Juan Román Riquelme – L’arte che non si può governare

Noi Europei siamo un popolo stanco, ormai. Ci trasciniamo dietro troppi secoli di civiltà. La nostra società totalizzante, con le sue precise nozioni scientifiche, le sue tonnellate di storia, la fitta rete di relazioni sociali e lavorative in cui siamo costretti a dibatterci per cercare di restare a galla, ci ha costruito attorno un’epoca in cui le emozioni e i sogni ci vengono venduti già belli e impacchettati in film di Hollywood. Due ore, due ore e mezza forse, e poi addio, si torna a pensare alla sveglia del giorno dopo.

Siamo vecchi, abbiamo le televisioni in HD, ma le immagini passano e rimangono lì, non ci entrano dentro, sono nostre solo per pochi minuti, fino a che non comincia il nuovo cooking show su Real Time. Il calcio lo seguiamo, certo, ci incazziamo ed esultiamo, certo, ma la passione per il gioco più bello del mondo si è ridotta ai commenti confenzionati in serie sotto un qualche post pretenzioso della Gazzetta, pro o contro le solite squadre, coi soliti argomenti svuotati di qualunque significato.

Ci vendono un calcio fatto di stadi con McDonald’s incorporati, di scarpe luccicanti e femminucce che non vedono l’ora di buttarsi a terra e urlare al primo tocco. E noi tutti là, incollati al nostro televisore HD a nutrirci di un mucchio di stronzate, diciamocelo. Abbiamo le telecamere negli spogliatoi, gli inviati da bordocampo, gli speciali, gli highlights, mezzo milione di inquadrature, le interviste post-partita e i fottutissimi hashtag, ma non abbiamo il calcio. Per ben confezionare la forma, ci siamo persi la sostanza.

Il calcio noi, ormai, lo possiamo solo guardare, non vivere. Il calcio è affare di altri. Mentre noi cerchiamo un po’ di tepore nel gelo del nostro tempo, gli altri bruciano ancora, gli altri non hanno avuto il tempo di vedere la loro fiamma smorzata dal tempo che corre.

Perché siamo andati a prendere Riquelme? Non potevamo lasciarlo lì, in quel posto che, dicono, sembra “una bomboniera”?

E invece no, noi Europei siamo fatti così, siamo vecchi e convinti che ogni cosa debba essere un affare esclusivamente nostro, calcio compreso. Se dall’altra parte del mondo sei un Dio, non vediamo l’ora di strapparti al tuo altare e schiaffarti in mezzo ai tanti.

A Barcellona lo hanno sempre fatto, lo faranno sempre. Hanno strappato Larsson da quella Glasgow biancoverde che davanti a lui si prostrava, si sono portati là tutti i più forti, si erano presi anche il vero D10S, che di nome fa Diego Armando, e il cognome lo avete capito già tutti.

Alla Boca Diego ci era stato giusto un paio di anni: pochi, sembrerebbero a un osservatore poco attento. Ma la Bombonera è come un cuore che batte e, per come l’ha fatto battere Maradona, quei due anni contano come venti. Pensate qual è stato il trauma quando l’hanno portato via, a quel popolo che tutto si era unito sotto la sua guida.

Riquelme ‘el Mudo’ era arrivato dall’Argentinos Juniors, le stesse Formiche Rosse che avevano lanciato nella mischia il sedicenne Diego, e aveva raccolto la sfida: essere più grande del 10 più grande, essere più di un D10S.

Veira, quel pazzo, lo lascia spesso in panchina appena arrivato, ma d’altronde quello là aveva allenato anche e soprattutto le ‘gallinas’, cosa poteva capirne. Arriva Carlos Bianchi, un altro di quelli che in Argentina era Dio e che noi abbiamo voluto portare qui, senza rispetto. Bianchi prende il ragazzino che da piccolo tifava Tigre e lo sbatte in campo, perché ha capito che è tempo che faccia vedere cosa sa fare. Ha, ovviamente, ragione. Quel Boca meraviglioso si prende l’Apertura ’98, il Clausura ’99. L’anno successivo vince tutto, Libertadores, Apertura e Intercontinentale, nel 2001 fa il bis del massimo trofeo continentale. Riquelme è il miglior calciatore sudamericano per distacco.

