Altra parte di Amsterdam esiste: FC Amsterdam

La Scala del calcio? Che vada a farsi fottere…

Anno del Signore 1974, è il 23 ottobre secondo il calendario gregoriano. A San Siro si giocano i Sedicesimi di Finale di Coppa Uefa. La Scala del calcio indossa il vestito migliore, quello che solo le serate di gala europee esigono: l’Inter di Luisito Suàrez (nelle vesti di allenatore) affronta il Fc Amsterdam, autentica matricola e new entry di coppa, che però nel turno precedente ha spazzato via con 12 reti totali i malcapitati maltesi dell’Hibernian La Valletta. L’Inter non è più “Grande” come nel biennio magico del Mago Herrera, ma può ancora contare su un mix di gente di esperienza come Mazzola, Boninsegna, il capitano Facchetti e ragazzi di “belle speranze” come Oriali. I nerazzurri preparano il match come una finale, perché la Coppa è l’unico torneo che può ancora regalare soddisfazioni, visto che lo scudetto si sta indirizzando come di consueto verso Torino, sponda Juventus. Gli ospiti invece, in barba all’ansia prepartita e, nonostante i dirigenti raccomandino di non mettersi nei guai, se ne sbattono bellamente.  I giocatori olandesi organizzano un piccolo party la sera prima, dove naturalmente l’alcol e le donne non mancano. Scorrono fiumi di cognac nella coca cola servita inAzione di gioco FC Amsterdam abbondanza. E così, nel giro di qualche minuto, la truppa si ritrova sull’allegro andante, con il resto della serata facilmente immaginabile. Date queste premesse, pronostico quindi scontato a favore dei nerazzurri? Neanche a parlarne. L’alcool fa miracoli e al fischio finale dell’incontro è 2 a 1 per gli olandesi, con i 30.000 e passa tifosi di casa ammutoliti dalla doppietta dell’attaccante Nico Jansen. A nulla vale il gol segnato da Boninsegna, su ribattuta del rigore parato da un Jongbloed in serata di grazia. Due settimane dopo gli olandesi inchiodano i nerazzurri sullo 0 a 0, eliminandoli a sorpresa dalla competizione. L’esperienza europea del Fc Amsterdam si conclude poi ai quarti contro i tedeschi del Colonia, ma l’eco dello scalpo ai danni della formazione italiana fa rumore sia in Italia che in Olanda. Chi è realmente quel gruppo di semi sconosciuti avvinazzati che ha osato sfidare i giganti, batterli in casa loro e fottersene della Scala del Calcio?

Un tabaccaio, una fotomodella nuda ed…un piccolo monello

Flash-back indispensabile. Rewind al 1972. L’estate di quell’anno ad Amsterdam accade un avvenimento destinato a scombinare la geografia calcistica della capitale olandese. No, non si tratta dei festeggiamenti ad oltranza per la prima Coppa Campioni vinta dalla Ajax. E’ qualcosa di serio ma non troppo, al limite tra la segretezza della Massoneria e il “non ce ne frega una mazza” di tutti i non presenti. Il 20 giugno, in uno stanzino di un palazzo alla periferia della città dei tulipani, dalla fusione di tre squadre (il DWS, il De Volewijckers e il Blauw-Wit), nasce il Fc Amsterdam.

Foto di rito FC Amsterdam
Eccoli, ordinati, pettinati e composti come mai più nella vita

