Il biglietto allo stadio non è un diritto costituzionale


Gli ultras juventini e i tifosi al seguito dei bianconeri protestano contro il caro biglietti per la partita di San Siro contro il Milan. 75 euro sono ritenuti troppi per un terzo anello, che solo la passata stagione ne costava 40, quasi la metà. Un aumento del circa 87,5%. Indignazione, minacce di diserzione della presenza al Meazza, proteste via web. Al di là dei facili moralismi o della demagogia tanto cara ai social, il polverone sollevato nasce da un assunto sbagliato, ossia che il biglietto allo stadio sia un diritto incontrovertibile. Acquisire un biglietto per un evento sportivo (in questo caso calcistico) e non, così come il tifare per una squadra di calcio e non, è una scelta. In questi anni, abbastanza costosa, ma non per questo tale da giustificare un cambio di politica del pricing dei club calcistici. Giova ricordare che le società calcistiche, almeno quelle professionistiche, sono costituite in forme di società di capitali con scopo di lucro, cioè di massimizzare il profitto contenendo per quanto possibile i costi. Il ticketing del botteghino è una voce di ricavo importante per un club, che giustifica il listino prezzi dei settori per un evento in base alla classica e mai troppo presa in considerazione legge di mercato. A domanda più alta dell’offerta, seguirà un aumento dei prezzi. Nella situazione opposta, i prezzi scenderanno. Considerazioni senza alcun briciolo di passione? No, lucida razionalità nel valutare le azioni messe in moto da aziende private, che non fanno beneficienza. L’idea che il calcio come sport sia guidato dalla logica del panem et circenses è ormai radicata nel nostro pensiero, che offusca ogni considerazione. Il tifoso ha comunque scelta di protestare civilmente, di disertare lo stadio, di abbeverarsi di calcio con strumenti surrogati (Pay TV o streaming), di seguire il calcio popolare, tenendo presente che il cuore centrale della discussione deve spostarsi altresì sui servizi offerti in cambio del biglietto di accesso all’evento. È lì che si deve giocare la futura partita disquisitoria, più che sulla sterile questione del prezzo.

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