Talenti nascosti della Copa America 2016

Talenti Copa America

Ecco la lista dei 10 migliori talenti nascosti che la Copa America può mostrare al mondo.

 Talenti Copa America

Cien años de soledad, Cent’anni di solitudine, è il capovaloro di Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura, nato ad Aracataca, Colombia, della quale sopravvive l’odore nella Macondo del libro. Cien años de soledad è il Sudamerica, condensato nei suoi miti, nel soprannaturale accettato come quotidianità con una scrollata di spalle, nell’dea di un tempo circolare, dove tutto cambia per ritornare al punto di partenza. E infatti, dopo cent’anni di storia, la Copa America dà un colpo di coda e si sposta negli Stati Uniti, includendo anche nazionali centro-nordamericane e ridisegnando perfino il suo trofeo; tuttavia persiste anche nel 2016, un gusto particolare per il gioco al di fuori dei ritmi e dei modelli europei che emerge chiaro dalle convocazioni dei vari CT. Tanti ragazzi provenienti dai campionati locali, tante stelle che la Copa la vedranno in televisione, primo fra tutti “O Ney”, il quale avrà invece il gravoso compito di guidare la Seleçao nelle Olimpiadi casalinghe. Il visionario Sudamerica è la terra che ci ha regalato quasi come una catena di montaggio i migliori interpreti del gioco, il calcio contemporaneo non fa eccezione. Brasile, Uruguay ed Argentina formano un triangolo di rivalità aspre, eppure per quanto ricorderemo il tridente Neymar-Suarez-Messi?

Ad oggi, il Sudamerica ha saputo confermare il suo ruolo di fucina di giocatori, ma domani? Se fra dieci anni staremo ancora celebrando i giocatori che la terra oltreoceano ha saputo regalarci, probabilmente il merito sarà di qualcuno di questi 10 ragazzi, i migliori talenti nascosti della Copa America Centenario secondo CDD.

1. Gabriel Barbosa – Brasile

Giocatore forse già noto ai più, uno di quelli della cui consacrazione si parla non in termini di “se”, ma in termini di “quando”, già da un po’. Anno di nascita 1996, in prima squadra al Santos già dal 2013, Gabriel Barbosa detto “Gabigol” è quasi annoiato dal suo talento. La quantità di giocate al limite che mette continuamente in scena in Europa forse sarebbe più un problema che un punto a favore, tuttavia esprime in pieno le qualità di quello che è già definito “il nuovo Neymar”, come se l’attaccante del Barcellona fosse già nell’età in cui cercarne un successore. Ha ricoperto negli anni un po’ tutti i ruoli dell’attacco, ma sta ora definendo la sua dimensione da esterno a destra, dove può ricevere e puntare centralmente rientrando sul suo sinistro. Lui da una parte e Neymar dall’altra, il Brasile potrebbe sopperire già così ai problemi di talento del resto della rosa. Fisicamente è più compatto della sua controparte blaugrana, le sue progressioni sono più aggressive che eleganti, ma ugualmente veloci e letali. Dribbling e tiro fuori categoria, ha sviluppato anche capacità da assistman non indifferenti (7 in 30 presenze nello scorso Brasileirao). L’unico suo limite sembrerebbe essere la sua arroganza nel tentare sempre la giocata eccessiva e far urlare di meraviglia il pubblico, a discapito di altruismo ed efficacia. Certo che, se uno riesce a segnare in no look facendo il tunnel al portiere da posizione defilata, va bene lo stesso. Non parte titolare nelle gerarchie del colonello Dunga, ma lo aspettiamo al varco lo stesso.

2. Gustavo Gomez – Paraguay

Da un giocatore EDM come Gabigol passiamo invece a un idolo grunge come Gustavo Gomez. Cresciuto nel vivaio del Libertad, classe 1993, è un difensore centrale tipicamente paraguayano, nel quale tra sostanza e forma c’è uno squilibrio quantitativo non indifferente. Con quella che da sempre è la terza squadra di Asuncìon (e le prime due ve le abbiamo già raccontate) ha peraltro festeggiato ben due campionati, il Clausura 2012 e l’Apertura 2014, tuttavia l’impresa l’ha compiuta in questa stagione, con la maglia del Lanùs, fresco campione di Argentina dopo aver asfaltato 4-0 nella finale il San Lorenzo de Almagro. Coi piedi si può rivedere, tuttavia si tratta di un difensore puntuale, affidabile, fisicamente molto forte, pericoloso nei calci piazzati e già piuttosto esperto nonostante la giovane età. Il Paraguay che quest’anno affronta la Copa è forse uno dei più giovani e talentuosi di sempre, le spalle su cui si regge sono le sue.

