CDD FootWorld #4: FC Midtjylland, il vero calcio scientifico

Non so quanti di voi abbiano familiarità col film “L’arte di vincere”. La pellicola è del 2011, ha interpreti importanti come Brad Pitt, Jonah Hill e il compianto Philip Seymour Hoffman, e racconta della stagione 2001 della Major League di Baseball americana, in particolare della straordinaria performance degli Oakland Athletics, che, nonostante un budget irrisorio, riuscirono a stabilire il record per il maggior numero di vittorie consecutive (ben 20). Gran parte dei meriti per questo exploit sono da ascrivere al General Manager Billy Beane, che, in mancanza di soldi, si affidò a parametri statistici per scovare talenti sottovalutati che potessero dimostrare il loro potenziale con la maglia di Oakland, ovviamente a basso prezzo.

Da progressista estremista e ammiratore della statistica quale sono, provai da subito una grande ammirazione per le scelte di Beane, e cercai un possibile parallelo con il mio sport, il calcio. Difficile trovare appigli in uno sport così diametralmente opposto al baseball, ma anche al football americano, che sono sport molto frammentati, giocati sulla singola azione o sul singolo gesto, con il calcio, che è più un continuo divenire, in cui attacco e difesa si mescolano, in cui le fasi di transizione sono spesso più determinanti di quelle posizionali.

Le analisi statistiche sono ormai utilizzate largamente anche nei grandi club calcistici, tuttavia raramente l’importanza del dato è preposta a quella della soggettiva valutazione umana. Certo, magari gli osservatori di un club di Serie A analizzano quotidianamente gli score in attributi importanti come “Palle recuperate” o “Passaggi chiave” per individuare un buon centrocampista, tuttavia l’ingaggio di un giocatore passa sempre dalla visione delle partite in cui è in campo, a differenza del metodo di Beane. Il concetto, se volete conservatore, che l’esperienza e l’intuito di un osservatore siano superiori alla valutazione matematica di parametri oggettivi è ancora saldo in tutti i grandi club e in tutte le decisioni che vengono prese.

Per sovvertire tutto questo c’era bisogno di uno scommettitore. Matthew Benham, da sempre tifoso del Brentford, è un esperto di scommesse calcistiche che, grazie a modelli da lui sviluppati, ha vinto talmente tanti soldi da potersi permettere di acquistare il club del suo cuore. Con uno così al comando, era ovvio che le cose procedessero in maniera scientifica: viene da subito adottato un modello matematico per la valutazione dei giocatori e delle prestazioni. Il Brentford, anonima squadra di League One (terzo livello del calcio inglese), ha dal 2012 (anno di acquisizione totale) ottenuto la promozione in Championship, e attualmente si gioca un posto per salire in Premier League, con club molto più blasonati come Fulham, Norwich e Nottingham Forest.

L’esperimento più grande di Benham, tuttavia, inizia l’anno scorso, quando decide di espandere le filiali e salvare dal fallimento certo il FC Mydtjylland, squadra danese dal nome impronunciabile, con una bacheca di trofei tutt’altro che nutrita, ma con una più che discreta Academy giovanile. Qui entra in scena l’altro protagonista della nostra storia: Rasmus Ankersen, 32enne ex calciatore giovanile, proprio del Midtjylland, ora allenatore. Il biondo Ankersen è anch’egli una mente illuminata del mondo del calcio: è autore di un best-seller nel campo della scoperta e valutazione del talento, che mostra come il potenziale di un atleta possa non rivelarsi nelle sue perfomance a causa di fattori ambientali o semplicemente di cattiva sorte, ed è pertanto necessario stabilire dei parametri che permettano di escludere la prestazione dal processo di valutazione.

Benham, che è legato da un rapporto di amicizia con Ankersen, lo mette a capo del club e subito il danese non si fa pregare: stravolge ogni aspetto, mettendo in cima a tutto il modello matematico, purtroppo segreto, con cui valutare a livello continentale l’andamento della stagione.

“Il Greuter Furth poteva giocare in Premier League”

Leggendo un’intervista  a questo strano personaggio, questa è la frase che più colpisce. Il modello adottato al Midtjylland valuta tutte le squadre europee come se giocassero nello stesso campionato. Lo fa servendosi di alcuni “Parametri chiave”, anche questi, purtroppo, irreperibili, che descrivono in maniera affidabile la bontà del gioco espresso da una squadra. Uno di questi potrebbe essere legato alla frequenza delle situazioni di pericolo difensivo, come suggerito dal Guardian, un parametro che potrebbe essere simile all’Indice di Rischio Difensivo calcolato dall’italiana SICS.

Questo nuovo modo di classificare i club europei ha permesso allo staff del Midtjylland di avere anche nuove prospettive riguardo il calciomercato. Nella scorsa stagione, appunto, il Greuter Furth, squadra di zweite Bundesliga (secondo livello tedesco) aveva un rating paragonabile a quello di alcune squadre di Premier League, ovvero molto al di sopra del suo livello reale. Il passo successivo è stato verificare quali fossero i giocatori più presenti in questa squadra, in modo da individuare i principali artefici di questo piccolo grande successo. L’uomo del momento era Tim Sparv, mediano finlandese cresciuto nel Southampton, che tuttavia non spiccava in nessuno degli attributi solitamente usati per valutare un centrocampista: niente tackle vinti, niente palle recuperate. Ankersen non ci ha pensato due volte e ha deciso di acquistare il giocatore. “Crediamo che la sua capacità di posizionamento sia grandiosa. Vede i problemi prima che si manifestino e quindi non ha bisogno di andare in scivolata o correre molto come fanno molti altri centrocampisti fanno.”

