Perché non è Europa League senza Calcio da dietro…

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Le magnifiche quattro.

Siviglia, Liverpool, Villareal e Shakhtar Donetsk cominciano a vedere Basilea, che ospiterà la finalissima dell’edizione di Europa League 2015/16, competizione che sin dall’inizio ci ha regalato speranze, emozioni e curiosità.

Abbiamo assistito a quattro sfide entusiasmanti, ognuna con caratteristiche, sfumature, rivalità e protagonisti diversi dalle altre: cominciamo a mettere ordine.

Senza discussione il doppio confronto tra Braga e Shakhtar Donetsk. 

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La squadra di Lucescu (in scadenza a fine stagione, vedremo cosa accadrà, sarebbe un delitto lasciarlo andare via, anche se le settanta primavere potrebbero incidere nelle decisioni del tecnico romeno) aveva i favori del pronostico sin dal sorteggio iniziale, figurarsi dopo la brillante vittoria ottenuta in Portogallo nella gara d’andata. Occorreva una prova coraggiosa e spregiudicata allo Sporting Braga, con l’obbiettivo di segnare due volte per garantirsi il passaggio del turno: ambizione che si è spenta precocemente più che altro per due motivi. Il primo è rappresentato dalla delusione: quella di un rigore solare negato dall’arbitro Pavel Kralovec dopo appena dieci minuti all’attaccante egiziano Hassan, steso brutalmente dal centralone ucraino Kucher, in un episodio che avrebbe potuto rivoltare completamente le sorti della gara. Piccolo excursus su questo centravanti: classe 1993, non memorabile la sua partita in Ucraina ma degna di nota la sua stagione, con dieci reti realizzate in Primera Liga (su venti partite disputate) e tre in Europa League, dotato di alta statura ma asciutto fisicamente, garantisce forza fisica, atletismo e discreta finalizzazione ad un prezzo accessibile. Il suo valore di mercato si aggira attorno ai cinque-sette milioni di euro, fossi in una squadra di metà classifica italiana azzarderei l’acquisto. Tornando ai portoghesi dello Sporting Braga, il secondo motivo è rappresentato dall‘inferiorità tecnica. Poco da fare, troppo superiore questo Shakhtar per una squadra che presenta sì discrete individualità (il già citato Hassan, ma anche Rafa Silva e Wilson Eduardo), ma che si trova a questo punto della competizione principalmente grazie ad un sorteggio favorevole (sedicesimi contro il Sion, ottavi contro un Fenerbahce lontano dai livelli di dieci anni fa). E’ proprio sulla squadra di Lucescu che occorre spendere due parole di più: all’apparenza ridimensionata dalla guerra e dalle cessioni illustri (Douglas Costa, Luiz Adriano, Alex Teixeira, e hai detto poco), la società ucraina ha, come di consueto, saputo fare di necessità virtù, promuovendo coloro i quali avevano trovato poco spazio fino a quel punto, ma sui quali era stato comunque fatto un importante investimento, e andando a pescare dal proprio vivaio, in costante crescita qualitativa. Più precisamente, ci riferiamo all’argentino Facundo Ferreyra, attaccante classe 1991, arrivato addirittura due stagioni fa dal Velez per sette milioni di euro, oggi particolarmente partecipe alla manovra dei suoi, grazie ad un pressing continuo, marchio di fabbrica della casa e a causa del quale spesso delle volte arriva affaticato davanti allo specchio della porta, nei confronti della retroguardia avversaria, per la quale si è dimostrando veramente inarrestabile, ma anche al brasiliano Marlos, ormai alla sesta stagione in terra ucraina (arrivò nel 2011 grazie al Metalist Kharkiv), che grazie alla sua velocità e imprevidibilità palla al piede ha messo in enorme difficoltà i portoghesi, entrando nelle azioni di due dei quattro gol neroarancio: non più giovanissimo, essendo un classe 1988, si apprezza di lui principalmente la dote di uomo-assist (ben nove in venti match di campionato). Infine, menzione speciale per l’uomo partita della serata: stiamo parlando dell’appena ventenne Viktor Kovalenko, prodotto dell’academy neroarancio, l’uomo nuovo di Lucescu e dello Shakhtar in generale. Grazie alla sua fisicità ha letteralmente spaccato la partita, conquistandosi il rigore trasformato da Srna, entrando nell’azione del raddoppio, per poi chiudere in bellezza siglando il tris. Promosso in prima squadra in questa stagione, rischia di diventare ben presto un uomo mercato, nonostante per ora il suo nome rimanga ancora in secondo piano rispetto a molti suoi coetanei: in lui personalmente vedo un trequartista moderno, che abbina intelligenza tattica e corporatura granitica a due piedi veramente educati. Il suo valore di mercato è ancora molto alla portata, intervenire ora prima che sia troppo tardi.

