Roberto Donadoni – L’essenziale

E’ il giorno della Befana. Un mercoledì che sa di domenica. Settimana corta, di come ce ne sono poche in un anno. Peccato! Ma è il giorno della calza, attesa da bambini (e non) e, soprattutto, il giorno in cui ricomincia il campionato. Atteso da bambini e non. Astinenza da Serie A, capita. Premier League? No grazie, campionato io ti amo a caratteri cubitali. Pardòn, spezzatino di campionato, di quelli che ti sale la nostalgia del brivido della contemporanea e del panino allo stadio alle 15.00 di pomeriggio.

765383_20141221_99-512916-000028h
(Anatomia del panino medio da stadio)

Pranzo o spuntino, sud(d)isti o nordisti? Questione di punti di vista. Un po’ come la stagione di Donadoni e quella del Milan: due facce della stessa medaglia, il rosso e il nero. Pece in quel di San Siro, perché la squadra di casa arranca in classifica. Come da due stagioni a questa parte. Si gioca Milan – Bologna. Gli applausi ci sono, ma sono tutti per lui, per Roberto. Il Milan no, questo Milan non li merita.

Sguardo rivolto all’insù, sorriso sornione e cenno pudico di ringraziamento con la mano destra. Perché Roberto Donadoni è questo. Sguardi, sorrisi, silenzi e poche parole. Pochissime e, quelle poche, misurate. Residui di un ruolo, quello dell’ala destra, tatuato sulla pelle, sin dai tempi delle partite sui campetti di Cisano Bergamasco. Forte quel Donadoni, che già da piccolo dribblava e fintava in solitaria sul filo dell’out di destra, a tal punto che i suoi coetanei lo obbligavano a delle piccole penitenze.

“Roberto, non superare la meta campo. Roberto – (risata diabolica) – tu non puoi segnare”. Frasi da campetti, perché i campioni di un tempo nascevano lì, sulla terra battuta o sul cemento. Frasi solite per chi dà la classica paga agli altri, ma che un piccolo fio deve pur pagare.

(Lì…dove tutto comincia)

Unica concessione, l’espiazione in quel fazzoletto di campo dove sono cresciute tutti i numeri sette che hanno reso il calcio uno sport meno grigio, meno incatenato ai crismi della tattica e delle filosofie di gioco. In alto a destra. Ancora una volta la solitudine. Tempio del silenzio, altare dell’introversione, che esplode in carica emozionale per quella giocata visionaria. Sono gli anni che vanno dal 1982 al 1986, il tempo delle fantasia al potere, della 10 sulle spalle e della goduria dei tifosi atalantini.

E pensare che, quando ha sedici anni, l’Atalanta lo vuol dar via, al Ponte San Pietro, in Promozione. Non perché non sia bravo, ma perché è gracile. Suo fratello maggiore, Giorgio, che lo segue nei primi passi da calciatore, si impunta: “Se non lo volete più, mi restituite il cartellino e Roberto va a giocare dove dico io”. L’Atalanta lo tiene. Scelta saggia. Sportivamente e, soprattutto, economicamente. E’ l’estate del 1986, e Donadoni si trasferisce al Milan per 10 miliardi di lire. Un’enormità per quei tempi, da restare a bocca aperta.

Chiusura mascellare. E’ il campo che deve parlare. Crismi tattici. Regole, norme, codici, codicilli, sistemi, Sacchi. 4-4-2, due linee simmetriche (ma non troppo) da quattro al servizio di seconda punta e punta.

A.S.:“Donadoni!”                                                                                                                    

R.D.:“Presente Mister!”                                                                                                                    

A.S.:“Corridore instancabile o Jolly?”                                                                                              

R.D.:“Ma, Mister, veramente tutti mi dicono che so dribblare e crossare dal fondo. Certo, a correre corro, ma alla finta e al dribbling non riesco proprio a rinunciare”.                                                    

A.S.:“E va ben Roberto, vada per il Jolly. Però, mi raccomando, rigore tat(t)tico, tagli costanti a svariare il fronte offensivo e tanta, ma tanta intensità”.

