Supercoppa su Marte

La Georgia come Marte, il Dinamo Stadium, coi suoi tifosi che sembravano fabbricati di fresco il pomeriggio precedente, spettatori di una partita surreale, sia per l’ambiente esterno a farle da cornice, sia per quanto prodotto sul campo. La terza Supercoppa Europea tutta spagnola ha visto confrontarsi Barcellona e Siviglia, due squadre per motivi diversi ad oggi incomplete, tanto belle quanto lacunose, entrambe colpite in ruoli chiave da sventure piuttosto marziane. La Trinità avanzata blaugrana arriva orfana di Neymar, fermato non da stiramenti o pubalgie, ma dai prosaici orecchioni, mentre il suo compagno Jordi Alba dà forfait per un più comune infortunio alla schiena. Anche il Siviglia ha i suoi assenti: N’Zonzi, Carriço, Pareja e Kolo, tutti messi ko da una galeotta tortilla con patate cucinata dal loro compagno Gameiro come neanche nelle peggio storie di Paperino e Paperoga.

Emery affronta l’emergenza con mosse piuttosto coraggiose: adatta il mediano polacco Krychowiak a centrale al fianco del fu milanista Adil Rami, schiera a centrocampo la coppia leggera Banega-Krohn Delhi, mentre avanza come trequartista il fisicato Iborra. Sulle corsie la certezza Vitolo e l’esperto Reyes, preferito al nuovo acquisto Konoplyanka. Gameiro batte prevedibilmente Immobile nel ballottaggio per il ruolo di prima punta.

Luis Enrique risponde sostituendo l’asso Neymar col giovane Rafinha, “promosso” da mezzala a esterno d’attacco, mentre per sostituire Jordi Alba non si fida di Adriano, che la Roma cerca in maniera piuttosto tiepida, ma adatta Mathieu che è sì mancino, ma che di solito fa il centrale.

Illusioni e illusionismi

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La disposizione del Siviglia in fase di non possesso. Evidenziate la marcatura di Iborra su Busquets e i movimenti di Gameiro.

Da subito il Siviglia adatta un atteggiamento deciso: la squadra si dispone in fase difensiva mantenendo il 4-2-3-1 in cui Iborra infastidisce Busquets e Gameiro pressa i centrali cercando di indirizzare il pallone sugli esterni, dove il Siviglia si dimostra da subito aggressivo. Il recupero palla è inseguito con una grande densità di giocatori. In fase di possesso ragionata i terzini salgono a dare ampiezza, mentre gli esterni tagliano verso il centro, favorendo quasi sempre il lancio dei centrocampisti alle spalle della difesa blaugrana, che storicamente ha dimostrato di soffrire questo tipo di situazioni.

Questo quello che si è visto già nel primo minuto di gioco, poi tutto sembrerà cambiare. Dopo due minuti infatti, c’è una palla vagante che Mascherano lascia andare, perché Gameiro è in fuorigico. Poi però nota che Gameiro è rimasto fermo e disinteressato, mentre Reyes, che arrivava da dietro, fermo non è e lo deve stendere al limite dell’area prima che diventi ancora più pericoloso. Banega ci ricorda che il mediano lo fa, ma che i piedi sono quelli del trequartista: insacca sopra la barriera molto nutrita. Ter Stegen non vede la palla partire e non si muove.

Il Siviglia è spavaldo e convinto di aver messo la partita in discesa, ma in realtà i limiti del suo atteggiamento appaiono chiari fin dalle prime battute. La pressione portata è spesso controproducente, perché arriva tardi lasciando troppo tempo ai giocatori del Barcellona per giocare il pallone, perché attira troppi giocatori su di un solo lato, lasciando l’altro sguarnito. Busquets cerca spesso il lato debole, muovendo la palla da destra a sinistra, dove solo l’attitudine non molto offensiva di Mathieu e Rafinha risparmia la squadra di Emery. Altro problema è la mediana: Banega e Krohn Delhi. Entrambi sono giocatori più di estro e di costruzione che di copertura, il danese poi è un vero e proprio trequartista prestato al centrocampo. I limiti in fase di non possesso emergono chiaramente, i due non riescono a coprire l’ampiezza del campo, giocano spesso troppo distanti e non sono attenti in marcatura. Allo stesso tempo la linea difensiva non è veloce nell’accorciare la squadra, forse preoccupata della velocità degli attaccanti avversari. Mettiamo tutto insieme e condiamo con la classe enorme di Messi, che pochi minuti dopo il vantaggio degli andalusi riesce a ricevere alle spalle di Banega, ad aggirarlo e a conquistarsi una punizione dal limite. Pennellata di sinistro clamorosa: pareggio e crollo delle illusioni del Siviglia.

La grande densità in zona palla del Siviglia lascia grandi spazi sul lato debole al Barcellona. Ci fosse stato Neymar, i blaugrana sarebbero stati ancora più pericolosi.

