Le (non) sorprese delle Qualificazioni a Euro2016: Albania

Se c’è una cosa che le Qualificazioni a Francia 2016 stanno dicendo è che le periferie del calcio europeo stanno colmando il gap con le tradizionali grandi. Investimenti nelle strutture, squadre giovani e vivai sempre produttivi, esportazione continua di talenti in campionati più probanti sono i fattori che stanno permettendo a molte nazioni di emergere.

Dopo Austria e Islanda, torniamo ad occuparci delle Nazionali “underdog” che in queste Qualificazioni agli Europei francesi della prossima estate stanno facendo vedere i sorci verdi alle loro avversarie più quotate. Per arrivare nella terza nazione della nostra lista è sufficiente attraversare il non così largo canale di Otranto, per approdare in Albania.

ssItalia e Albania raramente si sono capite, e ancora più raramente sono riuscite a lavorare insieme per obbiettivi comuni. Il calcio non ha fatto eccezione: in tempi recentissimi abbiamo degli esempi nella poco chiara parentesi del magnate Taçi da presidente del Parma e nella fallimentare esperienza di tal Francesco Becchetti e del suo reality su Agon Channel: una specie di Campioni, traposto dal Cervia al Leyton Orient. L’avvicendarsi di quattro tecnici in una stagione, Andrea Dossena in difesa e Simona Ventura in studio: nonostante le fulgide premesse lo storico sodalizio londinese è retrocesso in League Two.

Generalizzare, però, non è mai corretto, e infatti proprio quando contava di più l’Italia e l’Albania calcistiche hanno trovato una meravigliosa quadratura del cerchio, quando il trevigiano Gianni de Biasi si è seduto sulla panchina più importante dello stato balcanico: quella della selezione nazionale. Sotto la guida dell’ex allenatore, tra le altre, di Brescia e Torino, le aquile sono risalite dall’anemico 74esimo posto nel ranking Fifa di dicembre 2011, a un prestigioso 25esimo gradino dell’ultimo calcolo, con un balzo quasi miracoloso nell’ultimo anno solare di trentatré posizioni.

La guida

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De Biasi col suo vice, Paolo Tramezzani, ex terzino dell’Inter, con alle spalle una grande esperienza nella formazione giovanile.

Dopo l’esonero lampo comminatogli dalla dirigenza dell’Udinese, che lo prende il 22 dicembre 2009 e lo silura il 21 febbraio dell’anno successivo a favore del ritorno di Pasquale Marino, la carriera di De Biasi sembrava destinata, all’importante età di 55 anni, ad una spirale discendente giù nel dimenticatoio e nel folklore dopo lo scollinamento degli anni ’10, sorte toccata a buona parte di quella generazione di tecnici veneti venuti su dal nulla o quasi, che conta tra le sue fila gente come Malesani, Cavasin e Bepi Pillon, e che nella mancanza di versatilità e nel conservatorismo culturalmente radicato ha trovato la sua rovina.

Talloni d’Achille che forse Gianni De Biasi non ha, o ha perso con la maturità. Il suo non è solo l’animo del sempliciotto trevigiano, né ha velleità intellettuali che non riesce a comprendere. Bastano pochi minuti sul suo sito, per comprendere la profondità di un uomo che, dopo aver snocciolato in maniera piuttosto sbrigativa la sua vita, tra i collegi, tra l’amore per la milanese Paola, tra le sue varie esperienze come calciatore professionista, ha il coraggio di concludere la sua piccola biografia con una dedica rapida, ma densissima, al padre, a quelle “cose non dette, alle sensazioni non trasmesse e ai sentimenti mai dichiarati”.

Analizzo così profondamente l’allenatore perché il successo dell’Albania è davvero qualcosa di immenso, se pensiamo ai nomi coinvolti. Tranne rare eccezioni, la rosa della Nazionale è composta da giocatori semisconosciuti che raramente hanno toccato i migliori campionati d’Europa o le competizioni continentali, se non a livelli bassi. La chiave del successo di questo gruppo sta quindi seduta in panchina, ad esplicare la sua funzione con intelligenza e umanità.

De Biasi fu protagonista della doppia promozione del Modena dalla C1 alla A nei primi anni 2000. In seguito guidò il primo Torino di Cairo, squadra allestita in una settimana, ad una clamorosa promozione in A.

“Non sono un eroe, sono una persona normale che cerca di fare il proprio lavoro”, una frase, che detta così, sembra più che altro di facciata, ma che tuttavia si cuce benissimo addosso ad un tecnico come Gianni De Biasi, che in carriera ha chiesto più che altro di poter lavorare tranquillo (e quando c’è riuscito i risultati sono arrivati, chiedere della doppia promozione del Modena o della miracolosa prima stagione del Torino di Cairo), mettendo in secondo piano l’aspetto economico. Tra l’altro, pare guadagni un ventesimo di quello che guadagna Conte, e tuttavia non rimpiange l’Italia, preferisce star bene e in salute, dice, all’ambiente più ricco e più caotico del calcio italiano (questo in realtà non lo dice, ma lo intendiamo noi).