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Saluta l’Europa a testa alta (e già ampiamente con la pancia piena) anche lo Sparta Praga, demolito alla Generali Arena da un Villareal fin troppo sottovaluto dalla stampa. 

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Il raggiungimento dei quarti di finale per i ceci, che in campionato stazionano al secondo posto ben distanziati dalla capolista Viktoria Plzen, ha garantito entrate economiche significative, che secondo i quotidiani locali copriranno l’arrivo di due acquisti di qualità nella prossima sessione di mercato. Due considerazioni contrastanti contraddistinguono la squadra allenata dal tecnico Scasny: un cammino europeo di assoluto livello, in cui il raggiungimento della top eight è assolutamente meritato, frutto di un’imbattibilità mantenuta dalla prima gara della fase ai gironi fino all’andata dei quarti di finale, eliminando ai sedicesimi una delle sorprese di questa competizione, l’FC Krasnodar, e andando a vincere all’Olimpico di Roma contro una Lazio sì tramortita, ma abituata ormai a questa competizione, ed una rosa non proprio di primissimo livello. Il successo di questa squadra è da identificare sostanzialmente nella compatezza di un gruppo in cui non prevale un calciatore in particolare, disposto con un 4-4-2 coriaceo, che dà il meglio di sè in fase di ripartenza, e caratterizzato da un reparto offensivo di discreto talento, e uno difensivo così così. Senz’altro è verso David Lafata a cui dedico il primo pensiero: attaccante girovago 34enne (ha segnato in Repubblica Ceca, Austria e Grecia),  è il vero punto di riferimento dell’attacco ceco, dettando, con buoni risultati, i tempi di gioco e risultando spesso letale in zona gol (seppur non nella doppia sfida europea contro il Villareal): finora, sono quattordici le reti segnate in campionato, capocannoniere della propria squadra. Attorno a lui una serie di brevilinei di discreto talento: il nigeriano Fatai, spesso utilizzato come esterno destro, classe 1990, arrivato in estate per un milione e mezzo dall’Astra Giurgiu, di cui definiamo come ottimo il suo impatto con il campionato ceco, che rappresenta a tutti gli effetti un salto di qualià rispetto a quello romeno, e con la sua prima avventura europea, avendo siglato otto reti e due assist in campionato e tre reti in Europa League. Contro il VIllareal un po’ in ombra il nigeriano, dando il meglio di sé con azioni a tagliare il campo, e fornendo comunque a Dockal la palla del momentaneo 4-1. In questo senso impossibile non menzionare anche l’esterno sinistro Krejcl, classe 1992, mattatore all’Olimpico contro la Lazio, nell’ultima gara un po’ altalenante, sbagliando nel primo tempo un rigore in movimento, riscattandosi poi fissando il punteggio sul 4-2 in favore degli ospiti: una vera e propria ala vecchio stampo, con stile di gioco alla Bonaventura, che potrebbe rappresentare un interessante investimento per molte società italiane interessate ad un ragazzo di talento, ma ancora malleabile tatticamente. I suoi sette assist in campionato e le sue convincenti prestazione europee non possono essere ignorate. Vogliamo spendere anche qualche parola sui vittoriosi ospiti spagnoli? Per me, con l’uscita di scena del Borussia Dortmund, assoluta favorita (poco considerata da addetti ai lavori e stampa) per la vittoria finale. In primo luogo per la tranquillità e spensieratezza con cui gli uomini di Marcelino potranno preparare le prossime gare della competizione: con un quarto posto blindato a +12 sul Celta Vigo, si potrà lasciare spazio alle seconde linee. In secondo luogo, per un gruppo coeso sia emotivamente che soprattutto tatticamente, grazie ad un 4-4-2 che permette allo stesso tempo di mantenere equilibrio ed esaltare il grande talento a disposizione nella rosa: basti pensare che quella del Villareal è la miglior difesa del campionato spagnolo. Infine, per alcune individualità di assoluto valore internazionale: primo fra tutti quello che probabilmente verrà definito l’acquisto dell’anno in Spagna, quel Cedric Bakambu, 25 anni, finora autore di 12 reti e quattro assist in campionato, e di undici marcature in Europa League: nazionale congolese, acquistato per 5,5 milioni di euro dai turchi del Bursaspor, vero attaccante moderno, dotato di una straordinario atletismo che gli permette di prendere costantemente un tempo di gioco al proprio marcatore: bomber con futuro scritto in Premier League, mette agli atti un’altra doppietta, confermandosi davvero letale sotto porta. Tralasciando Roberto Soldado, di cui tutti più o meno siamo a conoscenza, doveroso spendere due parole sul talentino Denis Suarez: classe 1994, ala destra di nascita ma adattato ad esterno completo, rappresenta il classico trequartista di fabbricazione spagnola, dotato di un tocco di palla assolutamente delicato e di un dribbling fulminante. Scuola (e proprietà) Barcellona, è stato lasciato partire in prestito con diritto di riscatto fissato a quattro milioni di euro nell’ultima sessione di mercato, grazie alla lungimiranza dei dirigenti del Sottomarino Giallo. Riscatto che verrà pagato con grande soddisfazione: contro lo Sparta nascono due dei quattro gol di serata dai suoi piedi.