La grande densità in zona palla del Siviglia lascia grandi spazi sul lato debole al Barcellona. Ci fosse stato Neymar, i blaugrana sarebbero stati ancora più pericolosi.

Marziani, più che terrestri

Nonostante il vantaggio iniziale del Siviglia, è il Barcellona che domina la partita, e dopo il pareggio di Messi le cose sembrano mettersi veramente male per i campioni di Europa League. Altro problema che emerge è l’incapacità di ripartire quando si recupera il pallone. Il pressing “a nuvole” del Siviglia rompe quasi del tutto gli schieramenti, facendo sì che chi recupera palla non abbia opzioni utili per impostare una nuova azione. Lo stesso Gameiro è spesso portato dall’impeto in posizione arretrata, non fornendo nemmeno l’opzione del lancio lungo ai suoi. Il Barcellona per contro è in controllo totale, con Iniesta e Rakitic in grande spolvero nell’amministrare e distribuire il gioco e, se non arrivano occasioni in maniera congrua, è soprattutto per le mancate corse di Neymar. Rafinha infatti è poco cercato dai suoi compagni e gioca più che altro consolidando il possesso della sua squadra.

Tremoulinas ha una sola opzione disponibile: una giocata su Gameiro che qui peraltro sbaglia il movimento andando in profondità alle spalle di Busquets, che come sempre ben posizionato, intercetterà il servizio.

Tremoulinas ha una sola opzione disponibile: una giocata su Gameiro che qui peraltro sbaglia il movimento andando in profondità alle spalle di Busquets che, come sempre ben posizionato, intercetterà il servizio.

Il vantaggio arriva quindi con un’altra magia di Messi. Stavolta è Iniesta a trovare un largo corridoio dopo essere uscito da una delle “nuvole” di giocatori del Siviglia. Don Andrés porta palla e viene steso. Dai 30 metri la Pulce produce un interno sinistro violentissimo che batte sul palo ed entra in porta. Non impeccabile Beto, che si posiziona al centro della porta completamente disorientato, propiziando quella che è una giocata comunque spettacolare del 10.

Il Siviglia costruisce dal basso l’azione, ma ricorre spesso al lancio lungo su Gameiro, che lotta come può assieme ad Iborra contro Busquets e i centrali avversari, raramente rendendosi pericoloso. Un problema sembra essere la staticità della linea a quattro degli avanti, che spesso tendono a schiacciarsi sulla difesa avversaria, piuttosto brava a togliere la profondità ai loro movimenti. L’unico a rompere la linea e a venire incontro è il veterano Reyes, che però da solo fatica a produrre alcunché. Rafinha dalla sua parte ripiega seguendo le avanzate di Coke anche fin sulla linea dei difensori, consentendo a Suarez e Messi di non correre troppo in fase difensiva e a Dani Alves di avere un atteggiamento più aggressivo.

In finale di primo tempo il Barcellona sembra sostanzialmente riposarsi: il Siviglia comincia a vincere qualche duello in più e riesce a costringere per qualche minuto gli avversari a una difesa posizionale che non è nelle loro corde. Ne nasce una buona occasione per Gameiro e Iborra su un cross basso dalla destra, sbrogliano tutto Ter Stegen prima e Dani Alves poi.

Nonostante questi segnali positivi, il dislivello tecnico è troppo ampio: se il Siviglia sbaglia il Barcellona punisce. Nasce così il gol di Rafinha, da una palla persa e da un contropiede condotto senza alcuna copertura preventiva a limitarlo.

La squadra di Luis Enrique a tratti diventa davvero spaventosa, guardando la partita viene da chiedersi come si fa a battere un undici così forte e con un Messi così decisivo. I marziani che cantavano i giornalisti sportivi di tutto il mondo sembrano essere tornati. Anche in avvio di ripresa il Siviglia continua a perdere le distanze, giocando in 40-50 metri ed esponendosi agli attacchi avversari. Arriva il quarto gol, da un errore piuttosto banale di Tremoulinas che consegna palla a Busquets, stranamente al posto giusto al momento giusto per l’intercetto. Il mediano serve Suarez, il quale si mangia l’area di rigore e con un paio di tocchi insacca.

Terrestri, più che marziani

Fonte immagine: Twitter ufficiale Sevilla CF

Fonte immagine: Twitter ufficiale Sevilla CF

Dopo il 4 a 1, forse sollevato dal carico psicologico della partita, il Siviglia si compatta e si rende molto più pericoloso. Tutti insieme i giocatori di Unai Emery si alzano in un grande blocco centrale e mettono seriamente in difficoltà la circolazione arretrata del Barcellona, che però sembra comunque poter riprendersi.