(Conversazione da leggere, preferibilmente, alternando il romagnolo al bergamasco)

Nascita della leggenda del numero 7 atipico. Pionieristico per i tempi, moderno oggi. Imprescindibile nei successi del sistema sacchiano. Titolare inamovibile e con lampi di creatività abbaglianti. Di quelli che squarciano il grigiore. Sinistra, destra…non fa differenza. Non si dimenticano le origini. Perché si può togliere Donadoni dall’ala destra ma non l’ala destra da Donadoni. 2 Coppe Campioni, 2 Supercoppe Europee, 2 Coppe Intercontinentali, 1 Scudetto e 1 Supercoppa Europea possono bastare?

Come nel ritorno dei quarti di finale della Coppa Campioni ’89/’90. Alla Scala del Calcio si gioca Milan – Malines, e Donadoni è in formato extra-lusso, punta, dribbla, salta ogni avversario, è imprendibile. Meriterebbe un dieci in pagella, se solo i giornalisti osassero metterlo, questo voto sconosciuto. Già, osare. Per 90° minuti più uno spezzone di supplementare, il centrocampista di Cisano Bergamasco fa e disfa gli avversari, che non ne vogliono sapere di crollare. Pur essendo espulso (per gesto di reazione dopo l’ennesimo fallo subito), il suo contributo però si rivela fondamentale. I suoi dribbling e le sue finte hanno lavorato ai fianchi i belgi. E i risultati sperati finalmente arrivano. 105° minuto: punizione di Rijkaard, deviazione, palla che filtra, Tassotti si allunga per tenerla in campo e la rimette in mezzo, con Van Basten che deve solo appoggiarla in rete. Gol. Pizzul esplode, San Siro anche. C’è tempo per il secondo gol di Simone, ma nel dopo gara gli elogi sono tutti per lui, per Roberto. I giornali lo celebrano: essenziale, straordinario, opportunista, rapido e chi più ne ha più ne metta. Ne vorrebbe fare a meno; d’altronde, non ha semplicemente fatto il suo dovere di calciatore?

No, non fanno proprio per lui questi climax emozionali.

“Non mi piacevano i riflettori allora, non mi piacciono adesso” afferma in un intervista abbastanza recente, quando è già allenatore. Chiaro e conciso, perché per Roberto il calcio è tutto fuorché quelle chiacchiere vuote e inutili che riempiono i soliti dopo gara. 

Ed ancora: “sono sempre calmo, controllato: tengo tutto dentro”. Dono della sintesi. Compostezza, ecco la parola giusta.

(Minuto 2.25: Il manifesto del giocatore Donadoni. Puntare il difensore, fintare a destra, dribblare, fuoco)

Poi Capello. Altro giro di valzer. La melodia perfetta per continuare a vincere, a stravincere. Uno spartito meno asfissiante. Meno pressing, più spazio all’inventiva, più Donadoni. Ritorni alle origini di quelli che esaltano. E’ lui l’equilibratore di tutto, il vero motore della squadra. Savicevic, Boban, Rijkaard, Gullit? Tanti cari saluti dai tagli perfetti di Roberto a trasformare in platino ciò che oro, in fin dei conti, già è.

Altri trofei in serie: 4 Scudetti, 3 Supercoppe Italiane, 1 Coppa Campioni e 1 Supercoppa Europea. Anything else?

Si, l’addio al Milan ed il ritorno poco dopo, con Zaccheroni allenatore. Nel mezzo una breve esperienza dall’altra parte dell’Oceano: N.Y. MetroStars. Ancora troppo americana l’America per comprendere appieno il calcio europeo. Ritorno a casa. Casa dolce casa. L’8 sulla maglia (perché il 7 è già preso da Ba), le 9 presenze in campionato, uno scudetto da gregario e la fine di un ciclo lungo 12 anni, fatto di 390 gettoni e 23 gol. Che sia arrivato il momento di togliere il disturbo? Neanche a dirlo, che Donadoni è già in un altro continente. All’Al-Itthiad precisamente, a “svernare” sulle calde dune dell’Arabia Saudita. Volpe del deserto. Terminologia pellegattiana, concedetemelo.

Resiste poco. Non è la sua idea di calcio, non è la sua aspirazione massima. Vuole allenare, seriamente e senza dune, se possibile. Fine carriera dell’ultimo vero numerosette (da leggere tutto attaccato) italiano. Riflessione, pausa, silenzio vitale per ricominciare. Restart.