Il risultato che ne esce fuori, è quanto di più eccentrico e bizzarro si possa immaginare. E’, per meglio dire, una commistione di anime talmente diverse e fuori dagli schemi che ad esempio le chiavi del centrocampo sono affidate al baffuto Abe Van de Ban e il capitano e leader del gruppo è un certo Jan Jongbloed, di professione tabaccaio e portiere nel tempo libero. L’ossatura della squadra è per la quasi totalità composta da giocatori dell’ormai defunto DWS (Door Wilskracht Sterk, ossia Forti per volontà), fondato dai lavoratori del distretto di Spaarndammerbuurt e, per questo motivo, simbolo del popolo operaio. Uno di essi, oltre il già citato Jongbloed, è il bomber Nico Jansen detto Snout (Ringhio per capirci). I Forti per volontà hanno anche un passato glorioso alle spalle, culminato nella stagione ’63/64 con la vittoria del campionato e il raggiungimento dei quarti di finale di Coppa Campioni, poi persi con il Vasas Györ guidato da una delle mente più eccelse e visionarie del calcio danubiano: Nandor Hidegkuti, leggenda della Grande Ungheria di Puskas. Dal Blauw-Wit, società che attira le simpatie del ceto medio e della classe lavoratrice di ideologia moderata, provengono altri personaggi alquanto singolari: uno fra tutti, Frank Kramer. Anch’egli calciatore part-time, coltiva da sempre la passione per la musica a tal punto che nel ’76 deciderà addirittura di entrare a far parte della band occasionale Full House, sbancando con la Hit Standing on the inside.

La canzone di per sé fa abbastanza cagare e spero vivamente che non abbiate avuto il coraggio di sentirla fino in fondo. Più importante, invece, sottolineare che il De Volewijckers, pur non fornendo giocatori al neonato Fc Amsterdam, ne dona la fierezza dei tuoi tifosi apertamente di fede comunista, tra cui anche i membri attivi della resistenza, quelli che durante l’occupazione nazista amavano regolare quasi sempre sul campo da gioco i conti aperti con i collaborazionisti. A mo’ di ciliegina sulla torta infine, per non farsi mancare nulla e rendere il tutto ancor più surreale e istrionico, una fotomodella apparsa nuda davanti alle telecamere dell’emittente VPRO come madrina e l’Het Lieverdje (il Piccolo Monello) come logo societario. Quindi a conti fatti, quel bel pezzo di figliola di Lady Phil Bloom a far sognare la tifoseria e una statua, divenuta in seguito il simbolo della controcultura hippy-ecologista, come luogo di ritrovo di tifosi e calciatori. Lecito definirli Rivoluzionari? Certamente si, sempre fieri di esserlo e orgogliosi di dimostrarlo. Dentro e fuori dal campo. E a veder la foto…come dargli torto.

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Serve aggiungere altro?

“Voi pagateci il biglietto, che con i giapponesi giochiamo noi”

Ma non finisce qui, quel gruppo di pazzi e sregolati si spinge oltre il limite di una bevuta prepartita o di qualche zingarata improvvisata. Si rende protagonista di una delle truffe più clamorose e ben riuscite nella storia del pallone. Vittime inconsapevolmente felici, i giapponesi. E chi se non loro, ancora così acerbi e digiuni del grande calcio europeo. Tutto accade nell’Agosto del 1979, quando la stazione televisiva Tokio Channel (l’odierna TV Tokyo) allestisce un grande evento per festeggiare i suoi quindici anni di attività. 2000px-TXN_logo.svgIl piatto forte della serata deve essere un’amichevole calcistica tra una delle migliori nazionali al mondo e la selezione nipponica. Vengono contattate tutte le più forti selezioni Europee e quasi tutte rispondono picche. Quasi tutte perché, visti i molteplici zeri promessi sul compenso pattuito, la federazione olandese accetta al volo, senza però interpellare prima il parere di Cruijff &Co. Ora, se c’è una cosa che Johan Cruijff non ha mai apprezzato nella sua umile carriera ricca di successi, è il non avere l’ultima parola in merito a praticamente tutto. Morale della favola: i giocatori, capeggiati dall’Olandese Volante, si mettono di traverso e si rifiutano di partire per una trasferta lunga ed estenuante, per giunta a ridosso dell’inizio della stagione calcistica. Il problema per la federazione dei tulipani si fa serio; con l’accordo così vincolante, quella partita volente o nolente ormai si deve giocare. In ogni modo e ad ogni costo.