Il gol del 4 a 2 arriva grazie alla pigrizia della linea difensiva blaugrana, che dopo essersi abbassata per impostare l’azione non accorcia immediatamente la squadra. Sulla palla persa ha così spazio per correre Vitolo, che arriva sul fondo e mette un lungo traversone. Mathieu sbaglia facendosi attirare dal movimento incontro di Gameiro e lascia lo spazio a Reyes per insaccare indisturbato. A questo gol non segue comunque una reazione immediata del Siviglia, che gioca sì meglio del primo tempo, ma che subisce ancora il possesso e gli attacchi di un Barça in calo fisico. Luis Enrique si sente comunque tranquillo e inserisce Sergi Roberto al posto del capitano Iniesta, non in perfette condizioni. Il giovane canterano è un giocatore neanche lontano parente di Don Andrés: più propenso alla corsa in avanti e all’inserimento che alla rifinitura, più scolastico negli appoggi che creativo, meno in grado di risolvere situazioni complesse con il palleggio. I catalani perdono lucidità nella gestione del pallone e sotto la pressione avversaria cominciano spesso ad alzare la sfera.

Altra crepa nello scacchiere tattico c’è sulla fascia destra, dove Messi non rientra, Rakitic non riesce a coprire, e Dani Alves è preso in mezzo dal taglio esterno-interno di Vitolo e dalle avanzate puntuali di Tremoulinas. Nonostante l’errore grossolano costato il gol di Suarez, il terzino francese cresce molto nel secondo tempo, dove arriva con continuità in zona pericolosa. Il suo primo cross è sventato da Ter Stegen in uscita, in seguito rientra e calcia da fuori, mandando a lato, nella sua terza discesa arriva sul fondo e mette il traversone che porta al calcio di rigore. Mathieu è troppo statico in marcatura, guarda solo l’uomo, se lo fa scappare e, vedendosi scavalcato dalla palla, lo trattiene fallosamente in maniera piuttosto ingenua. Dal dischetto trasforma Gameiro.

L’ingresso di Konoplyanka per Reyes accentua questa debolezza del Barcellona, infatti l’ucraino si mette da quella parte proprio per sfruttare gli spazi con la sua tecnica e la sua velocità. Dopo il 4 a 3 il Siviglia si convince che la partita è riaperta e Luis Enrique sente il fiato sul collo. La sua reazione tuttavia è forse troppo frettolosa: toglie uno stremato Rafinha per inserire il difensore centrale Marc Bartra. Sistema la squadra con un 4-4-2 in cui Rakitic e Sergi Roberto sono gli esterni, Mascherano e Busquets i mediani, Mathieu scala centrale e Bartra gioca da terzino sinistro, probabilmente perché l’allenatore blaugrana non si fida del giovane come centrale in un frangente complicato. La mossa è però controproducente: Unai Emery capisce che il momento è propizio e inserisce da quella parte un esterno di spinta come Mariano e davanti una punta mobile come Immobile (lol), rinunciando al lancio lungo per le torri.

Bartra soffre fin da subito il suo ruolo, cercando sempre di intervenire col suo piede, il destro, a scapito di efficacia, coordinazione e rapidità. Proprio da questa tendenza scaturisono un paio di falli, ma soprattutto viene il gol del pareggio del Siviglia. Il liscio è clamoroso e favorisce Immobile, che tocca il suo primo pallone appoggiandolo bene tra portiere e difensori e pescando il tap-in di Konoplyanka. Luis Enrique impara la lezione, riporta Mathieu sulla fascia e sposta Bartra al centro.

La Provvidenza

I supplementari fanno poco testo in un’analisi tattica, anche se c’è da registrare il non-cambio di disposizione di Luis Enrique, che ritorna al 4-3-3 inserendo Pedro, l’uomo dei gol pesanti. Proprio lui decide la sfida, insaccando da pochi passi un corta respinta di Beto, ma come al solito è da Messi che parte tutto. L’argentino se ne va, viene messo giù, calcia la punizione, gliela respingono con la mano, ci riprova, para il portiere ed è solo qui che interviene quello che in questi momenti c’è sempre: Pedro, uno che sullo spuntare alle spalle di tutti al momento giusto ci ha costruito una carriera.

Il Barcellona alza un altro trofeo, in una partita troppo strana per essere successa veramente nel calcio calcolato e numerico del 2015. Per quello che può valere una sfida di inizio agosto per due squadre di uno dei campionati più ritardatari d’Europa, ci sono alcune indicazioni da trarre. La prima è sul Barcellona, una squadra mutaforma, capace di giocare un tempo su Marte e un altro sulla Terra, con problemi strutturali superati solo dalle sue qualità immense. È incredile che una squadra capace di dominare così un avversario sia in grado di subire dallo stesso quello che ha subito stasera. Se buona parte delle colpe si possono attribuire alla brutta serata di Mathieu e all’uscita di Iniesta, ci sono comunque delle lacune tattiche da colmare. Altra riflessione è quella su Luis Enrique, allenatore dalle conferenze stampa esaltanti, ma che sul campo lascia ancora qualcosa. Il cambio di Bartra è davvero difficile da capire, se non appellandosi all’inesperienza, che però non dovrebbe essere parte del bagaglio di un tecnico campione di tutto. Almeno sulla Terra, su Marte non saprei.