CDD FootWorld #7: La rinascita del Club Bruges

Quando Timmy Simons faceva la doccia con lo champagne a compagni di squadra e fotografi, non credo immaginasse che una simile euforia, da calciatore, non l’avrebbe provata più.

Simons stava alzando il trofeo della Jupiler Pro League da capitano del Club Bruges, o Brugge, se state alla meno elegante lezione olandese. Un’impresa, questa, che i nerazzurri compivano per la tredicesima volta nella loro lunga storia, ma che non hanno più replicato da allora, anno domini 2005.

Nei dieci anni che sono passati, nove allenatori diversi hanno occupato la panchina della prima squadra di Bruges, tutti con l’unico, vitale obbiettivo del titolo. Di questi nove, otto hanno fallito, miseramente o con onore, e da quella panchina sono stati scalzati.

Quest’anno, tuttavia, le cose sembrano poter cambiare. Solo la cervellotica struttura della Pro League ha fatto sì che la superiorità di fatto dimostrata per gran parte della stagione non sia ancora stata certificata dalla matematica. Al termine delle 30 giornate di stagione regolare, infatti, le prime 6 forze del campionato disputano un mini-torneo di dieci giornate in cui partono da un punteggio pari alla metà di quello maturato nella stagione regolare. Nemmeno proviamo a spiegarvi l’intricato destino che aspetta le altre dieci squadre del campionato, perché servirebbe quasi un articolo a parte.

La superiorità del Bruges, dicevamo, è stata piuttosto evidente: i nerazzurri hanno guidato la classifica per tutto il girone di ritorno, palesando una grande solidità di squadra e grandi doti nei loro avanti. In Europa League il cammino è stato finora davvero buono: i nerazzurri sono ai quarti di finale da imbattuti, hanno ottenuto il primato nel loro girone eliminando il più quotato Copenaghen (solo l’anno scorso boia della Juve di Conte in Champions) e superando anche l’ottimo Torino di Ventura. Lo 0 a 0 ottenuto in casa con gli ucraini del Dnipro, inoltre, lascia buone possibilità di accedere a una storica semifinale continentale, che in Belgio non si vede da un bel po’.

Personaggi ed interpreti

Con i tifosi che fremevano e le prestazioni sportive che deprimevano sempre di più, al Club Bruges serviva nuova linfa vitale. Nel 2010 il presidente Pol Jonckheere chiede consulenza a un certo Bart Verhaege, imprenditore del mondo dell’edilizia che un paio di anni prima si era occupato del progetto (poi sfumato) del nuovo stadio. Lo scopo di Jonckheere è quello di capire il perché il Bruges non riesca a colmare il divario con Anderlecht e Standard, che dominano la Lega. In realtà il presidente firma la sua condanna a morte. Il responso di Verhaege è netto: l’organizzazione del club è troppo tradizionale, occorre un General Manager e un’impostazione da azienda moderna. In un paio di anni Verhaege rivolta come un calzino tutto: riesce ad entrare nel consiglio di amministrazione, da dove promuove l’assunzione di nuovi dirigenti e il licenziamento di alcuni di quelli già presenti. Jonckheere la prende a male e prova a fare la voce grossa, ma commette un grosso sbaglio: il CdA lo dimissiona e lo sostituisce con l’astro nascente di Verhaege.

Verhaege a sinistra, Mannaert a destra, la coppia che ha rivoluzionato il Club Bruges.

Il ruolo più importante, quello di GM, lo ricopre Vincent Mannaert, vulcanico dirigente tra i responsabili del piccolo miracolo dello Zulte Waregem, che, fondato nel 2001, già nel 2006/07 fu in grado di competere in Coppa UEFA grazie alla vittoria della Coppa del Belgio nella stagione precedente. Come Direttore Sportivo viene scelto Henk Mariman, guru del calcio belga, che ha cresciuto talenti quali Jan Vertonghen, Moussa Dembélé, Nainggolan, Alderweireld e Vermaelen.

Un Santo per arrivare al Paradiso

Nonostante le grandi rivoluzioni societarie, mancava ancora qualcosa al Club per poter aspirare a un titolo che cominciava pesantemente a mancare. Forse, quel qualcosa è arrivato quest’estate e si è seduto sulla panchina nerazzurra. Si tratta di uno dei più grandi giocatori della storia del calcio belga, nonché di uno dei migliori portieri mai visti: Michel Preud’homme, detto il Santo, rileva lo spagnolo Garrido alla guida tecnica del Club Bruges. Si tratta, a pari del CT della Nazionale Wilmots, del migliore allenatore belga attualmente in attività: nel 2008 vince il titolo con lo Standard dopo 25 anni di digiuno, l’anno dopo porta il Gent al secondo posto del campionato, nemmeno mai sfiorato in precedenza, vince la Coppa d’Olanda con il Twente nel 2011 e finisce secondo dietro all’Ajax, poi se ne va in Arabia a fare la bella vita, ovviamente vincendo anche qui il titolo con l’Al-Shabab, da imbattuto.

