Racing Club de Avellaneda: storie di ordinaria follia

Nel 1990 la sonda spaziale Voyager 1 si trovava a 6 miliardi di chilometri dalla Terra. Al vulcanico fisico e divulgatore scientifico Carl Sagan balena la pazza idea di girare per un poco la camera della sonda, per il più siderale dei selfie. Sagan gira l’obbiettivo verso casa, verso la Terra, e scatta un fotografia.

Vedete il minuscolo puntino azzurro perso nella banda marrone? Quelli siamo noi, quello è l’intero nostro pianeta visto da 6.000.000.000 chilometri di distanza, neppure tanti. Sì, perché siamo ancora nel nostro accogliente Sistema Solare, che, se confrontato col resto dell’Universo, è talmente insignificante che non ha nemmeno senso stare qui a far paragoni.

Pensate che nel Medioevo la Terra era collocata al centro dell’Universo, che tutto insieme le ruotava intorno. Un’idea risibile oggi, tanto che mentre scrivevo la frase precedente m’è spuntato un ghigno di scherno nei confronti di mr e mrs 1100 dopo Cristo, tutti convinti di essere al centro di tutto. Oggi sappiamo quali sono realmente le grandezze in gioco: pensate che se la Terra fosse grande quanto un pallone, il punto in cui questa foto è stata scattata si troverebbe a una distanza pari alla lunghezza di 200 milioni di campi da calcio. Neanche il Cafù più in forma avrebbe potuto macinare quella fascia destra per un numero paragonabile di volte.

Abbiamo giocato sulle distanze, abbiamo giocato mettendo un pallone al posto della Terra, ma la verità è che non abbiamo fatto molta strada dal Medioevo. Una palla è ancora al centro dell’Universo, solo che la nostra è di cuoio, ha i pentagoni neri e gli esagoni bianchi. Quando c’è da scendere in campo, siamo tutti, ancora, mr e mrs 1100 dopo Cristo. Tuttavia, anche Carl Sagan e il suo “pale blue dot” hanno la loro parte di ragione. Provate anche solo ad avvicinarvi al calcio di quello zibaldone che rimescola Paradiso e Inferno che è il continente sudamericano, provate a visualizzare nella vostra mente cosa possa essere il calcio in quello stramaledetto posto, e proverete esattamente la stessa sensazione di piccolezza che provate quando cercate di immaginare la disarmante totalità dell’Universo.

Prima o poi nella mia vita vorrei tuffarmi e scomparire nello sconfinato Sudamerica. Dovessi scegliere come morire, vorrei farlo annullato nel mezzo della hinchada della Bombonera, vorrei respirare il fuoco della Boca, bruciato dalla passione per quello che lì, dall’altra parte del mondo è, e sarà sempre, “mas que un juego”.

Nel calcio argentino c’è tanto della Boca. Il River sì, se n’è andato dal barrio tanto tempo fa, sono diventati i “Milionarios” fuori dal barrio, ma è lì e solo lì che è rimasta la loro culla. Pensate a cosa ha dato al calcio, anzi, al mondo, quel piccolo quartiere di migranti genovesi. Il dono della Boca al mondo è stato River Plate – Boca Juniors, el Superclàsico. Ora quel profumo che hai comprato alla tua ragazza per Natale non sembra granché eh?

Pensare però che il calcio in Argentina sia solo una questione della Boca è riduttivo. C’è un altro sobborgo di Buenos Aires che ha scritto pagine su pagine della grande leggenda del fùtbol rioplatense: Avellaneda.

Poco più di 300 mila abitanti, città industriosa, importante snodo commerciale affacciato sull’Atlantico, due squadre di calcio.

Ci sono i biancocelesti del Racing Club de Avellaneda e “los diablos rojos” del Club Atlético Independiente, e c’è una rivalità che trascende ogni descrizione razionale. Piccolo dettaglio: gli stadi delle due squadre si trovano a 300 metri di distanza l’uno dall’altro.