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Per la terza edizione consecutiva il Siviglia raggiunge le semifinali d’Europa League, seppur con molta fatica a causa di una strepitosa prestazione di un Athletic Bilbao mai arrendevole.

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Dopo l’ottima prestazione della gara d’andata, che hapermesso alla squadra di Emery di espugnare il Nuevo San Mames, sarebbe bastata una prova sufficiente e di contenimento al Siviglia nella gara di ritorno per evitare ogni sorta di pericolo. E tutto è sembrato andare secondo i piani di Llorente (non sceso in campo) e compagni, dopo un primo tempo abbastanza monotono, in cui i maggior pericoli sono scaturiti da incursioni offensive della vecchia conoscenza rossonera Adil Rami, di cui segnaliamo la solita prestazione confusa, con ottimi interventi ma anche scelte discutibili. E’ nel secondo tempo che, complice un rientro sul terreno di gioco vigoroso e determinato degli avversari baschi, gli andalusi si sono messi nei guai, complice anche una serata non particolarmente fortunata del “portiere di coppa” Soria, riserva del titolarissimo Sergio Rico. Infatti, sono state due sue paperacce che hanno consentito ai baschi di annullare lo svantaggio accumulato nella gara d’andata e che hanno costretti i suoi all’epilogo dei rigori. Poco importa poi che sia stato proprio lui ad essere decisivo nella vittoria finale con la parata su Benat, unico errore dal dischetto delle due serie: non è basta né per la sufficienza, né per l’acquisizione della fiducia necessaria per arrivare con tranquillità al doppio impegno di semifinale. Nonostante l’opaca prestazione generale dei padroni di casa, segnaliamo la brillante e generosa prestazione dell’ormai solito Kevin Gameiro: gol a parte, tiene quasi da solo in allarme l’intera difesa avversaria e, nonostante i crampi, va sul dischetto e realizza il rigore decisivo che porta la sua squadra al turno successivo. Il francese è l’attaccante che tutti vorremmo nella nostra squadra: rapido e brevilineo, coraggioso, altruista e dedito al bene della squadra, rapace e letale sotto porta. Anche i numeri sono dalla sua, con quindici reti e quattro assist in trenta partita disputate nella Liga, oltre ai quattro gol in Europa League. Siviglia probabilmente è la sua dimensione, il costo è proibitivo ma mi piacerebbe assai vederlo in Italia, magari come quarto attaccante alla Juventus. Passiamo ora agli sconfitti (ai rigori, occorre ricordare che la partita è terminata con il risultato di 1-2 per gli ospiti): non ci sono parole abbastanza convincenti per sottolineare l’ennesima prova di carattere ed orgoglio dimostrata dall’Athletic, che incarna perfettamente i valori che la propria terra d’origine assume come fondamentali. La squadra di Ernesto Valverde, al sesto posto nella Liga, esce a testa altissima dal Sanchez Pizjuan, in una partita, dalla quale doveva ottenere due reti per passare il turno (o mantenere aperti i giochi), in equilibrio nella prima frazione, per poi essere dominata sotto il profilo del gioco e del possesso palla per il resto della ripresa e dei tempi supplementari. Ironico e paradossale che l’unico rigore fallito della serie da parte dei baschi sia stato ad opera del migliore in campo, quel Benat che per tutti i centoventi minuti di gioco ha dettato legge in mezzo al campo: l’assist per Raul Garcia è forse la giocata meno pregiata della sua partita. Pesca i compagni con una facilità estrema, mettendoli svariate volte nelle condizioni migliori possibili, e detta i tempi di gioco in maniera esemplare, un centrocampista completo dotato di un calcio estremamente pulito. Non più giovanissimo (29 anni), è arrivato ad altissimo livello molto tardi, solamente due stagioni fa, dopo un lungo peregrinare nelle serie minori con le rappresentative riserve dell’Athletic Bilbao e del Real Betis: a vedere oggi le sue prestazioni, non ci si crede. Conferma la sua stagione di grazia anche il bomber Aduriz, che prima sfiora il gol, poi timbra il cartellino, mettendo a segno il decimo centro in questa edizione dell’Europa League. Purtroppo, esce per un problema muscolare quasi in lacrime: grande peccato, speriamo non rimanga troppo tempo ai box. Infine, menzione speciale anche per il centrale difensivo Etxeita, autore di una prestazione pressoché impeccabile: non sbaglia quasi nulla, partita di livello altissimo. Se davvero a Bilbao dovessero lasciar partire Laporte, il motivo sarebbe anche la sua crescita esponenziale, nonostante l’età non sia esattamente dalla sua parte (classe 1987).13001041_1131725426894682_4972562172225160373_n