E’ il 2001, inizia per Donadoni la carriera da pendolare della panchina.

Lecco, Livorno, Genoa, ancora Livorno, Nazionale italiana di calcio, Napoli, Cagliari, Parma e…(respiro profondo) Bologna. Tutte le panchine del Donadoni allenatore in quasi un quarto di secolo di carriera. La sua seconda vita, tra tanti alti e altrettanti bassi.

A Lecco in C1 e Livorno in B non fa né bene né male. Due decimi posti che sanno tanto di presa di confidenza nei propri mezzi. Poi il Genoa del vulcanico presidente Preziosi. Tre sconfitte consecutive bastano per concludere l’esperienza ligure, di cui l’ultima inflitta dall’Atalanta con un secco 3 a 0. Nel post gara, Preziosi esplode: “Donadoni ha sbagliato troppo. La sconfitta con il Livorno era tutta da attribuire a suoi errori, poi con il Torino c’ era stato qualche miglioramento, ma contro l’ Atalanta siamo ripiombati negli abissi. Mai visto niente di così brutto. Tatticamente siamo stati disastrosi, sulla nostra fascia sinistra ci hanno spaccati. Mi sono vergognato”.

Esonero. Una parola secca, impersonale, come a dar l’idea di recisione netta. Conclusione del rapporto di lavoro sarebbe una terminologia più dolce, meno brusca, ma tant’è. Pausa, ancora una volta essenziale.

Sta fermo un anno, il tempo di metabolizzare lo schiaffo. Poi la chiamata di un datore di lavoro conosciuto. La voce è familiare: è Aldo Spinelli. Lo rivuole a Livorno, per prendere il posto di Colomba, che non sta convincendo. Accetta la sfida e conduce i labronici al 9° posto conclusivo. Incoraggiante e di buon auspicio, direbbero gli addetti ai lavori. Mai previsione fu più vera. Infatti, la stagione successiva – numeri alla mano – è ancora migliore. Al giro di boa colleziona 35 punti, un’enormità per una squadra che vede a quota 40 il suo scudetto. Poi, però, qualcosa si rompe. Nonostante la squadra navighi in posizioni di alta classifica, Spinelli va in TV a criticare il suo allenatore. Le motivazioni? Mancanza di gioco e di vittorie.

Dimissioni. Stavolta è Donadoni a recidere di netto. Nessuna parola a fare da ornamento, come se l’essenzialità sia, in questo caso, la giusta risposta al fiume impetuoso di parole proferite dal presidente labronico. Spinelli prova a correggere il tiro, a spiegare le sue ragioni, ma è troppo tardi. Veder sminuito e messo alla berlina il proprio operato, è una cosa che Donadoni non ha mai è accettato.

Neanche quando, alla stampa ormai avversa, che gli rimprovera la sua remissività nei modi e nei gesti come causa principale della sconfitta con la Spagna, risponde laconicamente con un “mi dispiace che un calcio di rigore abbia causato un po’ tutto questo alla fine”. Lui, che di rigori (maledetti) se ne intende. Come dimenticare le lotterie dagli undici metri ai Mondiali di Italia ’90 e Usa ’94. Gli scherzi del destino sempre in agguato dietro l’angolo.

E’ il 26 Giugno 2008, e Donadoni parla da ct ormai esonerato, non senza un velo di amarezza per quello che si è voluto a tutti i costi vedere, senza valutare il lavoro compiuto nel suo complesso.

Non perde mai, però, il suo classico aplomb. Ho rivisto più e più volte questa intervista da un minuto e mezzo circa e, ogni volta di più, mi sorprende il senso della misura delle parole proferite, quasi siano avvolte da un velo di essenzialità. Donadoni non sottolinea le assenze pesanti di giocatori come Gattuso, Pirlo e Cannavaro, nei quarti contro la Spagna. Quella Spagna, futura vincitrice dell’Europeo, del Mondiale successivo e dell’Europeo (ancora) successivo. Cannibali loro. Catenacciari noi. Caustico lui, nel difendere il suo lavoro.

