La soluzione per il calcio italiano è il proibizionismo?

Ed eccola qui, aspettavamo con trepidazione di sapere chi sarebbe stato il primo in questa nuova stagione a riproporre la cronica lamentazione sui pochi italiani in campo in Serie A. Quest’anno tocca addirittura al CT Mancini andare in conferenza stampa a spiegare come ci siano pochi italiani che giocano con costanza ad alto livello e le sue convocazioni abbiano dovuto adeguarsi e tenerne conto. Un assist perfetto anche per il Ministro Salvini, che non ha mancato di cavalcare l’onda chiedendo dalle colonne di Leggo un limite al numero di stranieri in campo in A. Dobbiamo veramente ripetere quali siano i campionati con limitazioni sugli stranieri in campo per confrontarne il livello col nostro? Siamo davvero così ingenui da pensare di poter stimolare in questo modo la crescita dei giocatori nostrani?

Che Salvini, che titoli ed argomenti per parlare di calcio non ne ha, dica certe cose lo possiamo accettare. Che sia però il CT della Nazionale ad avviare il discorso un po’ meno. Mancini, sulla scia di molti, parla del dito tacendo della Luna. È bene affrontare il discorso con la dovuta contestualizzazione.

Un rapido conto a partire dal sempre fedele database di Transfermarkt ci dà un primo dato: la classifica per percentuale di minuti giocati da calciatori stranieri nei primi 5 campionati europei vede prima ovviamente la Premier League (62,75%), seconda la Serie A (54,85%), seguite da Bundesliga (48,62%) e Ligue 1 (40,99%). Chiude la classifica la virtuosa Liga col 32,70%. Ora, se pensiamo alle nazionali corrispondenti, appare chiaro come, sia in termini di risultati recente, sia svincolandoci da tutto e guardando al valore assoluto, la nostra sia di gran lunga la Nazionale più debole. Nazioni con regolamentazioni e minutaggi “esteri” diversissime tra loro hanno comunque trovato il modo di superarci sul piano tecnico. Germania, Spagna e Francia dispongono di almeno 3-4 giocatori a testa nella attuale top 5 mondiale del proprio ruolo, l’Inghilterra probabilmente solo di uno (Kane), ma è soprattutto il livello medio della squadra ad essere imparagonabile. Da noi basta far bene un paio di mesi in A per essere convocati, la Spagna ha lasciato a casa dai Mondiali senza neanche pensarci due dei migliori giocatori della scorsa Serie A, Luis Alberto e Suso.
Probabilmente Mancini ha una comprensione più profonda del problema, ma per come formula le sue dichiarazioni pare solo lanciare un j’accuse ai suoi ex colleghi di Serie A, rei di non fidarsi dei giovani italiani. Il fatto è che, piuttosto che costringerci a un serio riesame di tutto il sistema di formazione dei giovani calciatori, si preferisce focalizzarsi sull’ultimissimo anello della catena, ovvero il nostro massimo campionato. Preferiamo ascrivere tutto alla dabbenaggine o all’esterofilia di un pugno di società piuttosto che interrogarci davvero sul perché non riusciamo più a produrre da decenni alcun giocatore in grado di entrare nella top 10 del proprio ruolo a livello mondiale, e quando l’età avrà ragione anche di Chiellini (e Bonucci, posto che si riprenda dopo l’ultima annata) potremo salutare i pochi rimasti.
Vorrei da Mancini l’elenco dei fenomeni che non stanno giocando in A a favore di stranieri più deboli, visto che è questo il problema. Guardiamo in faccia la realtà: gli stranieri giocano perché mentalmente sono più pronti al calcio di alto livello. I calciatori italiani fanno il primo (non l’ultimo o il penultimo step) salto di qualità a 24/25 anni, spesso gli stranieri ci arrivano 3/4/5 anni prima. Probabilmente se confrontiamo i fondamentali tecnici di Verdi e Callejon, per fare un esempio, non troviamo le eclatanti differenze che caratterizzano il percorso e il peso specifico sul panorama calcistico dei due esterni del Napoli. Insigne ha ancor maggior talento a disposizione, ma tolto dal contesto codificato del Napoli di Sarri spesso e volentieri non ha reso per quello che ci si aspettava. Verratti? Stiamo ancora aspettando che raggiunga la piena maturazione a 26 anni suonati. Le nostre nazionali giovanili arrivano avanti nelle competizioni con l’organizzazione e la discreta qualità media degli interpreti, ma al primo ostacolo vero crollano subendo spesso vere e proprie imbarcate: 4-0 con la Spagna u21, 5-1 con la Francia U19 (c’era Mbappé con loro? Chiediamoci perché noi avevamo Favilli, perché loro Harit e Augustin e noi due esterni di cui neanche ricordo l’identità).

