CDD FootWorld #5: Il profeta nel deserto

Difficile piantare semi nel deserto. Le sabbie roventi dell’Arabia non sono certo il terreno migliore per produrre frutti rigogliosi. D’altronde, sotto terra, da quelle parti, più che scavare piccole buchette per adagiarvi minuscole sementi, si trivella per chilometri alla ricerca dell’oro nero.

Di petrolio sono fatti i mattoni che hanno costruito le sfavillanti cattedrali di Dubai, che stanno alla base degli Emirati Arabi Uniti, colosso dell’economia globale da decimo reddito pro capite medio nel mondo. Di petrolio sono fatti i soldi che hanno attirato tanti giocatori sul viale del tramonto nel dorato campionato degli Emirati.

Germogli

Come nelle migliori storie di Salgari, tuttavia, un’oasi felice sfida il deserto del Medio Oriente. A quanto pare, i semi del talento calcistico dopotutto hanno attecchito anche nel deserto arabico, perché il 20 settembre 1991, a Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita nasceva Omar Abdulrahman, il più forte calciatore che non avete mai visto (per ora).

I suoi genitori sono originari del vicino Yemen, di etnia hadhramita, un popolo che da 2000 anni sperimenta una incontenibile diaspora che li ha portati a diffondersi dalla Somalia al Brunei.

Omar comincia a giocare a calcio per strada, coi suoi fratelli Khaled e Mohammed, che finiranno per essere suoi compagni di squadra per sempre.

Khaled e Mohammed portano in trionfo il loro fratellino Omar. Tutti e tre giocano nell’Al Ain.

Viene, ovviamente notato. Il primo a scoprirlo è Abdulrahman Eissa, un osservatore che vorrebbe portarlo all’Al Hilal già nel 2000. Sembra l’ora per il piccolo Omar di entrare nel mondo del calcio professionistico, ma non se ne fa niente. In Arabia Saudita, infatti, è possibile per gli stranieri di origine araba ottenere la cittadinanza dopo dieci anni di residenza nel regno. Nonostante esista questa possibilità, per molti risulta difficile sfruttarla, per ragioni principalmente economiche. Il club si offre di aiutare Omar ad ottenere il passaporto saudita, ma non è disposto a fare altrettanto per il resto della famiglia. Il padre Ahmed decide di rifiutare. Vuole stabilità per tutta la sua famiglia, non caricare di eccessive responsabilità il suo piccolo figlio di nove anni.

Eissa comunque non demorde e segnala negli Emirati Arabi Omar e i suoi fratelli, che sono più grandi di lui di qualche anno, ma che già faticano a stargli dietro. L’Al Ain, il club più titolato della lega, fiuta l’affare: stavolta si fa. Tutta la famiglia come per incanto diventa di cittadinanza emiratina e si trasferisce nell’UAE, Omar parte per uno stage in Germania e torna con la maglia viola addosso.

Primavera araba

I capelli dovevano ancora crescere, ma a talento eravamo già abbondanti.

Omar Abdulrahman si segnala da subito come un talento che nel deserto non si è mai visto. Nel 2009 gioca un torneo internazionale con l’Under 17 del club in maglia viola. Appena finisce il torneo il mister della prima squadra, tale Winfried Schäfer, tedesco ora finito ad allenare la selezione giamaicana, se lo porta in prima squadra. Ha 17 anni appena, ma esordisce in prima squadra e ci mette poche partite ad essere decisivo. Siamo alla semifinale di Etisalat Cup, la coppa nazionale emiratina, l’avversario è l’Al Jazira, ma il sinistro è quello di Omar, che spara da fuori e impatta una traversa che trema ancora, la respinta favorisce un compagno che segna il gol decisivo per la finale.

La favola sembra iniziata, arrivano i primi trofei e i primi riflettori, ma non può essere così facile, non lo è mai. E infatti il ginocchio di Omar tiene poco: due infortuni al crociato in due stagioni ne frenano l’esplosione. Nel mezzo, la meravigliosa stagione 2010-2011, quando il Mago Jorge Valdivia lascia l’Al Ain per tornare al suo Palmeiras. Lascia la 10, e la lascia ovviamente al nostro mancino dai capelli riccioluti, che assomiglia a David Luiz, ma che vede calcio come pochi. Il ventenne Omar illumina la stagione dei viola, che hanno copiato le magliette dell’Anderlecht dopo averci giocato contro in amichevole negli anni ’80. Saranno 11 le reti ed 8 gli assist, ma innumerevoli sono gli scatti e i dribbling in velocità che lo portano ad essere nominato “Miglior talento del campionato”.

