CDD FootWorld #10: il calcio in Sierra Leone.

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29 agosto 1999, la Reggina fa il suo debutto in Serie A al Delle Alpi di Torino contro la Juve di Ancelotti. In porta la sicurezza Orlandoni, in difesa la solida coppia Cirillo – Stovini, a centrocampo il cervello di Baronio. Davanti, a fianco della proletaria zucca pelata di Possanzini, troviamo un agile ragazzone africano, mal confenzionato in una maglia amaranto numero 2, come le taglie in più che svolazzano fuori dai pantaloncini cortissimi di quella divisa fine anni ’90. È Mohamed Kallon, ventenne di Freetown, Sierra Leone, arrivato all’Inter via Lugano, e reduce dalle positive esperienze in prestito a Genoa e Cagliari.

La Juve passa in vantaggio con un guizzo di Inzaghi, ma in apertura di ripresa la Storia incrocia il Delle Alpi. Calcio d’angolo di Baronio, Mirkovic perde la marcatura, bruciato dal giovane leone Kallon che impatta di testa e supera inaspettatamente il lungagnone Van der Sar, per quello che sarà per sempre il primo gol della Reggina nella massima serie.

slnewzzDifficile che qualcuno, a Reggio Calabria, avesse mai sentito parlare della Sierra Leone, se non in temerarie iperboli per richiamare luoghi remoti e misteriosi. L’evocativa lezione spagnoleggiante “Sierra Leone” era originariamente un toponimo portoghese, come i primi navigatori che vi approdarono nella seconda metà del quindicesimo secolo. La regione nel diciottesimo secolo venne venduta da un re locale agli Inglesi, che ne fecero un insediamento per schiavi liberati, dove convogliare ogni sorta di residuo umano che non trovasse spazio a Londra: da qui il nome della capitale Freetown. L’indipendenza del paese arrivò nel 1961, quando il paese venne inserito nel Commonwealth britannico. Dopo un paio di lustri di fuggevole democrazia, una successione di colpi di stato e guerre civili hanno devastato per decenni il paese, fino a quando l’ONU non ha deciso di intervenire, ristabilendo un certo ordine democratico all’inizio del nuovo millennio.

Come si potrà facilmente immaginare, la vita in Sierra Leone è piuttosto dura per tutti. Il PIL pro capite è dell’ordine dei 600 dollari, un sessantesimo di quello italiano, al 172esimo posto nel mondo; e se considerate che gli stati riconosciuti sono circa 200, la situazione è tutt’altro che sostenibile.

Fare calcio a queste condizioni deve essere di una difficoltà poco quantificabile per noi Europei, tuttavia la nazionale negli anni recenti è incredibilmente riuscita a raggiungere la top 50 del ranking FIFA, nonché la settima posizione assoluta nella classifica africana. I meriti di questo exploit sono da ascrivere al giovanissimo CT nordirlandese Johnny McKinstry, classe 1985, ingaggiato nel 2013 ed esonerato un anno dopo per motivi piuttosto fumosi.

Scappare, la “Classe del 2003”

dfLa fuga è stata la parola d’ordine per tanti giovani della Sierra Leone. Scappare da uno stato lacerato dalle guerre e dai colpi di stato, che non poteva offrire alcun futuro a chi due calci al pallone li voleva tirare a livelli più alti. Nel 2003 i giovani della Leone Stars, la selezione nazionale, volano a Helsinki per giocarsi il Mondiale U-17. Ovviamente soffrono il gap con le ben più quotate avversarie, ma vendono cara la pelle con tutti. Ottengono anche uno straordinario punto, impattando 3 a 3 contro la Spagna, che poteva schierare un paio di tizi che forse avrete sentito nominare: Cesc Fabregas e David Silva.

L’occasione però non è ghiotta semplicemente per misurarsi a livello calcistico con i ragazzi di tutto il mondo. Qualcosa di superiore al calcio interviene, come la possibilità di sognare una vita migliore, in Europa, lontano dalla povertà e dai conflitti. In dodici non si presentano all’aeroporto di Helsinki per prendere l’aereo del ritorno. Sono scappati, hanno chiesto asilo, chi in Finlandia, chi in Scozia, l’importante è rimanere lontani dall’inferno della madrepatria.