Ancora una volta un taglio netto. Essenziale verso chi non ha occhi per vedere che quell’Italia, che lui ha preso dalla gloria del Mondiale 2006, si è qualificata all’Europeo di Austria & Svizzera 2008 da prima del girone. Con una giornata d’anticipo, contro avversarie toste come Ucraina, Scozia e Francia. Francia, unica nazionale in grado di sconfiggere gli azzurri in quel girone di qualificazione. 3 a 1 a Saint Denis, Govou (doppietta), Henry ed in mezzo il gol del buon Alberto Gilardino. E’ Il punto più basso della gestione Donadoni.  Ma è troppo presto per tirare una riga e fare bilanci, perché l’Italia infila un filotto di vittorie più o meno convincenti, tra cui spicca il 2 a 1 in terra scozzese nel penultimo match del girone. E’ la partita che può rappresentare la svolta – e inconsciamente l’ho sperato al gol vittoria di Panucci, in pieno recupero – ma, a conti fatti, rimane un lampo che squarcia quella sottile linea che separa il vorrei dal non posso dell’interregno donadoniano.

Euro2008-qualificazione-italia-scozia
90° minuto + 1. Punizione pennellata di Pirlo dal fondo e zuccata vincente di Panucci. Apoteosi all’Hampden Park

Il ritorno di reietti della precedente gestione, quali Panucci e Cassano, e l’innesto di giocatori giovani come Chiellini, Aquilani e Quagliarella non bastano. Forse Donadoni manca di quella incisività necessaria per portare a compimento l’opera di demolizione e ricostruzione, indispensabile per vincere; o, forse, l’ombra di un Lippi bis già aleggia prima che l’Europeo inizi. Voci che circolano e che molto probabilmente destabilizzano lui e l’ambiente. Si entra nel campo delle ipotesi, ma sta di fatto che, una volta concluso l’Europeo, arriva la tanto sospirata staffetta Donadoni – Lippi. Il susseguirsi degli eventi, poi, è storia. Un Mondiale, quello del 2010, che si colloca tranquillamente tra i più brutti per prestazioni e risultati. L’amaro sapore delle minestre riscaldate.

Donadoni, però, è già lontano da quel marasma che coinvolge la truppa di Lippi. E’ prima a Napoli nel 2009, poi a Cagliari la stagione successiva. Due incarichi in corsa, subentrando rispettivamente a Reja e Bisoli, quasi a voler evidenziare che sia veramente questa la sua dimensione: allenatore di squadre di medio-bassa classifica, che ha avuto la sua occasione per consacrarsi definitivamente, ma l’ha sprecata. Nulla più.

Colleziona altrettanti esoneri, il secondo dei quali – in terra sarda – brucia ancora. Perché viene dopo un’annata più che dignitosa – conclusa con un tranquillo 14° posto in classifica – ad interrompe quel filo di progettualità che il tecnico di Cisano Bergamasco desidererebbe ardentemente. Come facevano faville Matri e Cossu al Sant’Elia. Il bello e la bestia (mi perdoni Andrea), i Blues Brothers (forse, un paragone più azzeccato)…

“Il mio esonero al Cagliari? Meglio che sia successo prima dell’inizio del campionato, non ho più sentito Cellino da quel momento. L’anno scorso in Sardegna ho ottenuto una brillante salvezza ma l’esonero è il malcostume del nostro calcio” – commenta Donadoni negli anni a venire, a chi gli chiede della sua esperienza a Cagliari. Parole secche e taglienti, al vetriolo.

Gran mistero quello di Donadoni: lui, allenatore dai toni pacati, additato da molti anche come “taciturno”, in balia di presidenti volubili e umorali. Come in un tango argentino, è lui a dover sempre danzare sulle punte, senza mai rilassarsi.

Parma è un altro treno preso in corsa. Leonardi lo chiama per sostituire – guarda tu il caso – ancora Franco Colomba. Firma un contratto di sei mesi, con opzione per l’anno seguente. Là, a Parma, tranne alcune rare eccezioni, tutti gli allenatori hanno fatto bene. Potere dei tortelli e del prosciutto scappereb(be) di bocca a qualche buongustaio. Cattiverie gratuite.

