Prima il campo.

247096_450278175060395_9104524_nBambini tutti ammucchiati dietro alla palla: veniamo tutti da qui, tutti noi ci siamo innamorati di questo sport prendendo a calci un pallone da piccoli, correndo coi nostri amici nei campetti, nelle strade, sopra le aiuole di mia madre, che alla fine si è rassegnata e ha smesso di piantarci i fiori. Ben prima di metterci a guardare il calcio dei grandi in TV, ben prima di cominciare a studiare questo gioco nei suoi aspetti più profondi, noi rincorrevamo un pallone senza altri pensieri che calciarlo il più forte possibile da qualche parte.

Qualcuno, di questi tempi, tende a dimenticarsene, anteponendo questioni politiche ed economiche a ciò che ha generato tutto: il campo. Il calcio è gioia, è felicità, è l’aspetto ludico, lo diceva il mai dimenticato e mai banale mister Malesani.

Non vogliamo sembrare semplicemente nostalgici, è lampante che il calcio non si possa più considerare solo un gioco, con tutti i milioni che ci girano intorno. Tutt’altro, le valutazioni economiche sono indispensabili a una comprensione della situazione e degli avvenimenti del calcio moderno.

Tuttavia c’è una riflessione che merita essere fatta, soprattutto a seguito dei recenti fatti di attualità che stanno infiammando i dibattiti un po’ dovunque. Quando si parla di questioni legate al calcio, è di fondamentale importanza mettere al primo posto il campo, l’aspetto sportivo, e far dipendere da esso tutte le altre valutazioni. Questo per non perdere di vista di cosa si stia parlando: di uno sport che nei decenni ha unito e sorretto miliardi di persone, ben prima che di un business milionario da controllare. C’è anche un altro motivo che mi spinge a dire questo, ovvero la convinzione, se volete liberistica, che nel lungo periodo, a dei miglioramenti nell’aspetto sportivo corrispondano miglioramenti in tutti gli altri aspetti correlati: economico, culturale, politico. Alla fine di cosa stiamo parlando, se non di gioco del calcio? Il campo è il core business, mica i diritti TV.

Questo ci porta al primo, in ordine di tempo, “scandalo” che ha investito il calcio italiano: la telefonata di Lotito a Pino Iodice, direttore generale dell’Ischia Calcio, registrata clandestinamente da quest’ultimo e divulgata da Repubblica. Le affermazioni contenute si commentano da sole, il presidente di Lazio e Salernitana proclama di avere la Lega in mano, di poter fare il bello e il cattivo tempo tra Beretta e Macalli, si lamenta del fatto che la Serie A sia piena di piccole squadre che la rendono poco appetibile ai network televisivi, pronunciando poi l’ormai famosissimo anatema contro Carpi e Frosinone.

Ora quello che mi preme sottolineare non è la mostruosità di certi virgolettati, come hanno fatto in molti, perché tutto sommato, criticare la forma piuttosto che la sostanza è indice di mancanza di argomenti. È facile scagliarsi contro il mostro Lotito, come lo è stato attaccare il mostro Tavecchio ai bei vecchi tempi di Optì Pobà, ma è parimenti facile in questo modo esporsi ai controattacchi degli imputati. Lotito ha risposto con le idee a chi criticava le sue parole, dando quasi l’impressione di avere persino ragione.

No, Lotito va criticato nei contenuti, altrimenti tutto sarà la solita, ennesima bolla di sapone, in cui politici e  personaggi dimenticati cavalcheranno l’onda della cieca indignazione collettiva per il tempo necessario a un paio di tweet, prima che la situazione ritorni nel torbido. Il “sollevamento dall’incarico” comminato al presidente laziale da Tavecchio, nel ruolo di responsabile delle riforme, sembra una mossa proprio in questa direzione. Credo tutti si ricordino chi è stato il maggior sponsor dell’ex presidente della Lega Dilettanti nelle elezioni di quest’estate: considerare questa mossa come una ritirata strategica è la cosa più logica.

Il progetto di riforma lotitiano prevede la riduzione delle squadre del campionato di Serie A a 18, stravolgendo inoltre il sistema delle retrocessioni: “…la prima va in A diretta e la seconda e la terza spareggiano con la penultima e la terzultima e se perdono e non vanno in A incassano 10 milioni..”