Medo Kamara (1987) con la maglia del Maccabi Haifa, sua attuale squadra.

Qualcuno alla fine ritornerà, qualcun altro no, qualcuno troverà in Europa la possibilità di diventare un calciatore professionista. Il più famoso di questi è sicuramente Medo Kamara, che dopo le grandi prestazioni fornite con l’Helsinki, che lo aiuta anche ad ottenere la cittadinanza finlandese, se ne va a far carriera prima in Serbia al Partizan, poi al Bolton, che lo acquista nel 2013 dopo la retrocessione in Championship. Attualmente questo mediano classe 1987 calca i campi del campionato israeliano con alterne fortune, percorrendo la via del declino già prima dei trent’anni, fatto comune a molti suoi connazionali.

Scappare, Alhassan “Al” Bangura

“La classe del 2003” tuttavia non è l’esempio più drammatico di quanto sia difficile diventare calciatori se si nasce in Sierra Leone, perché la storia di Alhassan “Al” Bangura rasenta il thriller. Come tanti ragazzi, Al cresce giocando a calcio nei campetti scalcinati di Freetown, ma ciò che lo rende diverso dai suoi compagni di pedate è la sua famiglia. Suo padre è uno dei capi della società segreta dei Poro, una setta animista riservata ai soli uomini, che si sente investita del dovere di fare pulizia morale nella società. Con la morte del padre, avvenuta in circostanze misteriose quando Al era solo un bambino, spetta a lui raccoglierne l’eredità e guidare i Poro nei loro rituali segreti nei boschi.

Questa tuttavia non è la vita che l’ormai adolescente Bangura vuole per sé, pertanto, di fronte alle minacce di morte degli affiliati Poro, a soli quindici anni, scappa, lasciando il paese ed entrando clandestinamente in Guinea. Qui conosce un francese, che gli promette di farlo entrare in Europa. Quello che non gli dice è che, una volta arrivato in Francia, il piano è quello di coinvolgerlo in un giro di prostituzione maschile, dal quale tuttavia ha la forza per tenersi lontano. Al viene poi trasportato in Inghilterra dal suo “prottettore”, dove fortunatamente riesce ad affrancarsi e a chiedere asilo politico.

Giocava a calcio in un parco quando un osservatore del Watford lo vede e lo segnala al manager degli Hornets. A 17 anni il giovane Bangura debutta in Championship con la maglia della squadra che sarà in futuro acquistata dai Pozzo. Le sue doti di centrocampista totale strabiliano tutti: tifosi e staff stravedono per lui, ma la spada di Damocle pende ancora sulla sua testa. Per un vizio di forma, l’Home Office presenta ricorso alla sua richiesta d’asilo. Il diciannovenne Bangura, appena diventato padre, rischia di essere rispedito nel suo paese natale, dove i fantasmi del suo passato lo aspettano bramosi di vendetta. Tutto lo stadio del Watford protesta, perché questo giovane emerso dall’oscurità ormai è parte della famiglia. Fortunatamente la causa si risolve in nulla e al centrocampista è concesso di restare in Inghilterra, lui risponde guidando i suoi ad una storica promozione in Premier League, ottenuta nel 2005.

Bangura e la sua voglia di riscatto dopo la promozione in Premier.
Bangura e la sua voglia di riscatto dopo la promozione in Premier.

La sua carriera calcistica viene rallentata da numerosissimi infortuni, che lo portano a diventare una meteora del calcio inglese. A dispetto di tutte le sofferenze patite, viene relegato a un “e chi se lo ricordava quello?” proferito con risa di scherno da qualche avventore di pub con la sua pinta in mano. Emigra in Turchia e in Azerbaijan, senza lasciare il segno, prima di tornare nella terra di Shakespeare e rimettersi in gioco in Conference con la maglia del Forest Green. Qui ritrova finalmente un po’ di continuità, tanto da essere ingaggiato a gennaio da una società storica come il Coventry, che milita in League One.