Invece no, è tutta farina del sacco di Roberto Donadoni. Conclude ottavo quella stagione a metà e decimo la successiva. Ma è nel campionato 2013/14 che compie un autentico capolavoro. Taglia il traguardo dei 58 punti, che significano Europa League. Rigenera giocatori ormai dati per bolliti, come Marchionni, Schelotto, Gobbi, Palladino e Lucarelli, ed esalta le qualità di giocatori come Biabiany, Parolo e Cassano. Il Parma non solo vince, ma convince. Fantantonio è lasciato libero di inventare – sostenuto dalla coppia di centrocampo Parolo/Marchionni (nella veste di sorprendente regista) e di fare le fortune degli esterni offensivi Palladino e Biabiany.

NEWS_1400494142_492015599
La gioia (effimera a posteriori) per la conquista dell’Europa League

Si potrebbe parlare di rivincita contro chi non ha mai perso l’occasione per sottolineare i suoi fallimenti, ma sarebbe pura retorica. Il calcio è fatto soprattutto risultati e…di conti in regola. Quelli che il Parma (società) scopre di non avere – per colpa di alcuni mancati pagamenti IRPEF – e che impediscono alla società ducale di competere in Europa. L’UEFA è un inflessibile ragioniere che esige i conti in ordine. E’ l’inizio della fine.

Il campionato che ne segue è una “fantastica” rappresentazione del teatro dell’assurdo. Giocatori e presidente (Ghirardi) che fuggono e personaggi alquanto discutibili come Manenti, che usano il Parma per il proprio mezzo tornaconto. In mezzo a tutta questa confusione si stagliano due personaggi non protagonisti, che poi protagonisti lo diventano sul serio: il capitano Lucarelli e l’allenatore Donadoni. Entrambi decidono di non abbandonare la barca che sta affondando.

Le società di calcio non sono come gli imperi: quando scompare l’idea su cui sono fondate, non sempre periscono anch’esse. Rimangono gli uomini con la loro dignità, un sentimento interiore che alimenta il desiderio di lottare per un obiettivo che realmente non c’è più. Una sorta di donchisciottismo applicato al gioco del calcio.

A Marzo 2015, il Parma è dichiarato fallito per debiti complessivi pari a 218 milioni. Non importa. Le partite che rimangono vanno onorate con il massimo dell’impegno. Come quando si impone il pareggio ad un Napoli in piena corsa Champions. Rabbia partenopea, orgoglio ducale.

Una lunga pausa di riflessione e silenzio. Di quel Parma è rimasta una squadra che è ripartita dai dilettanti, con altre premesse economico-finanziarie (e non); di Donadoni, l’immagine dell’allenatore tutto d’un pezzo. Dicono che quando si conosce il vero volto della sofferenza umana e sportiva, tutto cambia. Parma ha insegnato a molte persone che uomo e che professionista è Roberto Donadoni. Gli spagnoli lo definirebbero, a ragione, “Un hombre vertical”. Musicalità poetica delle parole.

“Ho imparato più da questa esperienza che in tutta la precedente carriera” è il mantra di Roberto Donadoni da Cisano Bergamasco. Schiena dritta, sempre. Voglia di rimettersi in gioco altrettanta.

Bologna è (per ora) il capolinea della sua vita da allenatore pendolare. Altra panchina presa in corsa, stavolta al posto del collega Delio Rossi. Poche parole, molti fatti. 16 punti in 9 gare, media punti da Europa, condita da scalpi eccellenti quali Napoli e Milan. Rewind indispensabile. 6 Gennaio, ore 15.00, panino da stadio e Milan – Bologna.

Gli applausi del pubblico, lo sguardo rivolto all’insù, il sorriso sornione e il cenno pudico di ringraziamento con la mano destra. Per dirla come la disse lui un po’ di tempo fa: “Meglio essere padroni dei propri silenzi, che schiavi delle proprie parole”. 

Roberto Donadoni, l’essenziale.

c47138077fbab7066227dea7fca9f87b-kIOD-U140175436475PWB-620x349@Gazzetta-Web_articolo

 

Precedente I 10 migliori terzini a parametro zero Successivo La Cina è vicina - Il movimento calcistico cinese tra calciomercato e colonizzazione dell'Europa