La preparazione dei giovani calciatori in Italia

Come qualcuno dei miei più affezionati lettori saprà (e stiamo parlando giusto di un paio di persone, purtroppo), oltre che dilettarmi nel parlare di calcio in questo blog, oltre che soffrire seduto tribuna al Bentegodi tifando il mio Chievo, oltre che perdere ore e ore di tempo libero vivendo nel magico mondo di Football Manager, faccio anche l’allenatore di calcio. Diciamo che non corro il rischio di assumere poco calcio nella mia vita, ecco.

Questo articolo sarà rivolto principalmente ad altri allenatori di scuola calcio e settore giovanile come me, gente che su queste cose perde letteralmente ore a scannarsi e riempirsi la bocca di termini tecnici più o meno corretti, e che trova tutto questo meraviglioso. A coloro i quali non avessero contratto quella meravigliosa malattia che ti porta in campo con una cartellina in mano e non te ne fa più uscire, vorrei dire di proseguire la lettura a proprio rischio e pericolo, in quanto poi le classiche chiacchiere da bar sull’arbitro o sulla tattica del fuorigioco potrebbero non essere più appaganti come prima.

Se rapportiamo il mio percorso a quello di molti colleghi con cui ho anche quotidianamente a che fare, non alleno da molto. Tuttavia, se consideriamo la vita di un giovane adulto come me, aver cominciato nella lontana stagione 2010/2011 non è proprio male. Questo per dire che la mia formazione come istruttore di calcio si è svolta in tempi sostanzialmente recenti, ma che non sono in giro da così poco da non poter aver compreso qualcosa per conto mio.

Se consideriamo la nostra storia calcistica, l’ultimo grande periodo di splendore del nostro movimento nazionale lo abbiamo vissuto tra gli anni ’90 e i primi anni 2000, con la grandiosa vittoria nei Mondiali di Germania 2006 a impreziosire quei due-tre lustri dove in ogni reparto potevamo trovare 4-5 fuoriclasse assoluti. Proprio la finale di Berlino è stata il canto del cigno di quella generazione nata nel grande calcio nei magici anni ’90 in cui la Serie A era “il campionato più bello del mondo“. Una generazione cominciata con Maldini, Baresi, Ancelotti, Donadoni e Baggio e conclusa con Del Piero, Buffon, Cannavaro, Totti, Gattuso e Pirlo, per citare qualche nome. Poi, tranne rare eccezioni sono emersi davvero pochi talenti, in particolare dal centrocampo in giù.

E qui veniamo a noi. Nei vari corsi di formazione che ho frequentato, più o meno esplicitamente, questa penuria di giocatori è stata attribuita agli antiquati metodi di allenamento utilizzati qui in Italia, dove siamo rimasti ai giri di campo e ai passaggi a coppie, mentre nel resto del mondo si facevano passi da gigante dal punto di vista della tattica individuale e collettiva. I grandi motori del rinnovamento sono stati soprattutto gli Olandesi, cui gli Spagnoli e Tedeschi hanno copiato più o meno tutto. Giochi di posizione, Metodo Coerver: tutte cose sviluppate nell’Ajax Academy e riprese pesantemente dalla cantera del Barcellona e nel vivaio del Bayern Monaco, per fare qualche nome a caso.

Poi è arrivato Guardiola. Il meraviglioso Barça pluricampione di tutto, la meravigliosa Spagna pluricampione di tutto, sono piovuti sul calcio italiano come un’immane doccia fredda che, complice una rinnovata apertura alle culture calcistiche estere, ha portato anche qui, come al solito in ritardo, il progresso.

In realtà, a dirla tutta, il cambiamento è stato così repentino solo nella base, nei dilettanti. Le squadre professionistiche hanno vissuto per diversi anni in un limbo tra il Milan di Sacchi e il gioco “a due tocchi”, fatto di precetti tattici precisi e preparazione fisica pesante, e le sirene di nuovi allenamenti e nuovi concetti che cominciavano ad arrivare dall’estero. Tuttavia, se la base si abbassa di livello, necessariamente anche la piramide che ci sta sopra perde qualcosa. Infatti la generazione nata negli anni ’80, tranne rarissime, casuali eccezioni, non ha mai dimostrato praticamente niente, se non di essere inadatta ad altissimi livelli.

Post-Guardiola, comunque, in tutta Italia ad ogni livello si è cominciato a parlare di nuovi metodi, di possesso palla, di transizione, di pressing ultra-offensivo e di un sacco di belle cose che hanno completamente modificato la filosofia alla base dell’allenamento dei giovani calciatori. Qui entro in gioco io. La mia formazione calcistica inizia (e non finisce mai realmente), proprio appena scoppiato il fenomeno Barcellona. La Federazione raccomanda, nella Scuola Calcio, un allenamento quanto più possibile globale, induttivo, multilaterale e un sacco di altri termini che hanno tante belle definizioni.