Andiamo avanti da anni con frasi fatte e luoghi comuni. Mancini ci dice che hanno preso i calciatori che hanno giocato e fatto bene finora in questo inizio di stagione, ma nessuno gli chiede perché ci siano 10 giocatori in rosa che complessivamente non arrivano a 90 minuti disputati finora (Perin, Rugani, Palmieri, Zappacosta, Pellegrini, Gagliardini, Zaniolo, Balotelli, Pellegri e Zaza). Certo, i due giovanissimi sono dentro per fare esperienza e per essere valutati in ottica futura, positivo. Sicuramente Perin e Balo sono due giocatori su cui puntare a prescindere dal minutaggio, ma i terzini? Palmieri e Zappacosta non hanno ancora visto campo, quindi o ci nascondiamo e diciamo che a Sarri non interessa il bene del calcio italiano, oppure pensiamo a delle alternative. Piccini gioca titolare nel Valencia, ha fatto un’ottima campagna di Champions con lo Sporting l’anno scorso, di fatto terminata quando, appena sostituito l’italiano contro la Juventus, proprio dalla sua fascia di competenza è arrivato il gol bianconero. L’ex settore giovanile della Fiorentina è il perfetto esempio di come fuori dal nostro campionato sia più semplice “diventare grandi”. Non è un calciatore particolarmente dotato né tecnicamente (Palmieri, De Sciglio), né fisicamente (Zappacosta, Spinazzola), eppure è cresciuto assieme al Betis e ora fa il titolare in Champions. Tra l’altro non ritengo nemmeno un caso che gli unici giocatori che abbiamo esportato con continuità a buon livello siano i terzini (i due del Chelsea, Darmian, Piccini, Donati). In giro c’è sempre scarsità di buoni terzini, ruolo complicatissimo nel calcio moderno: almeno i nostri sanno tenere la linea. E certo, giocano a zona da quando hanno 9 anni, ci mancherebbe.
In tutti gli altri ruoli gli italiani non li vuole nessuno, quei pochi che partono tornano belli impacchettati dopo poche stagioni (Immobile, Zaza, Soriano, Sirigu, Viviano, Cerci, Cassano, Balotelli stesso, Caldirola, Barba, Borini, Paloschi, Aquilani, Giaccherini, Cristante…) oppure ben presto smettono di avere un ruolo di primo piano.
Però qui da noi se qualcuno “conosce già il campionato” allora è meglio, più punti per l’acquisto. Se poi traduciamo: “sa già che qua o taci e obbedisci agli ordini di noi allenatori, soli depositari della Verità calcistica oppure tribuna”.