Nel mezzo, una chiamata dalla nazionale della Sierra Leone, nel 2008, cui è difficile rispondere. Ci va, esordisce perdendo 4 a 1 contro la Nigeria, ma si affretta subito a precisare: non giocherà mai una partita in casa, in quel paese dove sarebbe per lui troppo difficile – e pericoloso – entrare.

Kallon Football Club

Ritorniamo per un attimo a quella calda serata di agosto da cui siamo partiti. La carriera di Kallon, per distacco il miglior giocatore della storia dei Leone Stars, si srotola rapidissima, come le sue gambe. Alla Reggina mette a segno 11 gol, poi il Vicenza e finalmente la chiamata alla casa base: per lui è pronta una maglia nell’Inter di Ronaldo, Recoba e Vieri. Una maglia da titolare, perché di lì a poco in attacco gli unici rimasti estranei all’infermeria saranno lui e Nicola Ventola. L’attaccante africano avrà il tempo di mettere insieme una ventina di gol in tre stagioni con la maglia nerazzura, prima di essere trovato positivo al nandrolone.

Scontati i 6 mesi di squalifica, Kallon incomincia una lunga peregrinazione, che lo porterà a giocare in Francia, in Arabia Saudita, in Grecia, negli Emirati e in Cina, prima di accasarsi definitivamente in patria al Kallon FC.

Se il nome vi suona curioso un motivo c’è: nel 2002  Kallon acquista i Sierra Fisheries, squadra della capitale Freetown e ne cambia il nome con il suo, su precisa richiesta dei suoi tifosi. Finita la guerra civile, più o meno ovunque riprende l’attività calcistica, e Kallon vuole dare la possibilità ai migliori talenti di esprimersi con strutture dignitose e regala loro una certa visibilità internazionale. Nel 2010 la sua selezione giovanile riceve l’invito per partecipare al Torneo di Viareggio, dove raccoglie il magro bottino di 0 punti nel girone, pur mettendo in mostra discrete qualità. Negli anni il Kallon FC ha lanciato tantissimi giocatori che hanno avuto la possibilità di tentare la fortuna nel professionismo, alcuni anche con buoni risultati. Pensiamo a Mohamed Bangura, attaccante che all’AIK Stoccolma ha fatto sfracelli, oppure a “Crespo” e “Adriano” Kamara, due giovani attaccanti che hanno ben figurato in Allsvenskan, campionato da cui praticamente tutti transitano. In molti ricorderanno poi Rodney Strasser, sfortunatissimo mediano in orbita Milan tormentato dagli infortuni, ora al Livorno.

Ebola e giochi di potere, ricetta per il caos

In apertura di articolo abbiamo supposto come nel ’99 pochi, a Reggio Calabria, avessero sentito parlare della Sierra Leone. Ora, probabilmente, le cose sono cambiate. Purtroppo, infatti, il paese è salito all’onore delle cronache di recente, essendo stato uno degli Stati più colpiti dall’epidemia di ebola che ha devastato la zona del Golfo di Guinea. Le misure anti-contagio hanno provocato lo stop del campionato nazionale, con la presidentessa federale Isha Johansen al centro delle polemiche per non essere riuscita ad organizzare la competizione.

Esatto, abbiamo parlato al femminile, perché la SLFA ha una presidentessa donna, la seconda, nella storia del calcio, dopo la Nsereka del Burundi. La Johansen è stata eletta nel 2013, non senza qualche ombra. Il suo principale avversario era, infatti, nientepopodimeno che l’idolo Kallon, che avrebbe ottenuto una vittoria schiacciante in virtù della sua popolarità, salvo essere squalificato perché non effettivamente residente in Sierra Leone, come richiedono le norme federali. La Johansen si pone un po’ come la nemesi dell’ex attaccante dell’Inter, avendo fondato anch’ella un club di Prima Divisione, che porta il suo nome: il Johansen FC.

Isha Johansen con alcuni ragazzi delle sue giovanili.