Bianchi se ne va, cade in tentazione e fallisce alla Roma, ma poi torna. Tutti tornano. Non tutti tornano alla grande, ci vogliono due palle così per tornare bene, ed il Muto lo scoprirà presto a sua volta. Intanto arriva un altro triplete, e la Boca esplode di passione per quel 10, che sembra far girare il pallone e il Mondo intero alla velocità che vuole lui.

L’arte del calcio di Riquelme è puro Impressionismo, è il calcio colto nella bellezza dell’attimo, con pennellate sicure e decise, che lasciano nell’occhio la precisa impressione della giocata. Quella di Monet e Riquelme è un’arte immediata, comprensibile a chiunque, scaturita dall’ingenua pretesa di fissare la visione del mondo scattando un’istantanea dell’attimo presente. È per questo che è così amata. Noi Europei ne abbiamo viste troppe invece, abbiamo già digerito quell’idea assurda che su una tela si possa rappresentare la realtà come appare ai nostri occhi. Noi Europei abbiamo preferito un’arte più elucubrata, siamo troppo smidollati per avere le palle di apprezzare un calciatore che in campo fa quello che vuole. Abbiamo inventato l’arte pensata, della Ruota di bicicletta e della Gioconda coi baffi, che sorride perché è eccitata. Ci siamo costruiti un’impalcatura di tattiche astruse per non permettere ai calciatori di fare quello che vogliono.

Perché siamo andati a prenderci Riquelme? Non era nostro, ma l’abbiamo voluto per noi. Ci vorrebbero fior di psicologi per spiegare questa mania di possesso. Il Barça viene e se lo porta via nel 2002. Non puoi mettere Riquelme nella stessa squadra di Van Gaal. L’annata è un fallimento per tutti, i blaugrana finisco sesti e Román vede tanta panca. L’anno successivo si cambia aria, è prestito al Villareal. Seguono due anni a grandi livelli, il ‘Sottomarino Giallo’ vola in Liga e in Champions, dove nel 2005/2006 arriva in semifinale. Gli avversari sono i Gunners di Wenger, che all’andata vince con il minimo scarto nel morente Highbury. Al Madrigal siamo fissi sullo 0-0 e all’88esimo Clichy atterra Romero in area. Dal dischetto non può che andare Román, che sbaglia. Produce un timido piattone alla sinistra di Lehmann, che si tuffa e para.

Forse, è stato meglio così. Non me ne vogliano i tifosi del Sottomarino, ma Riquelme non poteva diventare loro. Avesse segnato portando la partita ai supplementari, una partita dominata in lungo e in largo, una parte del Mudo sarebbe rimasta al Madrigal. Francamente non sarebbe stato giusto, non si può togliere Román alla Bombonera, con tutto il rispetto di questo mondo.

Riquelme torna. Ovvio, tornano tutti. Torna e se possibile diventa ancora più grande. Raccontare tutti i suoi trionfi e le sue vittorie sarebbe forse riduttivo. Posso anche parlare di cosa sia “La donna con l’ombrello”, posso descrivervi “Impressione, sole nascente”, ma, seriamente, servirebbe a qualcosa? Certe cose vanno viste, vanno vissute, cercare le parole che le riproducano è quasi offensivo. Di campioni Riquelme ne ha visti tanti passare alla Boca, li ha visti spiccare il volo, andarsene in Europa. Non ha mai detto niente, non è mai stato nel suo stile, però tra sè e sè avrà sorriso, perché ha capito sulla sua pelle cosa ha voluto dire lasciare la Bombonera. Perché nessuno ti ama come quell’hinchada.

Ora che ha chiuso il cerchio di nuovo nelle Formiche, ora che sappiamo che non vestirà più quella camiseta con la scritta CABJ, neanche in sogno, ora che non dipingerà più calcio nello stadio più vivo del mondo, beh, ci sentiamo un po’ vuoti. Non è nostro Riquelme, lo sappiamo, non è nostro nemmeno quel sentimento che troviamo nel suo popolo, che troviamo in tutto il Sudamerica, tuttavia qualcosa abbiamo perso anche noi freddi Europei. Noi che il sentimento del calcio l’abbiamo smarrito tempo fa, tra un superspot e l’altro, non possiamo esimerci dal provare un po’ di nostalgia. Anche perché non si può scrivere “romanticismo” senza “Román”.

Precedente Vedi "uomo del Califfato", una cosa te la voglio dire... Successivo Quo vadis Sampdoria?