3. Sebastian Perez – Colombia

Regista classe 1993 del soprendente Atletico Nacional che si è rivelata una delle pretendenti più serie alla Libertadores di questa stagione, conquistando una sorprendente semifinale che si giocherà a luglio contro il Sao Paulo, Sebastian Perez Cardona è cresciuto studiando da Pirlo, Xavi e Xabi Alonso e la lezione sembra averla appresa piuttosto bene. Dinamico, dal fisico comunque piuttosto strutturato, ma soprattutto dal cervello geometrico, Perez riesce a dare spesso e volentieri l’impressione di aver già intuito qualcosa quando entra nel gioco, impressione che si concretizza nella verticalizzazione rasoterra di prima, uno dei marchi di fabbrica. La sua ottima facilità di corsa tuttavia lo rende anche un discreto incursore e le sue buone qualità balistiche hanno portato in dote più di qualche gol da fuori. Un prospetto davvero interessante, tant’è che due estati fa Arséne Wenger se ne invaghì dopo il Sub-20 e lo invitò a disputare una tourneé estiva con i Gunners, dove esordì contro il Manchester City impressionando tutti. Il trasferimento saltò a causa delle restrittive norme sul permesso di lavoro dei calciatori extracomunitari, tuttavia ora che dovrebbe conquistare un posto stabile nelle gerarchie dei Cafeteros potrebbe essere arrivata l’occasione giusta.

4. Christian Pulisic – USA

Quando si parla di bruciare le tappe, il nome di Christian Pulisic è uno dei primi che mi vengono in mente. Giocatore straniero più giovane a segnare un gol in Bundesliga, più giovane giocatore a segnare due gol in Bundesliga, più giovane marcatore della nazionale statunitense, questo trequartista classe 1998 ha un futuro già scritto, a differenza del mai dimenticato, ma scomparso Freddy Adu, capostipite dei giovani fenomeni americani. Nato in Pennsylvania da Mark Pulisic, giocatore professionista di indoor soccer (sì, esiste), prende il passaporto croato grazie alle origini del padre ed approda in Bundesliga a gennaio 2015, nientepopodimeno che al Borussia Dortmund. Neanche il tempo di arrivare in doppia cifra gol e assist nelle giovanili (10 gol c’erano, “solo” 8 gli assist, in 15 presenze), che Tuchel lo chiama ad allenarsi con la prima squadra. Da aprile in poi diventa quasi una costante coi gialloneri, collezionando anche 3 presenze in Europa League. Klinsmann non ci pensa due volte e scongiura lo spauracchio Croazia convocandolo per un’amichevole contro Panama dove, manco a dirlo, va a segno. Giocatore che ricorda il miglior Coutinho, capace di cambiare ritmo in maniera repentina, dal fisico leggero ed aggraziato, rapido ma efficace anche sul lungo. Ha un modo di portare la palla che lo fa sembrare fluttuante sul campo, gioca con la testa alta e ha un’indole molto collaborativa. È mancino, ma il destro non è niente male, ha la propensione dell’assistman, ma sa farsi trovare pronto in area di rigore. Pulisic è pronto a scrivere il suo nome anche nella storia di questa Copa America.

5. Adalberto Penaranda – Venezuela

Adalberto Penaranda è una sensazione. Esordiente in Liga a 18 anni (classe 1997) con il Grenada (via Watford), ha subito colpito tutti per le potenzialità che esprime. Fisico importantissimo e grande, ma grande sul serio, velocità: quando può correre in campo aperto sembra un treno, una mandria di cavalli intera, si mangia 70 metri di campo in un amen, e lo fa mantenendo il controllo sull’attrezzo. Gioca punta centrale, ma si disimpegna anche sull’esterno, soprattutto in presenza di un centravanti di movimento che gli lasci spazio per spazzare il campo con le sue corse. Attenzione però a considerarlo già un fenomeno: si tratta di un giocatore ancora acerbo tatticamente e tecnicamente, non è infrequente vederlo lanciarsi in azioni personali perse in partenza o produrre tocchi decisamente fuori misura. Tuttavia in patria è già, per forza di cose, un idolo: a lui vengono affidate già tutte le speranze della Vinotinto di ottenere qualcosa da questa Copa. Effettivamente, in patria fanno bene a sperare.

6. Marlos Moreno – Colombia

Se Seba Perez è il cervello dell’Atletico Nacional semifinalista di Libertadores, Marlos Moreno è i muscoli, ma anche i piedi. Nato nel 1996, questo esterno offensivo (poca differenza tra destra o sinistra) sta letteralmente spaccando in due il calcio sudamericano con le sue percussioni palla al piede e i suoi cambi di direzione al di fuori delle possibilità della geometria euclidea e della meccanica newtoniana. Il suo baricentro basso gli conferisce una rapidità di tocco davvero bella a vedersi, ha un modo di accarezzare la palla proprio solitamente a giocatori che viaggiano con due o tre marce in meno inserite. Unico neo: la conclusione. Pur avendo discrete doti balistiche non è efficace come potrebbe essere, alle volte sembra quasi accartocciarsi sul pallone per imprimergli potenza, cosa che lo può portare a colpire la palla in maniera scoordinata o di sghimbescio. Nelle 36 presenze col suo club, le segnature sono state 8 (3 in Libertadores): non pochissime, ma la sensazione è che se c’è da migliorare un aspetto del suo gioco sia proprio questo, anche perché l’altruismo non gli manca assolutamente (8 assist nella Liga Postobon). Nelle gerarchie di Pekerman parte dietro al trio titolare Cardona-Bacca-Cuadrado, ma non vediamo l’ora di vederlo in azione.