A sinistra, il Libertadores de America, casa dell’Independiente, a destra el Cilindro, meravigliosa tana del Racing Club.

Tra il 1913 e il 1919 il Racing vince 7 campionati consecutivi, record ineguagliato ed ineguagliabile, chiudendo persino il campionato del ’19 vincendo tutte le partite disputate. In Argentina da qui in avanti il Racing sarà l’Academia, soprannome conquistato di diritto, perché se dimostri una supremazia come questa, tutti devono imparare qualcosa da te. Anche l‘Independiente detiene un “piccolo” record: tra il ’72 e il ’75 vince quattro Coppe Libertadores consecutive, esprimendo un dominio senza eguali sul calcio continentale.

La storia di questa rivalità ha risvolti quasi esoterici. Nel 1966 il Racing conquista il quinto titolo dopo l’introduzione del professionismo nel calcio argentino, quattordicesimo della sua storia, chiudendo imbattuto in una striscia di 39 gare di campionato. Si tratta di una squadra gloriosa: c’è Perfumo, uno dei più grandi difensori argentini della storia, c’è il cervello di Alfio Basile a centrocampo, ci sono i letali Cardeñas e Maschio davanti, quest’ultimo che verrà a giocare in Italia ed entrerà pure in Nazionale, formando, con Sivori e Angelillo, il trio degli angeli dalla faccia sporca. L’Academia è una grandissima squadra, vince anche la Libertadores del 1967, arriva a giocarsi l’Intercontinentale contro il Celtic. Il Racing alza anche quella coppa, inarrestabile, vincendo lo spareggio giocato al Centenario di Montevideo dopo il 2 a 2 complessivo nelle sfide in Scozia e al Cilindro.

Cardeñas, autore del gol decisivo, bacia la Coppa.

Poi si spegne. Non vince più nulla, e non ha nemmeno la possibilità di dire la sua negli anni a venire.

Peggio, i tifosi della storica “Guardia Imperial” dovranno stare a guardare gli odiati vicini di casa alzare trofei su trofei, mentre a loro toccherà addirittura la retrocessione in Segunda Division, nel 1983. Quando un periodo buio dura così tanto, le colpe non sono solo degli staff tecnici o dei giocatori, neanche delle dirigenze. O meglio, lo sarebbero forse nel nostro freddo e snob continente, ma in Sudamerica no. In Sudamerica le ragioni del fùtbol non sono mai così banali, la razionalità semplicemente non trova posto. Le cause sono da ricercare più in profondità, precisamente sotto il terreno del Cilindro.

Sì, perché quella notte del ’67, mentre il Racing saliva sul tetto del mondo a Montevideo, un manipolo di tifosi dell’Independiente si era intrufolato all’interno della maestosa casa dell’Academia, per un macabro rituale. Sette cadaveri di sette gatti neri furono sepolti sotto l’erba del Cilindro, feticci del malocchio scagliato nei confronti degli odiati rivali.

In qualsiasi altra parte del mondo, non sarebbe servito a nulla. Ad Avellaneda, in Argentina, in Sudamerica, capita che il Racing non vince più niente, mentre l’Independiente macina trofei. Vengono ingaggiati esorcisti su esorcisti, viene celebrata una messa rituale all’interno dello stadio, con 70.000 presenti. Il campo viene rivoltato da cima a fondo: 6 su 7 di quei cadaveri sono scovati e rimossi. L’ultimo però latita e non sembra esserci più fine a quei tempi bui.

La Guardia Imperial del Racing, cuore del tifo “avellanense”

Poi, nel 2001, finalmente una nuova ispezione localizza lo scheletro dell’ultimo gatto, che viene estirpato con la disillusa speranza che questo possa cambiare qualcosa. Invece funziona. Il calcio è una cosa troppo incredibile, siamo davvero ridotti a miseri puntolini nell’Universo di fronte a tutto questo: il Racing vince il campionato Apertura del 2001, con un poco più che ventenne Diego Alberto Milito in attacco. E pensare che un paio di anni prima solo una piccola sommossa popolare aveva scongiurato il fallimento del club.

