CDD FootWorld #8: la partita che ferma il Paraguay, Cerro – Olimpia

CDD FootWorld, lo sapete, viaggia per il mondo alla velocità della connessione internet. La settimana scorsa il tachimetro segnava 0 byte/s, grazie alle avanzate tecnologie a disposizione della rete telefonica italiana, quindi il nostro viaggio è stato costretto a prendersi una pausa. Ora la normalità è ristabilita, siamo pronti a ripartire…

Ritorniamo in Sudamerica, in Paraguay, un paese che spesso rimane dimenticato, soffocato com’è dai giganti del Sudamerica, costretto a rimediare da vivere sull’inutile Chaco (no, non Chavo, quello è un altro sport). Per il controllo dell’altipiano negli anni ’30 il Paraguay ha combattuto una dura guerra contro la Bolivia, attratto dalla chimera di giacimenti petroliferi nel sottosuolo. La guerra l’hanno vinta, ma fatalità l’oro nero si è scoperto solo nelle piccole aree assegnate dai trattati a La Paz. Nell’animo paraguayano, il mainagioia è un po’ uno stile di vita.

Il popolo del Paraguay, il cui nome deriva dal guaranì e parla di un oceano (“parà”) che però è tenuto lontano da centinaia di chilometri di territorio straniero, ha imparato ben presto a combattere per ogni centimetro di felicità nella propria vita, ha un animo placido, che però è pronto ad esplodere quando minacciato, come vi aspettereste da un piccolo e debole paese.

Nel 1811 il sogno dell’Indipendenza appena proclamata dalla Spagna fu minacciato dall’invasione dell’esercito argentino, che in un primo tempo sembrò incontenibile. La vittoria decisiva fu quella della battaglia di Paraguarì, in cui le truppe del neonato Paraguay respinsero quelle degli invasori argentini nei pressi di una collinetta, che all’epoca si chiamava Colle Mbae, o, per dire in spagnolo, Cerro Mbae. Dal giorno dopo, tuttavia, il nome di quel Cerro venne trasformato, in modo che ricordi la sconfitta degli argentini, i porteños. Il Cerro Porteño, un nome che 101 anni dopo qualcuno si ricorderà.

Come nella storia di quasi tutti gli stati sudamericani, il calcio è arrivato in Paraguay come un affare di damerini, come il nuovo divertissment per la classe agiata. Nel 1902 un olandese, William Paats, raduna un gruppetto di giovani aitanti e li mette insieme per fondare la prima squadra di calcio dell’intero paese. Il nome è a lungo dibattuto, ma la scelta ricade su una lezione evocativa e classicista: Club Olimpia Asuncìon, in onore della città greca sede degli antichi Giochi.

Il Club Olimpia Asuncìon degli albori.

Il primo campionato paraguayano si gioca nel 1906, ma l’Olimpia alza, quasi a sorpresa, il primo trofeo solo nel 1912. Come nelle migliori leggende di epica, alla vittoria di uno degli eroi corrisponde la genesi del suo più acerrimo antagonista. 101 anni dopo la battaglia del Cerro Porteño, qualcuno si ricorda del valore dimostrato dai ragazzi paraguayani nel lottare contro gli avversari, e pensa che è quello lo spirito che vorrebbe per la squadra di calcio che sta per fondare. Nasce il Club Cerro Porteño, che adotta una meravigliosa divisa azul-grana cercando in maniera un po’ naif di risolvere il conflitto interno tra colorados e liberal che terrà il paese per decenni in una situazione di pericolosa instabilità politica. Il Cerro da subito diventa “El Club del Pueblo”, perché sì, il calcio in Sudamerica ci è arrivato come affare di ricchi fighetti, ma il linguaggio del gioco è universale e la gente comune ci ha messo poco ad impararlo.

La rivalità si accende praticamente subito, perché il Cerro al primo tentativo vince il titolo da imbattuto strappandolo proprio all’Olimpia. Ben presto Cerro – Olimpia si impone come la partita più importante di Asuncìon, nonostante nella capitale ci siano almeno sei club di primo livello. L’anno dopo poi si arriva a un tremendo testa a testa per il titolo, e nemmeno due partite di spareggio riescono a rompere la parità. Stagione successiva e la situazione è la stessa, ma alla seconda partita di spareggio si decide di aggiungere anche i tempi supplementari per dare una fine al campionato. Detto fatto: il Cerro ne mette tre in un quarto d’ora e si guadagna sul campo l’appellativo di “Ciclòn”.

La squadra del Cerro campione del 1913, dieci mesi dopo la sua fondazione.