7. Arturo Mina – Ecuador

Nel calcio sudamericano spesso la differenza si vede. Si vede quali sono i giocatori che già per miracolo sono riusciti ad arrivare nelle massime competizioni, e quali invece sono quelli che lì sono di un’altra categoria. Nel caso dei difensori, si vede quali sono quelli che proprio stanno una spanna sopra, perché un attimo prima c’è l’attaccante che porta palla, poi vedi arrivare un armadio di un metro e novanta che zac, si infila tra palla e giocatore, si mette davanti, si gira, e la rigioca con calma olimpica. Questo è esattamente il caso di Arturo Mina, ecuadoregno classe 1990 colonna dell’altra sorpresa di stagione in Libertadores dopo l’Atletico Nacional, ovvero l’Independiente del Valle. Giocatore che negli anni è sempre cresciuto fino a raggiungere un livello da grande torneo (se ne parla in ottica Flamengo per la prossima stagione). Fortissimo di testa (anche in fase offensiva), molto difficile da saltare nell’uno contro uno, bravo a difendere la profondità e freddo come le cime delle Ande, con un po’ di esperienza internazionale in più, questo in Europa può fare molto molto bene.

 8. Oscar Romero – Paraguay

Essere un numero 10 in Sudamerica vuole dire sempre qualcosa di più, rispetto a come pensiamo il ruolo qui da noi. Vuol dire giocare al proprio ritmo, in attesa del momento giusto per salire in cattedra e dirigere con i propri piedi il coro degli “OHH” di quelli che stanno in tribuna. Oscar Romero, paraguayo classe 1993 cresciuto nel Cerro Porteño e ora al glorioso Racing Club de Avellaneda, veste la 10 ma non è, ancora, un 10. Anzi, diciamo che è molte cose e non ne è ancora nessuna. Gioca da ala, da trequarti, da enganche, da incursore e da regista, alterna giocolerie quasi puerili agli slalom speciali e alle saette dai 35 metri, non disdegnando l’andare sul fondo e crossare e il lancio lungo da posizione arretrata. Il suo talento da giocatore totale non si discute, quello che semmai si può contestare è la sua capacità di determinare con costanza. Quella sì, da buon 10 sudamericano, va e viene. Punto fisso del nuovo corso del Paraguay, mai come in questa Copa avrà attorno gente di talento come Sanabria, Derlis Gonzalez e Benitez, non ci sono scuse.

9. Sony Mustivar – Haiti

So benissimo cosa state pensando. Un ventiseienne che gioca in MLS e fa parte della peggiore nazionale del torneo? Uno che al massimo è arrivato a giocare in Romania, al Petrolul? Cosa c’entra con i talenti della Copa America? C’entra, ragazzi. Perché Sony Mustivar, e ci ho riflettuto molto, deve avere il suo angolo in un articolo come questo. Non si possono celebrare sempre i dribblomani e gli armadi a due ante che fanno i 100 metri in 11 secondi. C’è spazio anche per chi invece tendi a non notare, il mediano che sbuca dal nulla, che tocca il pallone quel secondo che basta per spossessarne l’attaccante e servire un compagno a due metri da lui. Mustivar è questo: uno dei punti fermi di Sporting Kansas City, una delle migliori squadre della Major League, perché è il primo sia per intercetti che per contrasti vinti nella sua squadra, ma anche perché coi piedi ci sa fare. Vanta un geometrico 85,5% di passaggi riusciti, non disdegnando affatto la soluzione lunga che effettua con buona qualità. Mustivar è un giocatore che in qualsiasi contesto giocherebbe allo stesso modo e probabilmente con gli stessi risultati, una delle stampelle su cui far reggere una squadra.

10. Cristian Benavente – Perù

Cosa fareste se vi dicessi che esiste un trequartista del ’94 che corre come un dannato, ha l’andatura equina di Ronaldinho e i lunghi capelli lisci di Matias Almeyda e oltre a tutto questo col destro scava la palla dove e come vuole? Cristian Benavente è questo, tranne che per i capelli, recentemente tagliati (sob). Uno che all’esordio in nazionale a 19 anni si trovava contro l’Argentina e pensava bene, per prima cosa, di bersi tutta la difesa in un colpo solo facendosi 50 metri palla al piede. Cresciuto nelle giovanili del Real Madrid, qualche infortunio di troppo ne ha limitato l’esplosione. In questa stagione ha scaldato la panchina in Championship al MK Dons, poi retrocesso, prima di completare l’annata allo Charleroi, dove invece ha potuto mettersi in mostra, sfiorando la qualificazione in Europa League. Se gioca ai suoi livelli, non c’è n’è per nessuno.

 

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