Sono sinceramente perplesso sul dove Lotito pensa di trovare questi 10 milioni, visto che, parole sue, la FIGC attualmente ne dà 9 a tutta la Serie B. Diamo tuttavia credito a Lotito, che sicuramente avrà fatto i suoi conti prima di sparare cifre. Detta così, mandato giù il rospo del cervellotico, e probabilmente ingiusto, sistema di promozioni e retrocessioni che favorisce clamorosamente le squadre di A, la considerazione più importante che sovviene è che questa è semplicemente una toppa.

I soldi sono pochi, lo sappiamo, quindi diminuire il numero di squadre per non disperdere troppo i valori sia sportivi che economici del campionato può sembrare una mossa giusta, e lo è, ma solo nel periodo immediato. Quello che Lotito nel suo progetto non ha messo sono le idee per alzare realmente il livello sportivo del campionato, nella sua idea, il campo viene dopo. L’analogia che mi viene in mente è quella con un ristorante per turisti: certo la località e il marketing procurano clienti, ma se il cibo è scadente alla lunga ci toccherà chiamare Cannavacciuolo per provare a rimetterci in piedi. È un provvedimento sensato? Sì. Risolverà la situazione? No.

Altro punto di cui finora non si è parlato è la distribuzione dei diritti TV. Il sistema attualmente vigente in Italia è di un’iniquità clamorosa, che tra l’altro dà peso irrisorio a ciò che conterebbe di più: il (manco a dirlo) campo.

Diritti-TV-Serie-A-analisi-critica-1Quest’immagine, tratta da una brillante analisi di Tifoso Bilanciato, ci mostra come nei maggiori campionati europei, tolta la Spagna che forse da questo punto di vista è ancora più indietro di noi, sono ripartiti i ricavi che arrivano dalle televisioni. In Germania conta solo il merito: quanto si è fatto in campionato, quanto si ha contribuito al ranking UEFA nelle Coppe e quanto si sta facendo bene nel momento presente. Gli Inglesi hanno un approccio più comunitario, con ben il 70% della torta assegnato in parti uguali a tutti. In Francia hanno trovato un compromesso tra i due sistemi. Noi abbiamo un zibaldone di parametri astrusi: andiamo a vedere i risultati sportivi dal 1946 (millenovecentoquarantasei) ad oggi, gli abitanti del comune dove si trova la sede del club, per il 25% pesiamo il numero di tifosi, calcolato con metodi tutt’altro che accurati e con risultati che, a differenza degli altri paesi, non vengono pubblicati: di tutto per far contare il meno possibile i risultati sul campo, il vero merito di una società calcistica. In questo modo sei squadre: Juve, Milan, Inter, Roma, Napoli e Lazio, in quest’ordine, si beccano quasi il 60% della torta, lasciando le briciole alle altre. Un sistema che congela prepotentemente le gerarchie, dato che gli exploit delle medio/piccole pagano pochissimo. (A proposito, con un sistema alla tedesca il sesto posto del Parma, a spanne, avrebbe salvato capra e cavoli.)

E pensate che fino al 2009/2010 non c’era nemmeno un contratto collettivo: le società negoziavano in maniera indipendente con le televisioni, come del resto è ancora in Spagna. Costretti dalla “Legge Melandri”, in Lega hanno trovato questo accordo, di cui il maggior sponsor fu Galliani. Abbiamo sentito Lotito gridare allo scandalo all’epoca? Certo che no, anche perché il 7% che si becca la Lazio, su un miliardo e passa di euro non son mica bruscolini.

Lotito piuttosto preferisce preoccuparsi del dilagare delle “piccole” nella Serie A, che alla lunga renderanno impossibile attrarre contratti vantaggiosi, come l’ultimo siglato da 1,2 miliardi in tre stagioni. Il ragionamento sembra filare, tuttavia, almeno in Inghilterra, è smentito dai fatti. La Premier League ha infatti appena venduto all’asta 5 pacchetti dei 7 disponibili per le prossime tre stagioni a Sky, per la cifra mostruosa di 6,9 miliardi di euro. Una Premier League che comprende QPR, Hull City, WBA, Wigan, Burnley, Leicester City, Swansea (che nel 2008 era in terza serie e sull’orlo del fallimento): tutte squadre con storia e bacino d’utenza non eccelse, ma che sul campo si sono guadagnate il diritto di starci. Tra l’altro hanno pure “sbattuto fuori” formazioni di blasone come Leeds United, Nottingham Forest, Fulham, Wolverhampton, Blackburn, Birmingham, Blackpool, che, a discapito di trofei e tifoserie, se ne stanno in Championship. Secondo Lotito tutto questo avrebbe dovuto essere la rovina del calcio inglese, invece stanno intascando dei miliardi che potrebbero fare la differenza nelle prossime competizioni europee.