Al di là della buona qualità della squadra, di cui parleremo dopo, appare chiaro come la capacità di portare serenità e motivazioni di Preud’homme abbia davvero fatto la differenza finora. Lampante è il caso di Victor Vazquez, centrocampista spagnolo che ai tempi del Barcellona B con Jonathan Soriano formava una coppia spettacolare. A causa di una personalità non troppo costante le sue prestazioni non hanno mai reso onore ai paragoni di gioventù che lo accostavano a Xavi e Don Andés. In questa stagione, tuttavia, Vazquez ha subito una trasformazione clamorosa, regalando assist e gol in grande quantità e soprattutto in grande stile.

Lungimiranza

Scorrendo la rosa del Bruges e mettendo in parallelo i nomi con le prestazioni salta all’occhio quale sia stata la qualità del lavoro degli scout nerazzurri. Il Club non ricicla nomi altisonanti scartati da squadre maggiormente blasonate, ma piuttosto cerca e valorizza talenti ancora inespressi o sconosciuti al grande calcio. Gli esterni d’attacco Izquierdo e Felipe Gedos, entrambi giovani, rapidi e sfrontati, entrambi decisivi con continuità sono solo due esempi della capacità di portare talento in Europa del Bruges. Di Vazquez abbiamo già detto, ma un altro redivivo è l’israeliano Lior Refaelov, ambidestro, che è lì dal 2011, ma che mai come quest’anno si è dimostrato un devastante: 17 gol e 19 assist per un giocatore di grande visione e grande tecnica, che però aveva avuto devastanti problemi di continuità.

Davanti, partito l’ottimo Nicolas Castillo alla volta della Bundesliga, il posto è del veterano De Sutter, ma il nome del futuro è quello di Obi Oulare, imponente classe 1996 autore di 7 gol tra cui un importantissimo colpo di testa nell’ultima uscita contro l’Anderlecht, che ha lanciato i nerazzurri verso la vittoria finale. Tra i settori giovanili del Belgio, mediamente molto floridi, quello del Bruges non è probabilmente il migliore, tuttavia qualche buon talento lo hanno lanciato, oltre a Oulare: Brandon Mechele (1994) ha guidato con personalità, assieme al costaricense Oscar Duarte, la difesa nerazzurra per tutta la stagione, anche se il nome che ha più rimbalzato anche in Italia è quello di Thomas Meunier, terzino destro del ’91 ormai maturo per un grande campionato, grazie alle sue grandi doti fisiche e tecniche. Menzione per Storm (’94) esterno che si è spesso messo in mostra da subentrante, così come l’esplosivo Bolingoli-Mbombo (’95), mancino a tutta fascia autore di una straripante doppietta contro il Besiktas in Europa League. Il capitano, Timmy Simmons, a 38 anni è ancora là in mezzo a portare acqua come un ragazzino insieme all’olandese Vormeer, ma i due formano anche una coppia da 13 gol stagionali, mica male per due mediani.

La stella della squadra è comunque il portiere: Matty Ryan, australiano classe 1992, portiere dall’avvenire decisamente roseo: grandi riflessi, ottima esplosività, buoni piedi (entrambi) e capacità di lettura. Lo limita un po’ la statura contenuta (1,84 m), ma si tratta di un portiere moderno con dei numeri da grande torneo.

Dieci anni dopo

Sembra essere la volta buona, per il Brugge. Il vantaggio in campionato è ancora risicato: solo due punti di distacco sul Genk guidato dai ragazzini terribili Simon e Raman. Non vorrei fare il gufo, ma confido decisamente che la superiorità manifestata per tutta la stagione si concretizzerà anche nelle sette partite rimanenti nel Gruppo Scudetto. Nel frattempo è arrivata la soddisfazione in Coppa del Belgio, con la finale vinta 2 a 1 superando ancora una volta i rivali dell’Anderlecht, grazie a una perla al novantesimo di Lior Refaelov.

Quello che possiamo prendere dal Bruges è la decisa modernità con cui è organizzato. Manifesto di questo è la figura di Siebe Hannoset, giovane “Performance Coach”, figura eclettica che sperimenta diverse tecniche di screening per valutare le condizioni e le abilità dei calciatori, oltre all’occuparsi di match analysis, della dieta dei calciatori e dello sviluppo di una app per mettere insieme e trattare tutti questi dati. Il calcio a grandi livelli non può più prescindere da figure di questo tipo, che ottimizzino i metodi di allenamento tradizionali e ne sperimentino di più avanzati, cosa che in Italia ancora si vede poco.

Nonostante le ombre sul suo insediamento e su alcuni passaggi della sua gestione, Verhaege ha costruito una società ben strutturata, con una grande forza di scouting e un settore giovanile in crescita. La grande prestazione in Europa League è un primo segnale del fatto che le cose stanno cambiando in Belgio: un movimento che migliora di anno in anno e che lancia talenti con una costanza che ha pochi paragoni nel calcio mondiale.