). Quindi in pratica, capita curiosamente che la neopromossa Cardiff riceva 75 milioni di euro dai diritti televisivi. Più o meno quanto le un pochino più blasonate Milan e Inter. Questa sproporzione ci dà l’idea di come le società calcistiche italiane manifestino una palese debolezza finanziaria che si riverbera poi sul campo da calcio. Perché se pochi soldi hai, pochi campioni compri. E se pochi campioni compri, pochi trofei vinci.

  • La burocrazia italiana e i suoi impedimenti:

    Appurata l’incapacità e l’incompetenza di chi dovrebbe curare il “pallone italiano”, è doveroso sottolineare che le medicine somministrategli hanno anche il retrogusto di burocrazia cavillosa e in certi momenti addirittura frustrante. Ci spieghiamo meglio. La nuova “Legge sugli Stadi” (n°147/2013)images ad esempio ha semplificato l’iter burocratico per l’approvazione e la posa della prima pietra (l’Udinese avrebbe impiegato 315 giorni e non 6 anni compiere lo stesso percorso con la nuova legge). Ottima, visto che i Comuni sono costretti a dare una risposta alle società che avanzano proposta entro e non oltre i 90 giorni, fin al momento che non entrano in gioco i Tar regionali e le varie sovraintendenze. Perché fatta la legge, trovato l’intoppo. Così succede che il progetto stadio delle Roma a Tor di Valle, che porterebbe nella capitale una scossa occupazionale e di infrastrutture, sia osteggiato da chi non è risultato tra gli invitati al banchetto (Caltagirone?). Che De Magistris prometta infinite volte la concessione del San Paolo al Napoli, ma che al momento di stringere e arrivare al sodo preferisca rinviare al mittente l’invito galante. E in ultimo che la sovraintendenza ai beni culturali si opponga alla demolizione di stadi come il Barbera o il Franchi di Firenze perché ritenuti beni ad alto valore storico e culturale. Almeno fin quando non cadono a pezzi.

  • Mentalità delle squadre italiane sempre meno incline alle Coppe Europee:

    Se fuori dal campo la situazione è tendente al nero, il campo si sta piano piano avvicinando a quella tonalità di colore. Messa in preventivo l’impossibilità conclamata di costruire squadroni come in passato (Milan invincibile di Sacchi è un lontano ricordo), è scontato che bisognerebbe rimboccarsi le maniche, lavorare duro e fare le migliori nozze coi fichi secchi possibili. Passare dalla teoria alla pratica risulta ancora indigesto alle formazioni italiane. Che affrontano qualunque avversaria europea con la paura e la sufficienza di “chi vorrebbe ma non può più” sedere al tavolo dei top club (la Juventus) o con l’arroganza di chi dopo solo una partita giocata ad alti livelli dopo anni di nulla europeo, si sente downloadcolpevolmente alla pari di club più forti e navigati (la Roma). La grinta con cui l’Atletico ha messo sotto squadre più forti deve essere da esempio per i top club italiani. Sconfitti in partenza mai, lottando fino alla fine si. Capitolo a parte lo riserviamo alle squadre di Europa League, che almeno fino alla seconda giornata non hanno disatteso i pronostici che le vedevano favorite nei rispettivi gironi. Certo, fare peggio in gironi con squadre veramente modeste (a proposito un applauso a Platini che ha reso la competizione un campionato parrocchiale, almeno fino agli ottavi di finale) era e sarà veramente difficile. Quel che è certo è che per tornare in alto nel ranking europeo, le squadre italiane devono comprendere alla svelta che le compagini europee non riservano timori reverenziali come accade in Serie A, dove si pensa più a distruggere gioco che a crearlo, ma giocano un calcio sempre più fisico, affrontando le partite a viso aperto. Per giocarsela e per vincere. La fisicità che ad esempio ha imposto il Bayern alla Roma, ci fa capire come il divario non è solo a livello tecnico, ma anche sul piano dell’intensità. E se mancano entrambe le componenti si rischia il più delle volte la figuraccia. Lo stesso si può dire della Juventus, che ha iniziato a giocare solo quando la formazione greca è calata alla distanza e sono usciti fuori i reali valori tecnici. Ciò che auspichiamo è che la lezione sia imparata una volta per tutte e che si riparta a testa bassa con ancora più umiltà.

  • Ranking Uefa quale sconosciuto:

    È la prova empirica del declino del calcio nostrano. Ad oggi siamo momentaneamente quarti, grazie al buon avvio dei primi due turni. Forse quinti se però il Portogallo a fine stagione farà meglio di ranking-UEFAnoi. Abbiamo perso qualche anno fa il 3° posto che ci assicurava le quattro squadre in Champions a vantaggio della Germania, e da allora non abbiamo fatto che perdere terreno nei loro confronti. Le cause più importanti le possiamo ricondurre ai motivi citati precedentemente, ma la colpa è da imputare anche e soprattutto all’atteggiamento snob e da oratorio parrocchiale con cui tutte le squadre italiane hanno affrontato la seconda competizione europea. Tanta fatica e gioia per raggiunger quel palcoscenico, quanto altrettanto fastidio nel giocarla. Al punto di far giocare le seconde linee, con i risultati che tutti conosciamo. Così a lungo andare, lì si sono persi i punti (che ricordiamo essere uguali sia in Champions ed in Europa League) più importanti per il ranking. In questo senso solo da quest’anno si sta intravedendo una parziale inversione di tendenza. Fuoco di paglia? Il campo come al solito darà le sentenze e spazzerà via le parole.

Detto ciò, alla fine della fiera, quanto vale ad oggi realisticamente il “calcio italiano”? Cosa  possiamo aspettarci onestamente dalle nostre squadre nelle Coppe? Lasciando da parte il nazionalismo più ottuso, le due formazioni italiane impegnate in Champions, a nostro avviso, potrebbero valere al massimo un quarto di finale in caso di di superamento del girone e di sorteggio benevolo. Non di più. È infatti troppo ampio il divario con i Top Club europei (Barcellona, Bayern e Real) per sperare in un’insperata sorpresa.

Diversamente in Europa League, il percorso delle italiane potrebbe essere meno impervio e proibitivo, magari con uno/due club capaci di arrivare fino in fondo alla competizione. Il tasso tecnico è sicuramente più basso rispetto alla Champions e il fatto che anche squadre meno blasonate abbiano vinto questa Coppa, dimostra che l’obiettivo è raggiungibile. Basta volerlo. Il Siviglia insegna. Sta però a Torino, Napoli, Inter e Fiorentina cercare di non venire eliminate prematuramente e di emulare con successo la squadra iberica. In caso contrario, preparatevi a leggere e ad ascoltare per tutta la prossima estate le solite formule, formulette e ricette per risollevare l’Italia pallonara. Sotto l’ombrellone. E con un pallone in mano ovviamente.

Precedente FantaCalcio da Dietro: FantaScudetto #7 Successivo Tifosi per caso: Calcio da Dietro in L'ONDHON