La realtà è che se le piccole sono messe in condizione di strutturarsi con investimenti importanti una volta salite nella massima serie, ne guadagna tutto il movimento, perché accresce la competività del campionato, di conseguenza lo spettacolo, di conseguenza la preparazione delle grandi una volta che vanno a giocare in Europa (Capello docet).

Per ottenere questo risultato, tuttavia, non basta una ripartizione più equa dei soldi, occorre anche sapere come usarli. Troppo spesso le squadre italiane guardano al beneficio immediato, investendo i soldi incassati nel budget stipendi e acquisti, continuando a riciclarsi una con l’altra sempre gli stessi calciatori, che cambiano casacca ogni sei mesi giusto per ingrassare un po’ i procuratori. Il Parma sta fallendo non tanto per una congiuntura astrale sbagliata o che altro, ma perché per sostenere i costi di gestione già due anni fa metteva a bilancio gli introiti futuri derivati dai diritti TV per la stagione in corso. Mancata la compensazione delle cessioni, mancata la volontà del presidente Ghirardi di colmare col suo patrimonio personale il buco (come molti altri hanno fatto e fanno tutt’ora), la bolla è scoppiata.

La miopia di queste operazioni, per altro nemmeno troppo inconsuete nel calcio italiano, è disarmante. La strada da percorrere è invece, ancora una volta, quella a lungo termine: prima il campo. Gli investimenti vanno fatti sulle strutture e sui settori giovanili, in modo da creare basi solide per società vincenti nel futuro, la toppa nell’immediato potrà pure far contenti i tifosi, ma crea voragini incolmabili.

Questo ci riporta al secondo, grande “scandalo”, che ci ha investito nella settimana appena trascorsa: le parole di Sacchi alla finale del Viareggio. L’ex allenatore di Fusignano ammonisce il nostro paese “senza orgoglio” per l’eccessiva presenza di stranieri nelle squadre giovanili italiane. A proposito degli investimenti nei vivai di cui parlavamo prima: molto spesso questi si concretizzano appunto nelle operazioni di scouting di giocatori provenienti da paesi esteri.

Anche qui, chiudiamo entrambi gli occhi sulle maldestre frasi di sapore razzista riguardo “i neri”, perché tutto sommato non crediamo che Sacchi vada a commentare i post di Salvini col classico “tutti a casa”. Lo vogliamo “perdonare” poi anche per non aver considerato possibili omologhi di Balotelli, Ogbonna e Okaka, volendo piuttosto entrare nel merito della sua sparata. L’ex coordinatore delle nazionali giovanili, non ha, in effetti, esattamente ragione: su 1183 giocatori impegnati nel campionato Primavera, solo 189 non hanno cittadinanza italiana. Il suo discorso acquista un peso più rilevante se ristretto a quelli che sono considerati tra i migliori settori giovanili d’Italia: Juventus e Inter hanno il primato, con circa metà della rosa Primavera composta da stranieri, segue l’Udinese col 32% poi Lazio, Fiorentina, Roma e Atalanta che oscillano tra il 27% e il 23%. Quello che si evince è che chi ne ha la possibilità, completa la rosa andando a cercare talentini all’estero.

Prima di gridare allo scandalo, è bene affrontare la cosa razionalmente. La prima considerazione da fare è che, in tutta onestà, tra un italiano a medio potenziale e un sudamericano/africano/slavo (per citare i tre maggiori fornitori) dello stesso livello, è meglio prendere lo straniero. Infatti in Italia la situazione è allucinante: a 14 anni i ragazzi hanno già il procuratore che batte cassa, hanno cartellini dal costo mediamente più alto e hanno delle famiglie spesso non educate ad approcciarsi al calcio (chiunque lavori nei settori giovanili, anche dilettantistici, ha familiarità con genitori pressanti che stressano i figli e disturbano continuamente il lavoro di società e staff tecnico). L’italiano quindi emerge solo se davvero è una spanna sopra gli altri, così come lo straniero, se non è di livello, se ne torna da dove è venuto o sprofonda nelle categorie inferiori: e questa è la seconda, nonché decisiva, considerazione da fare: il campo viene prima, sempre e comunque. I Bonazzoli, i Verde, i Mattiello non perdono il posto perché ci sono i Gondo, i Buenacasa e i Puscas.