Sogno di una notte di mezza estate londinese

Nel 2012 Omar torna più forte che mai: l’infortunio sta cambiando pian piano il suo modo di giocare. Il 10 dell’Al Ain non cerca più insistentemente la percussione palla al piede, ha un approccio più altruista alla partita, spesso rimanendo indietro e cercando l’assist per i compagni, più che la gloria personale. Gli assist, tra l’altro, gli riescono tremendamente bene.

In estate vola a Londra con la sua nazionale, pronto a tentare l’avventura Olimpica nella capitale inglese. Tutti aspettano Neymar e il suo Brasile, i padroni di casa della Gran Bretagna, guidati dall’incommensurabile Ryan Giggs, l’Uruguay di Suarez e Cavani. Due di queste tre compagini sono avversarie, con il Senegal, della selezione emiratina, destinata a fare da vittima sacrificale.

L’esordio con la Celeste, però sembra andare diversamente. Omar gioca una partita sontuosa, una serie incredibile di giocate nello stretto e passaggi da far accapponare la pelle. Gli mettono alle costole il cagnaccio Arevalo Rios, che però non ci capisce niente e non lo prende mai. In vantaggio ci vanno gli Emirati, Omar prende palla a centrocampo, la porta e quello che succede dopo è ai limiti del possibile. Colpisce la palla di esterno sinistro con una potenza che difficilmente gli dareste, imprimendo una traiettoria curvata che sembra schivare col radiocomando gli avversari. La palla taglia le linee del modulo avversario come il proverbiale coltello nel burro, alza il dito medio alla buon’anima di Isacco Newton, e approda sui piedi del capitano Matar, che controlla incespicando e quasi vanificando tutto, prima di insaccare l’1 a 0.

La partita, però, finisce con la vittoria 2 a 1 dell’Uruguay, il destino di Omar sembra quello di predicare calcio in una terra che lo ascolta solo a tratti, per non dire che non lo ascolta per niente. Il 15 dei rossi si guadagna i complimenti di Suarez e Giggs, oltre che un consolatorio punto contro il Senegal, fermato sull’uno pari.

Finite le Olimpiadi, i calciatori se ne tornano a Dubai, tutti tranne Omar. Il Manchester City vuole provinare il giovane fantasista che ha incantato tutti. Il filo che lega il City all’Al Ain e agli Emirati è doppio, triplo, quadruplo, quello che volete. Lo sceicco Mansour che controlla il gruppo Citizens è fratello del principe Mohammed, che oltre a ricoprire importanti incarichi nel governo dell’UAE, è anche plenipotenziario dei viola dell’Al Ain e uomo forte di Etihad che campeggia sulle maglie dei blue di Manchester.

Un contratto di quattro anni aspetta Omar, che però non riesce ad ottenere il permesso di lavoro, necessario per giocare in Inghilterra agli extracomunitari, a causa di questioni legate al ranking FIFA troppo basso della sua Nazionale. Si ritorna all’Al Ain.

Riccioli d’oro

La stagione 2012-2013 è spaziale: mette in fila assist e gol senza sforzo, venendo nominato miglior giovane arabo dell’anno. Le quotazioni di Omar raggiungono le stelle: la lista di squadre europee che lo seguono è lunghissima, lui non nasconde una certa simpatia per il Barcellona, che però sulla maglia ha il logo dei rivali economici di Qatar Airways, dura imbastire una trattativa. Wenger ci prova e offre un provino, ma la lettera ritorna al mittente con un gentile rifiuto allegato.

Amoory (“Ricciolone”) è amato trasversalmente da tutto il mondo arabo e non potrebbe essere altrimenti. Il suo modo di giocare non può non conquistare, ha dei colpi quasi inumani. Scodella sopra le teste dei difensori avversari, nella terra di nessuno appena fuori dal raggio d’azione del portiere, con parabole così perfette che non sfigurerebbero in un corso di Analisi I. Il suo tocco d’esterno ha del miracoloso, il suo modo di danzare toccando il pallone di suola non ha paragoni nemmeno nel grande calcio europeo, se perde palla è il primo a rincorrere l’avversario, il suo sguardo non tradisce mai un’emozione, ogni suo possesso trasuda genio calcistico.

Le sponsorizzazioni, ovviamente, fioccano. Nel 2013 lega ancor di più la sua immagine al mondo arabo firmando per essere testimonial di Etisalat, colosso delle telecomunicazioni controllato dal governo degli Emirati, cioè dalla famiglia del solito Principe Mohammed.