Come hanno fatto gli analisti del Midtjylland a indicizzare il Furth al pari di alcune squadre di Premier League? Semplice. Nella scorsa stagione il Furth ha giocato con l’Amburgo in Coppa di Germania, l’Amburgo in campionato ha affrontato il Bayern Monaco, che ha sfidato il Manchester City in Champions League, basta incrociare i dati ed il gioco è fatto. Risultato? L’acquisto di Tim Sparv.

 

Nel prossimo futuro, il piano del manager danese è quello di obbligare i suoi osservatori a NON guardare le partite dei giocatori che interessano, perché i numeri già dicono che sono buoni. Il compito degli scout sarà più che altro quello di capire se i giocatori sono adatti da un punto di vista mentale al club.

Punti di contatto

Ad inizio articolo parlavamo di baseball e football americano, dove i singoli schemi su azioni che partono da gioco fermo sono determinanti per l’ottenimento dei risultati. Il punto di contatto con il calcio, da questo punto di vista, in effetti, c’è: i calci piazzati.

Il Midtjylland cura in maniera certosina le situazioni da palla inattiva, come farebbero squadre di sport molto meno dinamici come quelli americani. I risultati, anche qui, non sono tardati ad arrivare. I danesi segnano di media quasi un gol a partita sfruttando i calci piazzati e ben in tre occasioni ne hanno messi a segno quattro nella stessa partita. Lo staff e giocatori tengono riunioni mensili per ottimizzare al massimo le proprie conoscenze, recentemente anche con esperti provenienti dalla NFL. Curioso è inoltre il fatto che ad ogni calcio piazzato l’allenatore in seconda, che si occupa degli schemi, si alzi in piedi per dare indicazioni.

Oltre ad allungare la barriera avversaria con due giocatori, il Mydtjylland ne schiera una seconda per ostruire ulteriormente la visuale al portiere. Inutile dire il risultato: tiro all'angolino basso alla sinistra dell'estremo difensore e gol inevitabile.

Schema da calcio piazzato contro l’Hobro. Oltre ad allungare la barriera avversaria con due giocatori, il Midtjylland ne schiera una seconda più dietro per ostruire ulteriormente la visuale al portiere. Inutile dire il risultato: tiro all’angolino basso alla sinistra dell’estremo difensore e gol inevitabile, bastava metterla in porta.

Valutare il lavoro

La domanda ora è: tutto questo funziona? Beh, il Midtjylland attualmente sta ammazzando il campionato con 53 punti conquistati in 22 partite. Il Copenaghen segue al secondo posto a 42 punti. Ha segnato 46 gol (il secondo miglior attacco è quello dell’Esbjerg a quota 29), subendone solo 20, terza miglior difesa.

A questo punto vi aspettereste grandi proclami trionfali, per quello che con ogni probabilità sarà il primo titolo della storia del Midtjylland. Tuttavia, rifletteteci meglio, non sarebbe nello stile della società di Ankersen. E infatti, il plenipotenziario danese dichiara: “La classifica è bugiarda”. Incredibile eh? No, semplicemente il modello di valutazione applicato al campionato danese dice che sì, il Midtjylland è stata effettivamente la miglior squadra della Superliga, tuttavia la differenza col Copenaghen, dice Ankersen, non è stata così grande come la classifica potrebbe far sembrare. Buona parte di quegli 11 punti di distacco sono frutto della semplice fortuna. In quanti nel mondo del calcio, ammetterebbero di essere stati fortunati?

Il calcio che verrà

Potrebbe tutto questo segnare l’inizio di una nuova era del calcio mondiale? Non in tempi brevi, questo è certo. Come detto precedentemente, la peculiarità di Brentford e Mydtjylland è che gli uomini di statistica sono al comando diretto del club. Nel resto del mondo l’evoluzione è in atto, ma non si tratta di un rivolgimento così repentino, l’area di match analysis è sempre subordinata a tutte le altre e funge da completamento più che da principale advisor per ogni decisione. Difficile pensare che tutto questo cambi in tempi brevi, anche visto lo scarso ricambio nelle aree tecniche dei club professionistici, piene di ex calciatori e uomini di esperienza, più che di ricercatori matematici. Una cosa però è certa: un modello di gestione di questo tipo è un’opzione molto molto valida per club di caratura minore, per crescere e arrivare ai vertici di questo sport senza i grandi investimenti possibili agli altri. Razionalizzare il calcio non è sicuramente cosa facile, tuttavia le squadre di Benham dimostrano che è, per percentuali piuttosto buone, possibile.

C’è da dire che il talento è comunque relativo. Dubito che se prendessimo Tim Sparv e lo mettessimo titolare in Serie A potrebbe giocare bene come gioca in Danimarca, inoltre per un campionato di livello più alto è per forza di cose più difficile trovare talenti sottovalutati abbastanza buoni. Il principio, tuttavia, è molto interessante. In Italia qualcosa di simile lo sta facendo l’Empoli: i talenti poco considerati ci sono, l’attenzione ai calci piazzati c’è, la difficoltà delle avversarie a creare situazioni pericolose anche, che Sarri e il suo staff ci stiano nascondendo qualcosa?

La domanda sorge spontanea: e se un grande club con grandi mezzi economici adottasse questo approccio? La risposta potrebbe arrivare anche tra decenni, purtroppo per la nostra curiosità scientifica. Certo che chi ha visto “L’arte di vincere” sa che nel 2003 i Boston Red Sox, una delle più grandi franchigie della MLB, hanno vinto le World Series grazie alle idee di Beane…