Inoltre lo scouting all’estero è necessario anche per tenere botta con le altre squadre europee: snoccioliamo un po’ di percentuali di stranieri nelle squadre B di alcune compagini in giro per il continente: Barcellona 39%, Real Madrid, 28%, Dortmund 36%, PSV Eindhoven 32%, Manchester City 61%, Liverpool 58%. Alla faccia della “cantera”.

Certo, a tutti piacerebbe vedere i vivai italiani pieni di giocatori nostrani promettenti, e vederli magari lanciati in prima squadra, ma, per questo, abbiamo ancora una volta bisogno di Lotito. Il nostro riformatore infatti, dovrebbe nel suo progetto comprendere anche dei rinnovamenti sensati riguardo proprio i settori giovanili, a proposito del “prima il campo”.

La preparazione dei tecnici va assolutamente riformata: il sistema attuale privilegia la carriera da calciatore dell’aspirante allenatore nelle graduatorie per l’accesso ai corsi di formazione. Questo ha un doppio effetto negativo: nei dilettanti consente a personaggi che di calcio ne capiscono poco o niente di entrare facilmente nel giro e ottenere la qualifica solo in virtù di qualche campionato passato a menare in categoria per smaltire il doposbronza del sabato sera, da qui in poi trovare panchine è piuttosto semplice grazie alla reputazione e agli sponsor. Altra conseguenza negativa del sistema di graduatorie è che molto spesso nei settori giovanili importanti finiscono ad allenare ex giocatori professionisti che non vedono l’ora di avere panchine in Serie A, pertanto spingono tantissimo sui risultati per mettersi in luce, penalizzando la formazione dei ragazzi, cosa che si verifica anche nei dilettanti tra l’altro. E no, insegnare a un terzino a spazzare perché così non rischiamo nulla non è formare un giocatore.

Altra cosa di cui non troviamo traccia nel programma del presidente della Lazio sono le squadre B, indispensabili per ridurre l’ampiezza del salto dal settore giovanile alla prima squadra. Sappiamo come Lotito non sostenga quest’idea, preferendo puntare sull‘attuale sistema che vede le squadre di A mandare giovani in prestito, spesso in blocco, a squadre di B o Lega Pro. Purtroppo così si, ha, manco a dirlo, un doppio effetto negativo. In Olanda, per citare uno dei paesi dove il salto tra giovanili e prima squadra praticamente è un passetto, c’è un completo controllo del modello di gioco da parte dell’allenatore della prima squadra, che viene replicato nelle squadre giovanili: in questo modo il calciatore arrivato in Eredivisie si trova ad inserirsi in una tattica che già conosce e non ha alcun tipo di difficoltà. Questo è ovviamente impraticabile appoggiandosi su una società terza, che avrà sicuramente metodi di lavoro e modelli di gioco totalmente differenti da quello applicato dalla società madre. Un altro problema sorge perché infarcendo le squadre di giovani, spesso non esattamente talentuosi, il livello dell’intero campionato si abbassa e, se si abbassano le fondamenta della piramide, anche la sommità non è più così alta come prima.

La nostra speranza è quella che la buona volontà che viene ostentata un po’ da tutte le parti in causa (Lotito, Tavecchio, Malagò) di cambiare il calcio, si risolva in un’analisi che parta dai nostri stessi presupposti. Le soluzioni, e quindi le riforme, da applicare al nostro calcio poi, possono pure risultare diverse. Noi abbiamo esposto qui le nostre idee, derivate da un’analisi il più possibile lucida dei fatti, che però non pretendono di essere verità indiscutibili, anche perché i dati a nostra disposizione sono quelli che sono, ovvero quelli che ci concede Google e la limitata esperienza personale. Che però l’idea di mettere al primo posto il campo, ovvero il miglioramento dell’aspetto sportivo del calcio italiano, debba essere dominante, concedetecelo, è oggettivo. Non possiamo pensare di cambiare le cose rattoppando alla bell’e meglio il sistema attuale, se non vogliamo trovarci daccapo tra qualche anno, è necessario costruire delle fondamenta solide: il nostro core business deve essere lo sport, deve venire prima il campo.

Giacomo Peron