Napoli-Liverpool 1-0: commento a caldo di una (meritata) vittoria

Serviva forse una partita spartiacque per certificare l’evoluzione del Napoli con Carlo Ancelotti. Anche se fosse finita con un pareggio, per quanto deludente potesse risultare, è questa la partita di cui sopra.
Le asimmetrie sono la chiave del cambiamento di questa squadra. Uno schieramento estremamente liquido, che ha saputo sempre, se non disinnescare, quantomeno rallentare la costruzione bassa del Liverpool. La posizione di Fabian Ruiz è stata la chiave. Lo spagnolo, nominalmente esterno di fascia sinistra, ha spesso preso una posizione da mezzala, alzandosi ed accentrandosi vicino a Milik. Il cuneo creato col polacco e con Insigne indirizzava fortemente il gioco del Liverpool, isolando un lato dall’altro ed impedendo ai Reds di muovere la palla sui grandi spazi. Una volta chiuso il possesso dall’una o dall’altra parte, le strategie di recupero erano differenti. Sulla propria corsia di sinistra il Napoli ingabbiava rapidamente i Reds, chiudendo gli spazi verso la linea laterale. La poca proprietà di palleggio di Gomez e Alexander-Arnold, nonché l’efficace lavoro su Salah – sempre costretto spalle alla porta – ha chiuso la porta. A destra l’atteggiamento prudente del terzino/centrale Maksimovic ha creato un imbuto dove il gioco del Liverpool veniva incanalato. Ad attendere in fondo al tunnel però c’era un tentacolare Allan, (5/7 contrasti vincenti, migliore dei suoi), che ha ringhiato sulla soglia di quel passaggio finché non ha dovuto arretrare per far da stampella ad Hamsik. Lo spettacolare lavoro di pressing ha impedito al Liverpool di allungare il campo, costringendolo per lunghi, psicologicamente frustranti, tratti nella propria metà difensiva.

Il Napoli ha superato l’asfittica necessità di cercare trame di gioco poligonali, non esagera più con il “gioca a chi vedi” quando parte dal portiere, non ha paura di giocare sul campo grande e non sovraccarica più la fascia sinistra. L’exploit di Insigne in questo inizio di stagione è tremendamente incoraggiante. Finalmente vediamo l’attaccante napoletano in un contesto che ne esalti le qualità e gli permetta di essere sempre utile alla squadra con le sue caratteristiche. Troppo spesso infatti (e sempre, in Nazionale) Insigne aveva dato l’impressione dello studente poco diligente quando chiamato a partecipare a cerebrali manovre posizionali, di fatto mancando sempre quel salto di qualità che solo la consapevolezza del proprio ruolo in campo e delle proprie qualità può dare. Sono proprio cambiate le sue ricezioni: più spesso trovato con del campo alle spalle della difesa, più spesso trovato in corsa.
Questo perché il Napoli, dicevamo, non ha più paura di giocare in un campo grande. Quando la partita lo richiede sa muovere palla per la via più veloce – quella aerea – e su lunghe distanze, concedendo più ritmo e respiro all’attacco e meno tempo alla difesa avversaria di togliere la profondità. Chiaro che contro una squadra atleticamente importantissima come il Liverpool può succedere di calare da questo punto di vista, ma qui la superiore capacità di lettura di Ancelotti viene in soccorso degli Azzurri. Forze fresche e velocità in attacco con Mertens e Verdi (del quale però non possiamo fare a meno di notificare ancora una certa inadeguatezza tecnica per certi ritmi) sia per rinvigorire con la corsa quel pressing tatticamente perfetto, ma probante, sia per poter avere maggior imprevedibilità in una fase di partita che fisiologicamente avrebbe dovuto vedere il Napoli agire di rimessa. Quando Hamsik, autore di una prova convincente, ha pagato dazio, dentro Zielinski e con lui rinnovata verticalità alla manovra. Il gol vittoria non è casuale, non solo perché arriva dopo una pletora di altre occasioni, ma anche perché rappresenta il preciso punto di arrivo di un piano gara in cui ogni dettaglio è stato studiato con rara intelligenza dal mister ed eseguito con abnegazione dalla squadra. Il Napoli è sicuramente una squadra forte nei singoli, ma probabilmente meno forte di altre. Si è detto spesso della precedente gestione che il dogmatismo era necessario, che il Napoli solo con il suo gioco così cesellato poteva competere con realtà più attrezzate. Personalmente ho sempre, articolatamente, sostenuto che proprio l’integralismo fosse il principale limite del Napoli. Non solo per la mancanza di alternative tattiche, ma anche per la mancanza di fiducia nei giocatori che presuppone. Maggiore spazio decisionale per i calciatori significa maggiore spazio di crescita. In un contesto in cui le idee dell’allenatore godono dell’infallibilità papale, quando sbaglio significa che è colpa mia, sono io ad essere scarso: si perde autostima. In un contesto invece in cui l’errore è accettato come opportunità di reagire e trovare nuove soluzioni, allora posso capirlo ed imparare qualcosa.
Dopo davvero molto tempo Ancelotti si ritrova una squadra da far crescere, più che da assemblare. Io credo che si percepisca nel suo atteggiamento quel rinnovato entusiasmo per il lavoro, che solo il toccare con mano i miglioramenti dei propri ragazzi può dare.
Se non puoi competere sul mercato, forse la vera strada è quella dell’imperfezione, dell’asimmetria, della pazienza e, alla fine, della crescita.

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