Ogni maledetta finale

Ogni maledetta finale ha una settimana che precede ed una che succede la partita. Non importa quale competizione sia, il crescendo di emozioni che si mescolano con il passare dei giorni, ha a che fare con un turbinio di sentimenti difficilmente spiegabili a chi non è tifoso.

Ogni maledetta finale è una continua sfida di resistenza cardiaca e nervosa. E qualunque cosa si faccia, non c’è alcun modo di distogliere il pensiero da quei novanta minuti ancora da giocare.

Ogni maledetta finale ha anche una mattina che accompagna l’intera giornata, fino al fischio d’inizio. Una mattina più importante delle precedenti, dove sono le emozioni a guidare il corpo e la mente di un tifoso.

Ogni maledetta finale ha un pomeriggio ed un prepartita da preparare. Lungo, lunghissimo, a volte eterno. Il tornello da oltrepassare, il seggiolino (il più delle volte sporco) da trovare e l’attesa snervante con la quale convivere.

Ogni maledetta finale ha uno o più vicini di tifo. Casuali, come la scatola di cioccolatini di Forrest Gump: non si sa mai chi possa capitare. Ma non importa, al fischio d’inizio si è tutti fratelli, sotto un unico vessillo, quello della propria squadra del cuore.

Ogni maledetta finale ha un fischio d’inizio, un coro da cantare ed un commento tecnico per giudicare. Tifosi si, ma anche allenatori. Il modulo? Sbagliato. L’atteggiamento? Da rivedere. I giocatori? Più grinta: è pur sempre una finale cazzo!

Ogni maledetta finale ha un gol segnato da festeggiare o uno subito da maledire. Un’azione sbagliata da criticare o un palo (a volte anche due) da benedire. Minuti che scorrono, in cui il tifoso è al centro del mondo, e il fatto che lui è così importante, che il casino che ha fatto è stato un momento cruciale in tutto questo, rende la cosa speciale. Perché se è stato decisivo come e quanto i giocatori, e se non ci fosse stato, a chi fregherebbe niente del calcio?

Ogni maledetta finale ha il destino già scritto nel suo percorso. Ignoto agli occhi del tifoso, ma cosparso, però, di piccoli segnali rivelatori: che sia questa la volta buona? E’ la classica domanda da un milione di dollari. Nessuno lo sa, tutti lo sperano.

Ogni maledetta finale è la metafora più bella e realistica della vita: un gioco di centimetri, e così è il calcio. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il calcio, il margine di errore è ridottissimo. Labile, come la linea di demarcazione che separa il trionfo dalla disfatta.

Ogni maledetta finale ha un fischio finale, a decretare un vincitore ed un vinto. Un tifoso che piange di gioia, ed un altro di dolore. Senza mezze misure, bianco e nero. Come lo sono la vittoria e la sconfitta.

Ogni maledetta finale si può vincere o perdere: l’importante è vincere o perdere nel rispetto dell’avversario. Non c’è vittoria nel disprezzo dell’impegno del rivale, delle sue lacrime, del suo sconforto.

Ogni maledetta finale, infine, vivrà sempre nella speranza di un’altra finale. Se si perde la finale di Coppa in Maggio si può sempre aspettare quella della stagione successiva, che male c’è in questo? Anzi, in fin dei conti, è piuttosto confortante se ci si pensa no?