I “Leoni di Bilbao” – L’Europa finalmente si tinge di Bianconero

Campioni d’Italia si, ma in Europa?

E’ da un po’ che ci penso. A scrivere un pezzo sulla squadra per cui faccio il tifo: la Juventus. Bella fortuna mi si potrebbe dire, argomenti a bizzeffe da poter scegliere. Ma proprio per questo, il rischio di scadere nella banalità è sempre dietro l’angolo. E non c’è niente di peggio che scrivere di calcio banalmente. A parte forse Bacconi che prova a parlare di tattica ad un programma comico come la Domenica Sportiva. Poi però l’Eureka mi è sopraggiunta, ascoltando casualmente alla radio una pezzo di Alan Sorrenti. Figli delle Stelle.

La domanda potrebbe sorgere spontanea: cosa diavolo c’entra Alan Sorrenti con la Juventus? Quale assurdo legame di causalità legherebbe il buon Alan alla Vecchia Signora? Non ci siete proprio arrivati? No problem. Per farvi perdonare, dovrete però prestare bene attenzione a quanto segue. E’ empiricamente provato che la più grande fortuna del tifoso juventino sia quella di aver assistito a innumerevoli trionfi in campo nazionale, e che ciò faccia di essi (e di me) dei veri e propri privilegiati. Dei Figli delle stelle appunto, per la precisione ben tre di numero cucite sul petto. Ma se in campo nazionale non ci si può lamentare, in ambito europeo la situazione è leggermente differente. Per usare una metafora Sorrentiana si può tranquillamente parlare di quella condizione in cui si passa dalle Stelle alle Stalle. Non mi si fraintenda, in Europa la Juventus ha vinto tutto il vincibile, ma meno frequentemente di quanto il blasone della squadra imponesse ed imponga ancora oggi. Perché se alla Juventus vincere è l’unica cosa che conta, la Uefa negli ultimi anni ha risposto quasi sempre “Ritenta, sarai più fortunato”. E se c’è un argomento su cui i tifosi non juventini hanno sempre battuto il tasto sono state le numerose delusioni nelle competizioni continentali. A torto o a ragione, cercare di trovare una risposta alla fenomenologia del social scazzing calcistico non è il succo della storia. D’altronde non ne sarei oggettivamente capace perché la risposta corretta richiederebbe l’esplicazione di un mix di fattori talmente consistente da farci rientrare anche l’oroscopo di Paolo Fox e i riti propiziatori del mago Otelma. Quindi, tutte queste chiacchiere per dire che le stelle “europee” di Alan Sorrenti hanno rappresentato per la Juventus una vera e propria ossessione. Almento fino al 1976/77. Ossia fino a quando i Leoni di Bilbao hanno deciso di diventarne finalmente “figli.”

L’Ossessione Europea

“La Juventus rappresenta, per chi ama la Juventus, una passione, uno svago… e qualche cosa la domenica. Noi abbiamo cercato di dare a loro il migliore spettacolo possibile e anche molte soddisfazioni”. (Giovanni Agnelli)

In quel di Corso Galileo Ferraris, l’idea di fornire questo spettacolo solo di domenica e di steccare abitualmente in Europa, cominciava a pesare e non poco. Rimanere l’eterna incompiuta il martedì/mercoledì di Coppa era una prospettiva assai poco lusinghiera, in primis per l’Avvocato, ma anche per il popolo bianconero. In quasi 80 anni di storia, cioè dal 1897, anno della fondazione fino alla memorabile stagione di coppa 76/77, le uniche finali europee disputate erano la Coppa delle Fiere nel ’65 e quella di Coppa dei Campioni nel ’73, perse entrambe rispettivamente contro Ferencvaros e Ajax. Se poi il paragone si spostava disgraziatamente con le due squadre milanesi, l’imbarazzo e il disagio erano ancora più enormi. Infatti, l’Inter poteva contare già su due Coppe Campioni, risultato dell’epopea Herreriana (biennio 64/65), ed il Milan del Paròn Rocco sulla una doppietta in Coppa Campioni (‘63 e ‘69) e su una Coppa Coppe conquistata nel ‘73. Quindi, il non poter indossare il vestito più bello per le notti europee non poteva più essere rimandato. E quando anche il campionato premiò la parte granata di Torino, il presidente Boniperti comprese che la Juventus aveva bisogno di una svolta. E di un nuovo condottiero a guidarla e portarla all’agognato successo europeo.