 

Cosa diavolo è successo ad Anfield Road? Perché noi ancora non abbiamo metabolizzato l’autentico spettacolo a cui abbiamo assistito nella sfida tra Liverpool e Borussia Dortmund, in cui la squadra di Klopp ha clamorosamente ribaltato risultato e qualificazione in meno di venticinque minuti. 

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Nove minuti per provare a distruggere un sogno: all’inizio il Dortmund è spietato con Klopp e la Kop. Pronti, via e i Reds si ritrovano sotto di due gol: palla persa in fase di palleggio, spietata ripartenza dei gialloneri e Mkhitaryan apre le danze con un comodo tap-in, con un Liverpool in affannoso ripiegamento difensivo e colpevole nell’aver lasciato solo Aubameyang a centro area sull’assist di Castro. A quel punto Mignolet non è riuscito nel doppio miracolo respingendo solo il primo tiro. I Reds, privi di Henderson a centrocampo, assenza particolarmente pesante nell’economia della gara (la coppia centrale Milner-Emre Can non ha garantito né il filtro né la proprietà di palleggio richieste) vanno in bambola: seconda palla persa in proiezione offensiva, Reus trova il corridoio per Aubameyang con un assist geniale e l’attaccante del Gabon segna il trentasettesimo gol in stagione, l’ottavo in Europa League. L’approccio degli inglesi è disastroso, la reazione non è furiosa e produce una sola vera occasione che Firmino spreca, mentre Aubameyang sfiora il tris che avrebbe potuto chiudere conti e qualificazione già nella prima frazione di gara. Nella ripresa si vede un’altra partita con un Liverpool che entra in campo con la voglia di impresa e la sogna già quando Origi, dopo appena tre minuti, la tocca di punta sulla verticalizzazione di Emre Can accorciando le distanze. Straordinario attaccante moderno a mio avviso il giovane belga: abbina l’impatto fisico di un ragazzone di un metro e novanta, il dinamismo di un longilineo peso piuma e le qualità tecniche di un trequartista. Un’altra categoria rispetto alla classica punta da Premier League rappresentata da Benteke, tutta potenza e muscoli. È il momento peggiore per il Dortmund e a prendere per mano la squadra ci pensano due stelle: Hummels si inventa regista con un passaggio illuminante per Reus, con il trequartista che insacca a pochi passi dal portiere. Corre il minuto cinquantasette, ai padroni di casa servono tre reti, dunque tutto finito? Con il Liverpool è sempre vietato dirlo: Coutinho conferma la sua crescita esponenziale, soprattutto dal punto di vista caratteriale, assumendosi il ruolo di vero e proprio leader tecnico ed emotivo della squadra: prima segna un gran gol con un destro da fuori area sul secondo palo, poi batte il corner sul quale la difesa del Dortmund si addormenta regalando a Sakho il gol del 3-3, a dodici minuti dalla fine. A questo punto non crederci è impossibile, l’Anfield è una bolgia e i tedeschi perdono ogni certezza. E infatti al minuto novantuno, sul cross di Milner, Lovren ci mette la testa per firmare il definitivo 4-3, con l’Anfield in delirio, e Jurgen Klopp sempre più nel cuore dei tifosi. Non riesco a spiegarvi con esattezza come gli inglesi siano riusciti a rimontare questa gara, posso però affermare con certezza di aver assistito ad una sfida ricca di professionisti di assoluto valore internazionale. E sarebbe riduttivo limitarsi ai soliti nomi, quanto piuttosto preferisco soffermarmi sul ventenne Julian Weigl, mediano classe 1995, acquistato in estate per due milioni di euro dal Monaco 1860, il cui valore è aumentato di quattro volte nel giro di pochi mesi.  il giovane tedesco gioca i primi settanta minuti ad un livello altissimo, senza sbagliare mai un pallone e facendo sempre la scelta giusta, fattore incredibile data la sua giovane età. Dopodiché, come tutta la squadra, si lascia travolgere dalla foga dei Reds nell’assedio finale, ma ha fornito una prova di maturità tale da quasi giustificare la probabile partenza di Gundogan nella prossima sessione di mercato.

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Ora, spazio alle semifinali: in giornata, avrà luogo il sorteggio integrale, che comunque non intaccherà in alcun modo la competitività della manifestazione: comunque vada, sarà un successo (per noi spettatori).