Se si è con le spalle al muro come lo è la KNVB in quella situazione, per uscirne fuori c’è bisogno del classico coniglio dal cilindro, di un catalizzatore che consenta di offuscare per qualche secondo la mente del proprio interlocutore. Una volta trovato, si devono solo incrociare le dita e pregare che la sequenza di eventi si sussegua come sperato e pronosticato. O giusto il tempo di un Merdacazzoporco detto tutto d’un fiato. Con il beneplacito della federazione calcistica nipponica, la truffa parte dall’idea del presidente del Fc Amsterdam Dé Stoop: “Con quelli là giochiamo noi non vi preoccupate”. – ripete con fare sicuro – “Sarà sufficiente che ci paghiate il biglietto e ci diate le magliette da gioco”.

“Far giocare voi al posto dei nostri campioni?” – si chiedono basiti i dirigenti della KNVB – “Ma sarebbe come distrarre i giapponesi facendoli guardare a destra, mentre  a sinistra le magliette dell’Olanda le indossano undici giocatori di Eerste Divisie (Seconda Categoria olandese)”. Un follia appunto, a meno che quelle magliette…

…a meno che quelle casacche arancioni, con le quali l’Arancia Meccanica mostra al mondo la potenza del Calcio Totale, non si trasformino nel perfetto catalizzatore di una Mossa Kansas City coi fiocchi. E se Charlie Chaplin arrivò terzo ad una gara di sosia di Charlie Chaplin, non è una pazzia convincersi che più di 40.000 persone se la bevano, credendo che siano la vera nazionale olandese. Succede esattamente così. Dopo tanto penare si gioca: i tifosi sugli spalti sono contenti, Tokyo Channel ignara di tutto festeggia con gioia i suoi quindici anni di attività, la partita finisce tanto a poco per i finti Orange d’Olanda ma poco importa, perché la KNVB può tirare un sospiro di sollievo ed intascare finalmente quanto pattuito.

Troppo anarchici per durare in eterno

Di quell’incontro il Fc Amsterdam raccoglie solo la soddisfazione di averla fatta sotto al naso dei giapponesi tanto ligi e precisi. Nient’altro. Perché la federazione olandese quei soldi ricevuti come premio, non ci pensa minimamente a spartirli con i compagni di truffa. Il club non se la passa bene, la retrocessione in Eerste Divisie nel ’78 complica la situazione finanziaria, e parte di quei soldi sarebbero oro colato per lejongbloed tifosi casse asfittiche della società. E’ così lontano il ricordo delle serate di gala al tavolo delle coppe europee che ora, pur essendo passati solo pochi anni, appaiono paradossalmente fin troppo lontane. I risultati sportivi non supportano più quella banda di anarcoidi, il fuoco sacro del “noi che prendiamo a calci in culo tutto e tutti” si sta spegnendo dall’interno. Le prime crepe tra le varie anime della squadra si aprono e danno luogo a dissidi mai sopiti: come gli amanti alimentano il loro amore con il fuoco della passione, quegli uomini cercano disperatamente una fiammella per riaccendere il loro. Senza riuscirci, perché il principio della fine si materializza con l’abbandono dell’Olympisch Stadion, troppo grande per la media spettatori della squadra, e diventa realtà nel 1982 quando arriva il fallimento. Da questo triste epilogo non risorgerà alcuna fenice. Niente repliche concesse ma, parafrasando Nick Hornby, solo la malinconia del ricordo di un decennio trascorso da quegli uomini come se:

avessero avuto davanti a sé un piatto strapieno ed avessero mangiato tutto in un lampo. Non era avanzato più nulla. Forse è così che le grandi squadre resistono: evitando di abbuffarsi. Sanno che quel che hanno davanti deve durare a lungo, e così lo centellinano. 

Anche se spero che in fondo la ragione non sia questa. Spero invece che una volta calato il sipario, quel manipolo giocatori che hanno illuminato in qualche modo le giornate dei loro tifosi, abbia continuato a ricevere da essi un piatto pieno…di eterna riconoscenza.

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