Ui Giuanin della panchina: Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino

Di fegato deve averne avuto sicuramente “Ui Giuanin”, a rispondere sì alla proposta del presidente della Juventus Boniperti per sostituire Carlo Parola, reo di essere arrivato secondo alle spalle degli odiati cugini e di essere uscito prematuramente dalla Coppa Trapattoni_AgnelliCampioni. La storia vuole poi che Boniperti e Trapattoni si incontrarono in un motel a metà strada fra Torino e Milano, e che l’equivocità con cui il nuovo allenatore venne presentato, quasi fosse un rimpiazzo, suscitò ilarità e diffidenza tra gli addetti al settore. Perché di esperienza ne aveva ancora poca Giovanni Trapattoni. Il tecnico milanese, conclusa la carriera di calciatore al Varese, dopo i numerosi successi al Milan di Rocco, aveva infatti ereditato da Cesare Maldini la panchina del Milan nelle ultime sei giornate del campionato ’73/’74, era stato vice di Giagnoni nella stagione successiva ed primo allenatore solo nel a partire dalla stagione ’75/’76. Troppe aspettative, secondo gli esperti, per guidare una fuoriserie come la squadra bianconera. Non tradite da Trapattoni che, convinto delle proprie idee, spinse per la cessione di due punti fermi della nazionale come Capello e Anastasi, per puntare sui suoi pupilli Benetti (14° nella classifica All Time stilata dal Times dei giocatori più cattivi. O delinquenti. Fate voi) e Roberto “Bonimba” Boninsegna, considerato ormai bollito e a fine carriera.

Una squadra costruita per vincere

Juventus_Football_Club_1976-1977Gli innesti di Benetti e Boninsegna in una squadra già forte come quella allenata da Trapattoni, perché composta per 9/11esimi da calciatori nel giro della nazionale italiana, non fecero che rendere i bianconeri ancor di più favoriti per la stagione ‘76/’77. Sia per valori tecnici che per sana “cazzimma” agonistica. Calciatori del calibro di Zoff, Gentile Scirea, Cabrini, Cuccureddu, Benetti, Tardelli, Furino, Bettega, Boninsegna, Causio, non potevano che incutere timore reverenziale in qualunque avversario. Le aspettative furono elevate. Ma non vennero tradite. Sia in campionato, dove la Juventus vinse con un punto sui cugini, che in Coppa Uefa, tanto da arrivare alla doppia sfida in finale con l’Athletic Bilbao.

Per favore chiamatela Coppa Uefa, non Europa League

L’Europa League come la conosciamo noi, cioè quella competizione che dal 2009 Platini ha reso un torneo semi-parrocchiale almeno fino ai quarti di finale, fino agli inizi degli anni 2000 poteva mostrare senza vergogna i galloni di manifestazione assai difficile e prestigiosa da vincere e conquistare. Il vecchio format della Coppa Uefa infatti prevedeva che l’accesso alla manifestazione fosse riservato alle squadre meglio piazzate dopo la prima in classifica (di diritto in Champions) e la vincente della coppa Nazionale (di diritto in coppa coppe). La competizione quindi poteva annoverare squadre molto più blasonate del modesto Panduri odierno (senza offesa per la squadra rumena), e partiva dai trentaduesimi di finale in gare di andata e ritorno. Inclusa la finale. La Juventus, in quanto seconda nel precedente campionato, accedette di diritto alla competizione. Cinque turni di qualificazione. Una vera “odissea”, per entrare di diritto nell’albo delle squadre vittoriose in Europa.