In soldoni quello che viene insegnato è di lasciare libero spazio alla creatività dei giovani calciatori, incoraggiandoli alla ricerca dell’uno contro uno, non costringendoli entro vincoli tattici o ruoli definiti fino praticamente alle categorie più competitive, come Allievi o Juniores. Ci sono un sacco di ragioni pedagogiche, psicologiche, etiche, tecniche e tattiche dietro tutto questo: sono tutte ragionevolissime e mi trovano molto d’accordo: anche il mio stile di allenamento e le mie idee sono molto “globali”.

Il primo vero prodotto di queste metodologie è l’attuale gruppo under 21 che, beninteso, a me piace molto. Sturaro, Crisetig, Rugani e Bernardeschi sono ottimo esempio di calciatori allenati in modo globale. Non cito Berardi perché è palese come l’impatto con la Serie A ne abbia ingrossato i pettorali e limitato l’incisività. Dico sempre che se fosse cresciuto in Italia, Messi sarebbe diventato Giovinco, grazie all’esasperato lavoro in palestra cui vengono sottoposti i calciatori talentuosi, che perdono in destrezza e rapidità.

Nonostante, dicevamo, questo gruppo non sia un brutto gruppo – il migliore da qualche generazione a questa parte, per quanto mi riguarda – il gap con i pari età spagnoli, tedeschi e francesi è enorme. E non si tratta solo di mancanza di esperienza, perché quasi tutti i nostri ragazzi giocano titolari in Serie A, è proprio il livello ad essere basso, soprattutto in difesa.

Se uniamo queste impressioni a ciò che sperimentiamo noi tecnici ogni giorno sui campi di provincia, possiamo trarre delle conclusioni interessanti. Da convinto sostenitore della necessità di una preparazione globale, mi sto rendendo conto che forse un ritorno ad una preparazione specialistica non sarebbe poi catastrofico. Una preparazione globale è una cosa meravigliosa per la crescita di un movimento, ma deve essere condivisa e portata avanti unitariamente per anni, senza mai recedere dall’obbiettivo e dalle metodologie. In realtà per come è strutturato il calcio nel nostro caotico paese è sostanzialmente impossibile dare una continuità decente ad un progetto, tra invidie personali, disguidi burocratici, campanilismi vari ed esasperazione dell’importanza del risultato come unico parametro di valutazione del lavoro degli allenatori.

Il sistema di squadre paesane in perenne guerra con la scuola non si presta ad una metodologia di lavoro complessa come quella globale, è l’amara verità che si registra nostro malgrado. I paesi che meglio producono calciatori attualmente sono quelli dove una preparazione globale è applicata giornalmente, in simbiosi col percorso di studi scolastici, con un’unità d’intenti che in Italia sembrerebbe persino risibile al pensiero.

Più adatta alla fisionomia del nostro paese potrebbe, tristemente, essere una preparazione specialistica, quella che ha cresciuto anche l’ultima grande generazione di campioni che l’Italia ha prodotto, quella campione del mondo nel 2006. Grandi difensori, cresciuti come tali sin da piccoli, in grado di marcare e contrastare con rudezza ed efficacia, prima che di impostare il gioco, grandi attaccanti sempre in grado di saltare l’uomo e di battere a rete con aggressività.

Oltre al pessimismo cosmico sul portare avanti un progetto a lungo termine nel nostro bel paese, c’è comunque dell’altro dietro a queste mie considerazioni. Nella teoria è tutto molto bello: la libera scoperta, l’approccio induttivo eccetera eccetera…ma la vera domanda è: funziona?

Dare una risposta affermativa è un po’ dura. La realtà è che molto spesso sì, i ragazzini più dotati capiscono le cose da soli semplicemente attraverso il gioco, ma calciatori non abituati fin da piccolissimi a un certo tipo di pensiero e/o non particolarmente dotati faticano enormemente ad assimilare ciò che viene insegnato loro non attraverso ordini perentori, ma attraverso gioco e domande.

Anche un recente seminario, cui ho avuto occasione di partecipare, che aveva come relatori due allenatori dell’Ajax Academy, ha confermato questa sensazione, questo bisogno di maggior specializzazione e maggior imprinting del giovane calciatore. Proprio i pionieri della preparazione globale, infatti, durante una dimostrazione di un esercizio situazionale, e quindi di gioco, hanno dato precise indicazioni tecniche e soprattutto tattiche a dei ragazzini di circa 10 anni: esattamente il contrario di ciò che viene insegnato qui in Italia. La sensazione che ho è che nell’ansia di “cambiare” si sia buttato via tutto il passato come fosse una bomba a mano senza sicura, cadendo nell’eccesso opposto.

ajaxyoungstersSinceramente ora, come allenatore, sono piuttosto confuso su che strada prendere, come al solito in queste questioni la soluzione sembra essere una via di mezzo tra i due estremi opposti. Come dosare questi estremi è un altro paio di maniche, ma spero che queste mie considerazioni del tutto personali possano essere condivisibili e utili a qualcuno.

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