Saltiamo al presente, perché ovviamente la nemesi si è allargata ed estesa, perché ormai gli argomenti di discussione sono innumerevoli, perché, a tutti gli effetti, in Paraguay esistono solo Cerro ed Olimpia. Il 90-95% dei tifosi calcistici del Paraguay tifa Olimpia o Cerro, e anche chi non tifa Cerro, nel dubbio si schiera contro l’Olimpia, che è il club più titolato del paese e veste in bianconero. Una situazione che, in Italia, conosciamo molto bene.

Parlando di numeri, la bilancia pende a favore dell’Olimpia, che batte 39 – 30 (trentanove a trenta, esatto) i rivali nel conto dei titoli nazionali, per un totale di 69 su 108 assegnati che è finito nelle bachece dei due club. La vera chiave di volta nel conflitto, almeno per parte dei tifosi del Decano, sono i titoli internazionali. I bianconeri hanno un record di 12 semifinali di Libertadores, risultate in 7 finali, che hanno portato 3 coppe in cassa. Per contro, il Cerro non ha mai raggiunto la finale e ogni anno la pressione di dover in qualche modo pareggiare i conti sembra frenarli.

Tuttavia negli ultimi anni l’Olimpia sta attraversando un periodo di crisi di cui forse solo in questi giorni si comincia a vedere la fine. L’ultimo titolo vinto risale al 2011, quando sulla fascia galoppava il giovanissimo Juan Iturbe, ma dobbiamo tornare indietro al 2000 per vedere nuovamente il loro nome nell’albo d’oro. Il Club è stato colpito da una profonda crisi economica mai del tutto sanata, che ha messo in luce anche l’inadeguatezza della sua infrastruttura societaria. Il Cerro invece possiede un ottimo settore giovanile, il cui prodotto più scintillante è “il Niño” Sergio Diaz, nome recentemente circolato anche in Italia viste le voci di calciomercato che lo vorrebbero obbiettivo della Roma. Questo classe 1998 mancino ha esordito in prima squadra a 15 anni e ha già messo a segno 11 gol in 28 apparizioni col Ciclòn. Il talento c’è sicuramente, un ottimo dribbling nello stretto e un discreto calcio, anche se va affinato nella tecnica di base e nella tattica individuale.

 La partita

3 maggio 2015, alle 22.30 italiane il Paraguay si ferma, perché il meraviglioso, meraviglioso Defensores del Chaco di Asuncìon si riempie fino all’ultimo ordine di posto per assistere al Superclasico.

Il Cerro arriva da capolista, a pari punti con il Guaranì che ha vinto l’altro big match di giornata col Libertad. Le squadre di Asuncion si stanno contendendo il titolo in un duello a due dal quale l’Olimpia è escluso insieme a tutte le altre. I bianconeri lottano con Sol de América e Libertad per un buon piazzamento alle spalle delle due fuggitive.

Entrambe le squadre scendono in campo con un classico 4-4-2, difesa bassa e lanci lunghi come nella tradizione arroccata e combattiva del calcio paraguayano. Sergio Diaz fa coppia con José Ortigoza, miglior marcatore degli azul-grana con 9 centri. Spicca al centro della difesa il trentenne Victor Hugo Mareco, difensore centrale che i tifosi del Brescia del Verona ricorderanno bene.

Anche l’Olimpia manda in campo un giovanissimo talento: il classe 1997 Saùl Salcedo si pianta nel mezzo della difesa bianconera assieme a Carlos Rolòn, anche lui molto giovane essendo nato nel 1993. In mezzo agisce il veterano della nazionale Cristian Riveros, a fianco dell’elegante cervello calcistico di Mendieta, davanti l’uruguagio Salgueiro in coppia con Acuña, giocatore di grande movimento ma dai piedi rivedibili.

Il match è di una bellezza epica, le squadre giocano in 70 metri dal calcio d’inizio, col risultato che le azioni pericolose si ripetono con frequenza altissima. Il Cerro imposta una partita di aggressione, mandando i suoi due attaccanti e i suoi esterni in pressione costante su chiunque porti il pallone nella metà campo avversaria, sporcando molto il gioco dell’Olimpia, che infatti si sviluppa più che altro per palle lunghe per tutta la prima frazione. L’arma scelta dall’entrenador dei bianconeri Francisco Arce sono i cambi di gioco, che però risultano spesso imprecisi. Il punto debole del Cerro è la difesa, dove Mareco appare in difficoltà fisica fin dalle prime battute, viene sistematicamente bruciato dai rapidi attaccanti avversari e si becca pure un giallo all’ottavo minuto che lo condizionerà ancor più per tutta la partita.