“Omar è un tesoro nazionale”, dichiara il presidentissimo ad inizio stagione 2013-2014. La sensazione è che senza di lui il calcio nella penisola arabica tornerebbe l’asfittico deserto senza futuro che è sempre stato. Sono 17 gli assist che serve ai suoi compagni, tra cui il sempreverde Asamoah Gyan, nella scorsa stagione. È lui il faro che illumina tutto il movimento, architettando, costruendo e rifinendo il gioco come nessuno dei suoi contemporanei fa in quell’angolo di mondo.

Coppa d’Asia da protagonista

In Nazionale è dove le doti di profeta del calcio di Omar emergono di più. Il 2015 comincia con la Coppa d’Asia australiana, dove gli Emirati arrivano con buone speranze di passare il girone, ma poco altro. Il raggruppamento vede una delle favorite, l’Iran, e due incognite come Qatar e Bahrein. Il CT Mahdi Ali consegna le chiavi della squadra alla sua stella, che viene lasciata libera di girare per il campo e giocare più o meno come gli pare. Amoory ci mette poco a farsi notare: col Qatar orchestra la larga vittoria per 4 a 1, col Bahrein dopo 20 secondi ha già mandato in porta il compagno Ali Mabkhout, uno di quelli che nel torneo farà bella figura soprattutto grazie al suo compagno con la 10. L’altro in questo club è il discreto attaccante dei rivali dell’Al Ahly Ahmed Khalil, veloce e fisicato, che sistematicamente viene mandato in porta dai passaggi del fantasista.

L’UAE passa come seconda perdendo lo scontro diretto contro l’Iran di Queiroz che parcheggia il bus e la sfanga nonostante una grande prestazione di Amoory. I quarti vedono davanti i campioni in carica del Giappone, strafavoriti per l’approdo in semifinale. I tempi regolamentari finiscono 1 a 1, si va al 120esimo ma la mezz’ora in più non cambia le cose: calci di rigore. Un altro grande 10 mancino asiatico, Keisuke Honda, spara in curva il suo rigore. Omar invece, senza recedere dalla sua espressione concentrata, cesella un cucchiaio di neoclassica perfezione che regala una storica semifinale.

Gli avversari sono gli australiani, che andranno poi a vincere la competizione. I compagni di squadra di Omar mettono in mostra tutta la loro inadeguatezza: la difesa sembra andare al rallentatore a confronto degli attaccanti gialloverdi, che li infilano in più di un’occasione. Finisce 2 a 0.

La finale per il terzo posto vede di fronte l’altra sorpresa della manifestazione, l’Iraq. Omar gioca una partita da antologia, produce una sinfonia di giocate spettacolari, fornisce due assist, entrambi clamorosi, e trascina la squadra a un incredibile podio continentale che mancava dal 1992, quando sulla panchina sedeva un certo Lobanovsky.

AFC Asian Cup 2015
Omar morde il suo bronzo decisamente meritato.

Profeta in patria

Dopo la vetrina della Coppa d’Asia, si pensava fosse giunta l’ora per un suo arrivo in Europa. Ci sono stati i rumours, ma non se ne è fatto nulla, ancora una volta. Il filo che lega Amoory al suo deserto forse è troppo stretto, tanto che il primo di marzo ha firmato il rinnovo con il suo club. L’Al Ain gli garantirà un ingaggio da stella, in euro si tratta di circa 3 milioni e mezzo annui, che per un ’91 confinato nella periferia del calcio non sono niente male. Solitamente sono i club arabi che importano dall’Europa, piuttosto che il contrario, sono situazioni difficili da gestire per le società del vecchio continente. Negli Emirati non esistono procuratori, il controllo totale del cartellino è nelle mani dei club che sono interlocutore unico nelle trattative. Sembra quasi una dinamica da altri tempi, in cui Puskas e di Stefano venivano al Real Madrid a 31 e 27 anni rispettivamente, quando il cuore pesava più dell’ambizione o dei soldi.

Francamente non sappiamo cosa sperare. Vederlo in Europa significherebbe toglierlo dal suo mondo, col rischio che i problemi di ambientamento danneggino le sue qualità immense e il suo rendimento. D’altronde, la curiosità verso quello che potrebbe fare se adeguatamente indirizzato da un Guardiola o da un Ancelotti, in competizioni realmente probanti, è enorme.

Nell’attesa di nuovi sviluppi, ci godiamo altri 20 minuti di genialate con un pallone tra i piedi.

https://www.youtube.com/watch?v=nR7JDAeBOrg

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