1976/77: Odissea per la Coppa

Nei primi due turni, la formazione di Trapattoni dovette affrontare due  blasonate compagini inglesi, peraltro della stessa città: Manchester. I  bianconeri, senza timori reverenziali, batterono nei trentaduesimi il  City e nei sedicesimi lo United, perdendo in entrambe le occasioni in  Inghilterra, ma ribaltando il risultato al Vecchio Comunale. I Citizens  vennero rimontati dalle reti di Scirea e Bettega e i Red Evils dalla doppietta di “Bonimba” Boninsegna e un gol di Benetti. Agli Ottavi la Juventus affrontò ed eliminò gli ucraini (pardòn sovietici) dello Shaktar Donetsk, imponendosi nettamente in casa per 3-0 (reti di Bettega, Tardelli e Boninsegna, tutte e tre nel primo tempo) e rendendo iJuventus - Manchester United 3-0, ritorno sedicesimi Coppa Uefa 1976-77, il primo goal di Boninsegnaninfluente la sconfitta al ritorno. Quindi nei quarti i bianconeri superarono agevolmente anche i temibili tedeschi dell’est del Magdeburgo, riportando un doppio successo sia fuori casa (con un secco 3 a 1 firmato Cuccureddu, Benetti e Boninsegna) che in casa (1 a 0 siglato da Cuccureddu). In semifinale, invece, la Juve si trovò di fronte l’ostico AEK Atene. I bianconeri andarono in vantaggio con Cuccureddu, ma Papadopoulos siglò il gol dell’inaspettato pareggio. Prima che nella ripresa Causio e Bottega (doppietta) firmassero il definitivo 4-1. Il ritorno fu una invece una mera formalità. Conclusasi con una vittoria targata ancora una volta da Bettega. Le porte per la finale erano state spalancate. Il traguardo era stato raggiunto. La finale era diventata finalmente realtà. Contro la compagine basca dell’Athletic Bilbao, che arrivò alla doppia finale, eliminando in sequenza Ujpest Dozsa, Basilea, Milan, Barcellona e il sorprendente RWDM Molenbeek. Una formazione molto forte e pericolosa. Specialmente in casa, nella bolgia del San Mamès.

Il trionfo dell’autarchia: Italiani vs Baschi

Fu la prima volta che Juventus e Athletic Bilbao accedettero ad una finale di Coppa Uefa. Per l’Athletic addirittura la prima volta in assoluto in una competizione continentale. Ma ciò che della sfida è rimasto agli annali è il fatto che la doppia sfida rappresenta ancora oggi l’unica finale in cui si sono affrontate due squadre composte esclusivamente da giocatori nati rispettivamente in Italia e in Spagna. Insomma un trionfo dell’autarchia. Da un lato una squadra formata da soli Baschi, dall’altro una composta da soli Italiani. I primi, per precisa scelta societaria che dal 1899 ad oggi non permette che alcun giocatore straniero possa vestire la casacca biancorossa del club. Caso praticamente unico in tutto il panorama calcistico europeo. I secondi, più per scelta imposta dalla FIGC, attraverso il blocco delle frontiere (durato fino al 1980).  Il gioco dei pronostici vide favorita la Juventus. Ma in una finale con andata e ritorno tutto poteva succedere. Anche l’imprevisto a pochi metri dal traguardo tanto desiderato.