Esistono delle squadre che sono e saranno sempre “grandi”, ma che non vincono quasi mai. Proprio quel “quasi” fa tutta la differenza del mondo. Perché ogni anno, ci speri che può essere quello buono, ogni anno però puntualmente tutto naufraga nel nulla più desolante. Ma è proprio quando abbandoni ogni speranza, quando sembra che tutte le premesse portino a un’altra delusione, che la portiamo a casa.

Il 2011 è l’anno buono: sulla panchina c’è un certo Cholo (Simeone), davanti il fortissimo (ed intrattabile) Teofilo Gutiérrez. E invece è secondo posto, dietro ad un Boca incontenibile che vince con 12 punti di vantaggio.

Poi sempre peggio, fino alla rifondazione totale decisa quest’estate. Arriva Diego Cocca in panchina, fresco di promozione col modesto Defensa y Justicia. Si tratta di un allenatore giovane, tattico convinto, fautore di un gioco arioso e veloce. Via tantissimi giocatori, primi fra tutti i talenti Vietto, Zuculini e De Paul, partiti per l’Europa a suon di milioni, dentro ben quattordici nuovi. Spiccano il ritorno di Ricardo “el Wachiturro” Centurion dal fallimentare prestito al Genoa e, soprattutto, quello di Diego “el Principe” Milito, che a 35 anni ha ancora voglia di competere e di determinare, a casa sua e con la fascia di capitano al braccio, finalmente.

0011485799Lo farà da subito, con 3 gol nelle prime 5. La squadra gioca bene, già un piccolo miracolo vista la rosa completamente nuova. Videla macina gioco in mezzo al campo, Centurion incanta sulla sinistra, Diaz illumina sulla destra, Milito e il Demonio Hauche davanti lottano tantissimo. I risultati, tuttavia sono altalenanti. Vinta la prima col Defensa, vinta la seconda contro i campioni sudamericani del San Lorenzo, alla terza però arriva la disfatta: 4 a 0 contro il Tigre, con la difesa che mostra limiti palesi.

Sembrava l’annata buona, ma invece niente. Il Racing perde anche il Clàsico contro gli odiati rivali dell’Independiente. Segna Milito, ma poi il cinismo degli avversari ha la meglio sul bel gioco espresso dall’Academia. L’arbitro ci mette del suo, perché fa parte del destino di quelle grandi che non vincono quasi mai trovare sempre tutto contro. E infatti Milito si fa male e rimane fuori per infortunio, come se non bastasse. Contro il Lanùs stessa storia: Centurion illude, ma poi gli errori difensivi e arbitrali stendono l’Academia che continua a sprofondare.

Contro il Boca la partita naufraga dopo un’ora di gioco sotto un diluvio torrenziale, ma gli Xeneixes sono avanti 1 a 0. Il match viene rinviato. Nell’attesa di disputare la mezz’ora che manca, arriva anche l’eliminazione dalla Copa Argentina, con l’illustre firma dell’ultimo dies Riquelme per l’Argentinos Juniors. In campionato arriva un ingiusto pareggio con il Newell’s per 1 a 1, gol di Gustavo Bou a pareggiare il vantaggio dei rossoneri.

Gustavo Bou (24 anni)

Ecco, Bou. Cresciuto nel River, è arrivato in sordina negli ultimi giorni di mercato per completare il reparto d’attacco nei panni di vice-Milito. Parte con quotazioni molto basse, su di lui al Monumental non hanno mai puntato granché. Lo hanno scaricato prima con prestiti poco soddisfacenti, poi lasciandolo direttamente senza contratto.

Bou però non ci sta, è stanco di non essere considerato, e ora che si è sbloccato, è intenzionato a non fermarsi più. Ne rifila due in mezz’ora al Boca, catalizzando la rimonta dei suoi. Milito torna, ma non gli ruba il posto, anzi, gli serve una sequenza di assist. Tripletta di Bou nel 4 a 1 somministrato al Belgrano. Sembra la volta buona, l’Academia è rinata.