Il Cerro gestisce palla molto meglio degli avversari, guadagnando campo con passaggi verticali palla a terra propiziati dal grande movimento dei suoi avanti: il veterano Fabbro parte dalla sinistra e taglia tutto il campo creando spazi e superiorità numerica, Ortigoza fa da perno centrale assistendo gli inserimenti dei suoi compagni. Con questo meccanismo arriva il vantaggio: Benitez combina con Fabbro sulla destra e trova Ortigoza che attira su di sè mezza difesa prima di servire il Niño Diaz che a dispetto della carta d’identità che dice 17 anni infila di sinistro Campestrini sotto le gambe con grande freddezza: 1 a 0 e la festa del Cerro esplode al quindicesimo.

Diaz ha un altro paio di occasioni, stavolta col destro: lo scatena dal limite al ventottesimo, ma Campestrini si supera, pochi minuti dopo riceve a centro area il servizio del capitano Bonet, che a 37 anni si fa tutta la fascia di corsa per servire il suo giovanissimo compagno, il quale manda a lato in maniera francamente inesplicabile.

Il Cerro sta spendendo tanto e infatti l’Olimpia comincia a venire fuori: sale in cattedra Mendieta che in mezzo al campo gioca una partita sontuosa col pallone tra i piedi, anche se la sua squadra fatica a penetrare in area  di rigore per la mancanza di un vero centravanti, dato che sia Salgueiro che Acuña tendono a svariare molto. Proprio quest’ultimo allo scadere della prima frazione si mangia un gol clamoroso calciando in bocca a Barreto in uscita dopo un servizio magnifico di Mendieta che aveva tagliato come il burro la linea difensiva. Manca un rigore solare per il Cerro che quando può riparte in maniera pericolosissima: Saul Salcedo stende Ortigoza lanciato a rete, l’arbitro probabilmente guardava qualche bella tifosa in tribuna.

Il secondo tempo si apre con una sostituzione conservativa per il Cerro: l’allenatore Roberto Torres toglie Diaz per inserire l’esterno Blàs Cacéres, spostando Fabbro in posizione più centrale. Il copione cambia poco: l’Olimpia spinge e il Cerro cerca di ripartire. Al secondo minuto il buon esterno del Decano Salinas coglie un palo clamoroso colpendo di testa da pochi passi, mancando di approfittare dell’uscita a farfalle di Barreto e della dormita del terzino Alonso.

Ortigoza ha un’altra occasione per calciare in porta, ma Campestrini para e il centravanti del Cerro deve chiedere il cambio per un problema fisico: entra il vivace attaccante classe 1994 Cécilio Dominguez. L’Olimpia si gioca il tutto per tutto togliendo il giovanissimo Salcedo, che ha dimostrato ottimi piedi e personalità ma grandi limiti difensivi, e l’impalpabile Salgueiro. Entrano l’esterno Vargas e il centravanti Ovelar, giocatore fisico che può dare quella presenza in area di rigore che mancava.

Dominguez fa vedere le sue qualità scappando a Rolon in contropiede, portando a spasso mezza difesa e calciando un gran destro che però fa tremare la traversa a Campestrini battuto. Il gioco molto dispendioso chiesto agli attaccanti azul-grana ha la meglio anche sul trentatreene Fabbro, che esce a favore del medianaccio Alexis Gonzaléz al minuto 71.

L’Olimpia continua a schiacciare gli avversari nell’area di rigore, in una partita in cui gli schemi tattici, fin dall’inizio piuttosto interpretabili, hanno lasciato il posto alle iniziative personali dei giocatori, che praticamente sempre partono a testa bassa cercando di scartare tre avversari in una volta. Al minuto 81 gli sforzi del Decano vengono premiati: Mendieta batte un corner, la palla gli ritorna sulla respinta, rimette il cross che trova la zampata vincente del subentrato Ovelar, dimenticato da un imbarazzante Mareco: empate 1 a 1.

La partita negli ultimi minuti è una sinfonia di dribbling, lanci e interventi al limite, ma entrambe le squadre sembrano sfinite e non producono nulla. Si arriva al fischio finale con un pareggio che consegna la vetta solitaria al Cerro, seppur di un solo punto sul Guaranì. Il Defensores del Chaco saluta con un’immensa ovazione le due squadre, che per due ore hanno congelato il Paraguay intero, oltre che un piccolo spettatore italiano che si è guardato la partita su YouTube, e che nonostante la qualità d’immagine paragonabile a una partita di PC Calcio 5, non è riuscito a staccare lo sguardo dallo schermo.