L’andata: barricate basche al Comunale

Che la partita dovesse essere chiusa già dalla sfida d’andata al Comunale, il Trap e la squadra bianconera lo sapevano Marco_Tardelli,_Juventus-Athletic_Club_1-0,_Coppa_UEFA_'76-77chiaramente. Andare a Bilbao con uno scarto minimo di vantaggio, per giunta nella bolgia del San Mamès, poteva rivelarsi un errore madornale. Da non compiere. Ma invece puntualmente compiuto. Il 4 maggio del ’77, dinanzi a 75000 spettatori la Juventus si trovò di fronte alle barricate basche e, nonostante la partita fu sbloccata subito con il colpo di testa di Tardelli al 15’ del primo tempo su cross dalla sinistra di Scirea a superare l’esperto portiere dei baschi Iribar, il tabellino a fine partita mostrò uno striminzito 1 a 0. Più per colpa dell’imprecisione dei bianconeri che della sfortuna. Il risultato rappresentò il male minore per i baschi. Un pericolo in più per la Juventus.

Il ritorno: barricate bianconere in quel di San Mamès

“Non dire gatto, finché non ce l’hai nel sacco” (Giovanni Trapattoni)

E’ forse una delle frasi più famose del “Giuanin”. Forse, perché lo “Strunz” detto ai tedeschi ai tempi del Bayern ha realmente Coppa_Uefa_Juventus_1977_Reti_Bilbaosignificato solo se detto ai tedeschi. Premesso ciò, anche se il gatto dentro al sacco è postumo di più di un ventennio rispetto alla finale di ritorno al San Mamès, si può dire che essa racchiuda il pieno la filosofia di calcio trapattoniana con cui venne affrontata la partita. Espressa in tutta sincerità dallo stesso Trapattoni in una recente intervista:

“Ricordo quando con la Juve andammo a fare le barricate a Bilbao, ma poi segnammo un golletto e vincemmo la Coppa.

E non poté che essere il caro catenaccio l’arma necessaria per contrastare la proprietà di palleggio e l’esuberanza dei giocatori baschi. Specularmente a quanto fatto dai giocatori dell’Athletic all’andata. Insomma, “Chi di catenaccio ferisce, di catenaccio perisce.” E la partita fu impostata sin da subito per seguire l’incipit delle barricate. Il 18 maggio nella  bolgia infernale del San Mamès, resa ancora più incandescente dall’aggravarsi della situazione politica spagnola (ndr. La fine del franchismo), l’Athletic partì con una “garra” incredibile all’attacco, in cerca della Remuntada. Remuntada che venne compromesso in parte da un perfetto contropiede juventino che portò Bettega a concludere in tuffo di testa nella rete avversario. 1-0 e gelo San Mamès. A cui risposero i baschi e Irureta di testa 4 minuti più tardi, all’11′. 1 a 1. San Mamès di nuovo infuocato. Gli assalti dell’Athletic continuarono per tutto il primo tempo, tanto che Trapattoni si r0tjpxcautelò ancor di più di fronte alla mareggiata basca, inserendo il terzino Spinosi al posto del centravanti Boninsegna. Le parate di Zoff e la difesa granitica fecero poi il resto. Fino al 78’, quando Carlos Ruiz incornò di testa superando Zoff. 2-1 per i baschi. Il filo che legava la Juventus alla vittoria della Coppa si stava sempre più assottigliando di fronte all’assedio basco. Con il presidente Boniperti, al solito già fuori lo stadio a seguire la partita in un bar, attorniato dai tifosi baschi. I dodici minuti restanti al fischio finale furono un’autentica agonia. Con Zoff che chiedeva di continuo l’ora alla panchina tra un gesto di disperazione e un’imprecazione. Contro quei dodici minuti più lunghi e più importanti della storia europea juventina. Dodici minuti conclusi però con una delle sconfitte più dolci della storia bianconera. Il triplice fischio dell’arbitro austriaco Linemayr, liberò tutta la gioia accumulata per la tensione del match. Poco importava che lo stesso direttore di gara aveva prolungato all’infinito il recupero su pressione dei padroni di casa. La Juventus aveva vinto e la bacheca europea poté essere finalmente riempita. L’Europa era stata finalmente sedotta e conquistata dal fascino della Vecchia Signora. E lo fu per un altro ventennio ancora. Anche grazie al Giuanin di Cusano Milanino.

E al gatto messo nel sacco per la prima volta…

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