Hopeball – Il calcio come veicolo di speranza

HOPEBALL – LA VICENDA

Hopeball – Gianmarco mi saluta da una stanza semibuia, cappellino bianco e volto visibilmente stanco. Eppure la voglia di parlare non manca. Skype brucia le distanze e lo Zambia e l’Italia non sembrano più così distanti. Ci salutiamo con un semplice sorriso, un po’ per l’imbarazzo, un po’ per rompere il ghiaccio. Comincio io. Ho una scaletta che mi sono preparato nei giorni precedenti. La fisso, poi guardo Gianmarco e gli faccio con fare scanzonato: “Avrei anche appuntato una serie precisa di domande da farti, ma alla fine mi piacerebbe improvvisare”. Un cenno di assenso. Si parte.

“Lo sai che c’è Emanuele, è che lo sport mi ha dato talmente tanto nella mia breve vita, che sentivo dentro il desiderio di restituire qualcosa in qualche modo. Hopeball è solo il mezzo – prosegue – non il fine”. 

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Gianmarco e i ragazzi del progetto Hobeball

Questa frase è l’incipit della storia di Hopeball, un progetto di volontariato nato grazie al supporto della Whanau Onlus (http://whanauonlus.com/en/ per chi volesse approfondire). Il deus ex machina di tutto è appunto Gianmarco Duina,  ragazzo milanese di 21 anni con un infinita passione per lo sport. Merito della madre, istruttrice di sci di fondo. Inutile dire che la carriera agonistica da fondista è stata la naturale conseguenza delle cose, più o meno fino a due anni fa esatti. Perché tutto è stato cancellato da un infortunio al ginocchio talmente grave da costringerlo a smettere.

Quando la vita ti offre limoni, fai una limonata.

Una frase di una semplicità disarmante e una vitalità unica e che, a mio avviso, rappresenta il percorso che ogni persona dovrebbe compiere di fronte alle difficoltà. Perché Gianmarco non solo ha reagito al duro colpo infertogli dalla vita, ma ha trovato anche la motivazione ripartire con più passione di prima. L’infortunio gli ha dato l’opportunità di esplorare la sua seconda passione, il calcio, aggiungendogli l’ingrediente della solidarietà.  A Febbraio, dopo mesi di contatti con la Onlus e le suore missionarie, ha definito tutto ed è partito per l’Africa, direzione Monze, un villaggio a sud dello Zambia. Uno zaino, un visto turistico di tre mesi e, soprattutto, un pizzico d’incoscienza.

“Poteva essere anche il Centro o il Sud America” – mi spiega Gianmarco – “volevo semplicemente il mio spazio all’interno del mondo”. 

Rifletto. Quante volte i rigidi schemi dettati dalla società soffocano le persone in un’apnea mentale, guidandole meccanicamente nel loro modo di essere? Gianmarco non ha compiuto niente di eccezionale. Ha semplicemente deciso di respirare alla “sua” maniera, grazie all’ossigeno di Hopeball. I minuti scorrono inesorabili e la discussione si sposta nel concreto sul progetto. Chiedo a Gianmarco di spiegarmi la sua giornata tipo “africana”.

“Il primo mese ho avuto problemi a trovare un campo, dove poter fare allenare i ragazzi che avevo raggruppato, per via di alcuni fraintendimenti con la diocesi di Monze” – risponde. “Poi, però, grazie ad una scuola di Monze, ho ottenuto uno spazio per organizzare gli allenamenti”. 

Uno la mattina, con i ragazzi dai 19 ai 25 anni. Uno il pomeriggio con i ragazzi dai 6 ai 18 anni. Una palla, due reti e tanta tanta corsa. Il classico “palla lunga e pedalare”. Non ci vado troppo lontano nella definizione del modo di giocare, dato che Gianmarco mi conferma la loro manchevolezza nei basilari rudimenti calcistici. Per questo particolare attenzione è stata posta allo sviluppo della tecnica individuale e collettiva, per non lasciare nulla al caso. Ma anche la puntualità è una peculiarità sconosciuta tanto che è successo più volte e più volte che l’allenamento fosse fissato per le 15 del pomeriggio e che alcuni ragazzi si presentassero per le 17.

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I ragazzi allenano la tecnica in sfide 3 vs 3

“Per ovviare a ciò, ho deciso di spostare la partitella conclusiva all’inizio, per invogliare i più piccoli e i più grandi a non perdersi la parte più divertente dell’allenamento”. Il piccolo espediente ha funzionato alla grande e Gianmarco non mi nasconde la sua soddisfazione.

“Non mancherebbero per nulla al mondo alla partitella, piuttosto si allenerebbero ore e ore per questo appuntamento”. Un rituale fisso, che ben presto si è trasformato in amichevoli, e le amichevoli in un’idea più ambiziosa: l’iscrizione al campionato locale amatoriale, che si svolge in 12 giornate. Con l’aiuto di un ragazzo del posto, Gift, allenatore di un’altra squadra locale sono nati gli Zesco Stars Fc, per dare un traguardo ad Hopeball e al duro lavoro fatto. Sabato mattina l’iscrizione al torneoe, poi, poche ore dopo tutti in campo per il primo match. I più preparati Pirate hanno avuto la meglio per 1 a 0, ma gli Zesco hanno lottato con ardore fino all’ultimo minuto.

“Considerando le tempistiche e il nostro livello di preparazione atletico, siamo andati oltre le nostre possibilità. Ci sarà tempo di rifarci e di vincere qualche partita. Per il momento sono contento di aver donato il sorriso e la speranza a questi ragazzi” aggiunge Gianmarco.

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Gianmarco e gli Zesco hanno ben chiaro in mente come preparare le prossime partite

Intanto la luce naturale che pervadeva la mia stanza ha lasciato il posto alla luminosità delle luminarie notturne. Un’ora è volata come se niente fosse e io mi accingo a salutare il mio interlocutore. La chiusura di Skype ristabilisce la lontananza geografica tra l’Italia e lo Zambia. Hopeball no, perché la speranza è un sentimento che una volta acceso, si alimenta a prescindere da qualunque distanza.


A distanza di un mese da quella chiacchierata via Skype, scorro curiosamente la bacheca della pagina Facebook del progetto Hopeball. Gli Zesco sono secondi in classifica, in attesa del match contro i Rangers. Nonostante la dura sconfitta patita contro il Madala (4 a 0), la caccia al primo posto non si è per niente arrestata. GO ZESCO GO!

Se vi è piaciuta questa storia non esitate a dare un’occhiata anche alle altre. Calciodadietro!

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