In una situazione del genere, i conflitti di interesse sono all’ordine del giorno, e infatti la Johansen viene accusata di irregolarità nei trasferimenti di alcuni suoi calciatori, oltre che di aver firmato contratti di sponsorizzazione senza le necessarie autorizzazioni. Entra in campo il Ministero dello Sport, guidato dal ministro Paul Kamara, che si oppone con forza alla Johansen, nel tentativo di soffiarle il controllo del movimento calcistico. Contesta praticamente ogni sua decisione e appoggia la formazione di un comitato di dissidenti che esautora la leadership della presidentessa, eleggendo un suo direttivo. La Johansen tuttavia ha un certo peso internazionale, è sposata con un uomo d’affari norvegese, propaganda la sua leadership nei salotti televisivi anglosassoni e, soprattutto, è forte dell’appoggio della FIFA, che infatti dichiara illegale il comitato oppositore, minacciando di squalificare la Sierra Leone dalle proprie competizioni se il Ministero non cesserà le ostilità.

Sullo sfondo di questi conflitti di potere, la tremenda epidemia di ebola. La Nazionale non può più giocare gli incontri di qualificazione alla prossima Coppa d’Africa 2015 in casa ed è costretta a continue trasferte, tra l’altro con un girone di ferro ad aspettarla: Camerun, Congo-Kinshasa e Costa d’Avorio.

Siamo a settembre 2014 e il CT è ancora McKinstry. Con gli ivoriani finisce 2 a 1, segnano Gervinho e Doumbia per i padroni di casa, passano poche settimane e c’è l’appuntamento con il Congo. Si gioca nella città di Lumumbashi, nel sud dello sterminato paese africano, non lontano dal confine con lo Zambia. La disorganizzazione della Federazione è imbarazzante: i giocatori arrivano a Freetown un giorno prima della partita, con i fusi orari più disparati e senza tempo per preparare l’incontro. Due di loro sono costretti a rimanere in aeroporto, perché non sono stati presi abbastanza biglietti per il viaggio in Congo. Dopo il match – che si conclude con una sconfitta per 2 a 0 – diversi giocatori viaggiano in macchina fino al confine con lo Zambia, da dove sarebbero ripartiti in aereo alla volta delle loro squadre di club. Tuttavia arrivati alla dogana vengono imprigionati per mancanza dei visti necessari, il dirigente della federazione congolese che si era assunto l’impegno di farglieli avere scappa in Francia, e ai calciatori vengono chiesti 700 dollari in contanti per i documenti.

Dopo questa partita, ve lo abbiamo già detto, McKinstry viene esonerato dalla Johansen, ufficialmente per i “risultati deludenti”, più probabilmente per le sue lamentele a livello logistico. L’occasione è ghiotta per aprire un nuovo capitolo della guerra tra Ministero e Federazione, che infatti ingaggiano un CT a testa. Atto Mensah, ex giocatore in possesso di un patentino UEFA B (valevole per i dilettanti) e senza alcuna esperienza di panchina, è la scelta del Ministro; John Ajina Sesay quella della SLFA. A ottobre si gioca col Camerun, la delegazione parte con Mensah, che dirige la rifinitura, però poi in panchina ci va Sesay che strappa pure un prezioso 0 a 0.

A tutt’oggi l’empasse non è ancora risolto, ci sono due presidenti federali, un Ministro, due CT e gli incontri che dovrebbero risolvere il caos creatosi continuano a essere posposti per i motivi più disparati, il selezionatore dell’Under 23, nonché tecnico del Johansen FC, è stato arrestato assieme al suo vice per essersi introdotto nella casa di un giornalista con l’intento di aggredirlo. Di organizzare un campionato neanche se ne parla, nonostante l’epidemia di ebola sia ora circoscritta, mentre la Nazionale tra un mese comincerà le Qualificazioni alla prossima Coppa d’Africa senza ancora sapere chi sarà il CT. Come spesso accade in Africa, ogni briciolo di potere scatena una grande zuffa nel pollaio per ottenerne il controllo, a dispetto di un popolo che, fondamentalmente, ama alla follia il calcio.

Vogliamo lasciare la Sierra Leone con questo piccolo documentario che racconta il calcio a Freetown, come lo stavano ricostruendo i sierraleonesi dopo la guerra civile, prima che “la stronza” tornasse a farsi rivedere, non più annunciata dai tuoni dei kalashnikov, ma nella subdola forma di virus.

https://www.youtube.com/watch?v=Kwe9_gVeeQw

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