Gli allenatori professionisti vivono col calcio e non possono concedersi di non schierare i più pronti. I più pronti però, arrivano spesso da fuori, perché qui non facciamo nulla per formarli e, quando vogliamo fare qualcosa, pretendiamo che le modifiche alla cima della piramide ne rendano solide le fondamenta. La Juve B è l’unica seconda squadra italiana, ed è fondata dall’unica società che non ne avrebbe bisogno, perché tanto non avrà mai il tempo di aspettare un ragazzo uscito dal settore giovanile per mandarlo in prima squadra. Gli altri mostrano preferenza per la doppia proprietà, mica per un fatto tecnico che tanto a nessuno interessa, ma perché con due bilanci invece di uno è sicuramente più semplice travasare capitali e perdite di qua o di là a seconda delle convenienze.

Buttiamo là due nomi: Caligiuri e Politano. Stanno giocando e facendo bene, ma non sono convocati. Non si tratta sicuramente di fenomeni che ci fanno svoltare la squadra, ma se il criterio, ci dice il nostro CT, è questo, allora perché non includerli? Semplicemente perché questo non è in realtà il criterio utilizzato da Mancini, che avrà fatto sicuramente le sue valutazioni tecniche basate sul tipo di partita che ci aspetta e su che squadra vuole schierare. Ma sai, se fallisce così può dar la colpa a qualcun altro. Sarri sarà pure un “razzista” per avergli dato del “finocchio”, ma diciamo che lamentarsi degli stranieri in Italia nel 2018 trova sicuramente orecchie pronte all’ascolto, come peraltro le trovava parlare di discriminazione sessuale nel 2016. L’importante, per noi, alla fine è fare bella figura.

Vorrei sapere se Coverciano, che invece tanti sforzi sta compiendo per modernizzare i contenuti tecnici dei nostri settori giovanili, condivide le parole di Mancini. Al Manchester United, mi hanno raccontato, è possibile assistere ad allenamenti che hanno come primario obbiettivo cose come “l’aggressività”. Come cosa? Ma dai ragazzi, la grinta, quella di cui da noi si blatera al bar, su Facebook, allo stadio, in TV, in radio e quotidianamente negli spogliatoi e sui campi, per poi allenarsi a due all’ora col mister attentissimo a soffocare qualsiasi manifestazione di una qualche crescita nella personalità del giocatore.
“Ah ma io glielo dico sempre che devono essere più cattivi!”
Bravo, continua a dirglielo e basta, così puoi far finta di lavorare che tanto tutti sono d’accordo e sono contenti.
Ogni volta che arrivate al campo con le formazioni della partitella già scritte, ogni volta che trasformate le correzioni in rimproveri e i suggerimenti in ordini militareschi, ogni volta che ammazzate qualsiasi voglia di vivere di un ragazzo con le piramidi 1000-800-600-400-600-800-1000, state dando un motivo in più a tutti per dire che ci vogliono meno stranieri in A. E allora via con le liste da 25 per tutti modello UEFA, così il prezzo di La Gumina sale a 9 milioni, Mandragora a 25 e Meret a 30 solo perché atti a riempire caselle “cresciuto nel vivaio nazionale” che altrimenti dovremmo lasciare vuote. O ancora meglio, così poi andiamo a riempire quelle caselle con l’africano che abbiamo fatto entrare più o meno legalmente in Italia, così poi si fa il settore giovanile con noi e per la lista può starci anche lui, col bonus che in più possiamo lamentarci che anche nel Campionato Primavera ci sono troppi stranieri.

Ripeto, probabilmente Mancini tralascia volutamente di raccontarci tutta la storia, ma occhio che il suo predecessore a forza di strizzare l’occhio alle altalenanti voglie dell’opinione pubblica si è ridotto ad implorare una panchina a mezzo stampa almeno una volta al mese, oltre ad averci tolto una delle più grandi gioie collettive, come sapeva essere l’Italia ai Mondiali (12 anni fa). Quest’anno alleno una squadra di ragazzini che avevano un anno nel luglio 2006, come glielo spiego che Pirlo guardava dietro e attorno a sé e decideva cosa fare prima ancora di ricevere il passaggio se manco si ricordano chi è Pirlo? Non è che posso raccontargli di Parolo.

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