Il suo più grande merito, da quando nel 2011 prese una nazionale ancora ancorata ai “grandi vecchi” Bogdani e Lala, è stato quello di cambiare il DNA dei giocatori perno della Nazionale, o meglio, di sfruttare un cambiamento di DNA che coinvolge tutto il paese da qualche anno. Più e più volte De Biasi si è speso in parole di elogio per il popolo e lo stato albanese, pur mantenendo una certa pragmaticità e non scadendo nella sviolinata: sforzi che hanno sicuramente avuto un peso nella decisione di conferirgli la cittadinanza albanese onoraria del marzo scorso. Il CT descrive i ragazzi albanesi come giovani affamati e dalle ottime qualità, che progressivamente attraverso l’emigrazione ed il lavoro stanno abbandonando quella tendenza al “rilassamento” che li accumuna con gli italiani.

Lavorare sodo

In questa voglia di mettersi al servizio, di cooperare sotto l’egida della loro guida verso un obbiettivo comune, sta la chiave del successo di quello che è un gruppo di giocatori assolutamente ordinario, che ha il suo leader in Lorik Cana, trentenne centrale che alla Lazio ha fatto impallidire un po’ tutti per la sua lentezza e i suoi movimenti sgraziati. Non in Cristiano Ronaldo o in Eriksen, come le avversarie dirette per il primo posto nel girone, Portogallo e Danimarca, in Cana.

I ragazzi di De Biasi sono una squadra fortemente organizzata, e in questo si vede la mano della scuola italiana, che gioca però con sfrontatezza contro compagini ben più attrezzate, senza nessun tipo di timore reverenziale. La difesa, da teorico colabrodo, è invece uno dei punti di forza della squadra: solo 2 le reti subite, anche se per un periodo si erano aggiunte le 3 inventate dall’UEFA e poi trasferite in quelle segnate dal TAS di Losanna. Giustamente, peraltro.

I limiti individuali della difesa sono decisamente rilevanti, come dimostra la facilità con cui Mkhitaryan si incunea in area di rigore per il vantaggio degli armeni, poi rimontato da Mavraj e Gashi. Anche il portiere, il laziale Etrit Berisha, lascia piuttosto a desiderare, come dimostrano i due errori in fila nell’azione del vantaggio della Danimarca. Le lacune, tuttavia, sono colmate da un grande lavoro di squadra.

Equilibrio

De Biasi è stato criticato in patria, per l’eccessivo difensivismo della sua Nazionale, come se l’Albania si potesse permettere qualcosa di diverso. Come detto, non avesse ricevuto in regalo quei tre gol dalla senteza del TAS, sarebbero solo 4 le segnature realizzate dalle Aquile in queste Qualificazioni, frutto di 3 contropiedi e di un calcio piazzato con successiva zuccata di Mavraj. D’altronde, contro avversari di livello palesemente superiore, De Biasi si è rifugiato in un accortissimo 4-3-3 che però come esterni d’attacco vede un terzino come Lenjani (San Gallo) e un mediano come Andi Lila (PAS Giannina, l’anno scorso sei mesi al Parma), relegando un giocatore come Shkelzen Gashi, ala destra del Basilea da 26 gol e 7 assist nel 2014/2015 ad alternativa offensiva del secondo tempo, come nel caso della partita contro l’Armenia, quando fu decisivo con un suo colpo di testa nei minuti finali.

Poco spazio per gli esperimenti quando c’è da fare i risultati, molto di più nelle amichevoli, dove si sono viste anche altre soluzioni ben più offensive, come il 4-2-4 che ha portato la vittoria contro San Marino e il 4-2-3-1 che ha piegato Malta, moduli infarciti di giocatori di qualità come il centrocampista del Pescara Memushaj e l’esterno Valdet Rama, attualmente in prestito al Monaco 1860 dal Valladolid. La mossa non ha però pagato contro formazioni più attrezzate: nonostante gli innesti offensivi le amichevoli con Romania ed Ungheria hanno portato altrettante sconfitte senza reti.

Grande prestazione del clivense Armando Vajushi (ora al Livorno), ma contro San Marino sono emerse tutte le difficoltà nel condurre il gioco e nel segnare di questa squadra.

La dimensione della selezione albanese sembra quindi quella della squadra attendista, compatta, operaia, dedita al sacrificio, che appena ha mezzo pallone lo lancia lungo sul terminale offensivo, il più che discreto Sokol Cikalleshi, attaccante appena arrivato in Turchia al Basaksheirspor dallo Split. La sua fisicità esplosiva gli consente di allungare la difesa avversaria e vincere molti duelli aerei, facendo da testa di ponte per le corse dei suoi compagni di squadra. Se il fiuto del gol andasse di pari passo con le sue doti naturali, calcherebbe altri palcoscenici: 10 gol nella sua stagione più prolifica coi club fuori dal modesto campionato albanese, deve ancora trovare la prima rete con la sua Nazionale, nonostante le 7 presenze messe insieme da un anno e mezzo a questa parte.

L’Albania che lotta per la Qualificazione diretta agli Europei con Portogallo e Danimarca, essendo praticamente sicura dei playoff (l’Armenia sta fallendo su tutta la linea, con un solo punto raccolto, la Serbia ancora peggio, essendo in saldo negativo visti i punti di penalizzazione conquistati dai suoi ultras) è un miracolo sportivo, nemmeno troppo imprevedibile visti i playoff sfiorati anche per le Qualificazioni ai Mondiali brasiliani. Un miracolo che porta la firma di un uomo, oltre che di un tecnico, che ha dimostrato intelligenza e pazienza ben al di sopra del risalto mediatico che gli è stato concesso nella sua vita, è il miracolo di Gianni De Biasi.

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