E invece ancora una volta no. Contro l’Atletico Rafaela finisce 2 a 0 per gli altri, gli uomini di Nestor Sensini, che espugnano il Cilindro, che sbeffeggia anche i suoi stessi figli. Quei quattro maledetti legni colpiti durante il match tremeranno per un bel po’. Ma giocare bene prima o poi paga, questo è certo, questo dice la ragione. A La Plata, contro l’Estudiantes, il Racing rialza la testa e galoppa per 4 a 0 sugli avversari, si vola a -3 dalla vetta.

In situazioni come queste ci sono due tipi di tifosi: quelli che ci sperano, che finalmente è l’anno buono, e quelli che “comunque ci stanno solo prendendo per il culo, vogliono solo illuderci, vedrai se dalla prossima non le perdiamo tutte”. Mi piace pensare che entrambi in questa stagione si siano scannati. Bou stende anche il Veléz con una doppietta, ma poi si arriva a un brusco stop contro il modesto Olimpo: 1 a 1. Il River è scappato di nuovo, a otto punti di distanza, il titolo è andato anche questa volta. Poi succede qualcosa di strano, o meglio, di perfettamente normale in Sudamerica.

Il Racing vince 4 partite di fila per 1 a 0, giocando nettamente peggio di prima. Davanti il gioco latita, ma la difesa per qualche motivo trova la quadra e il discontinuo Saja mette la testa a posto facendo i miracoli  ogni domenica. Bou arriva a 10 gol in 12 partite, segnando un nuovo record nella storia dei campionati semestrali argentini. Attenzione però, abbiamo omesso un dettaglio non trascurabile. L’ultimo di questi quattro 1 a 0 è stato quello contro il River. Una fortuita carambola in area di rigore dopo un tocco sporco di Milito causa l’autogol decisivo. È il sorpasso. Non sappiamo come, non sappiamo perché, dimentichiamoci pure la tattica, che tanto spazio ha trovato in questo blog, perché il Calcio è strano Beppe, e in Argentina “strano” è sinonimo di normalità.

La trasferta a Rosario alla penultima va giù liscia: 3 a 0 e tutti a casa. E’ ancora +2. Il Racing è a 90 minuti dal titolo, che si gioca domenica 14 dicembre in casa, contro il modesto Godoy Cruz. Il River invece giocherà in trasferta a Quilmes, con la compagine locale saldamente ancorata all’ultimo posto in classifica. Non esiste spiegazione per questa clamorosa rimonta, che è ad un passo dal completamento. Possiamo solo contemplarla. Possiamo solo sapere che, comunque finirà, questo sarà un nuovo capitolo nella leggenda del nostro amato gioco, perché niente ti sballotta di qua e di là come il calcio.

Ogni tanto vorrei tifare una squadra che non vince quasi mai, perché in momenti come questi saprei davvero cosa si prova, qual è quella sofferenza estatica che ti tiene legato stretto ad una sola maglia, per tutta la vita. Accostarsi ora all’anima di un tifoso del Racing è qualcosa che non è semplicemente possibile, perché siamo di colpo catapultati al punto di partenza. Stiamo ancora guardando la terra da 600 miliardi di km di distanza, siamo tutti dei pale blue dot, se confrontati con l’enormità di quello che, comunque vada, succederà domenica sera. Siamo e saremo ineluttabilmente inesistenti, davanti alla leggenda di quello che sarà per sempre il loro Racing Club, che abbiamo potuto fare nostro solamente per il misero tempo necessario a scrivere questo articolo.

Ah, per la fredda cronaca, Racing Club – Godoy Cruz finisce, ovviamente, 1 a 0, gol di testa del “Wachiturro” Centurìon. Anzi, “gooooooool del Racing, gol de l’Academia!”, perché quella palla, in rete, l’ha spinta un popolo intero, quello del loro Racing.

Racing Campéon!

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