Tifosi per caso: Calcio da Dietro in L’ONDHON

Ebbene sì, siamo andati a Londra. In realtà dobbiamo essere onesti, altre passioni che non quella (pure immensa) per il calcio ci hanno spinto nella capitale britannica. Tuttavia, quattro admin di un blog calcistico e altri tre fieri manovali di Seconda Categoria non potevano esimersi dal ritagliarsi uno spazietto per l’amato pallone nella città del football.

La nostra avventura, seppur largamente scarna e deludente, inizia in una fastidiosa sera di sessione d’esami estiva, quando per un sovrapporsi di coincidenze meravigliose abbiamo deciso e prenotato il viaggio. Il primo pensiero è andato alla Premier League, ma madama Sfiga ha cominciato a guardarci con molto interesse. Nell’ordine: il QPR ci impedisce di prendere i biglietti, l’Arsenal costa l’iradiddio, il Crystal Palace esaurisce tutto in un secondo manco fosse un rinfresco all’inaugurazione di un negozio di abbigliamento, il Fulham imita il QPR, il Leyton Orient gioca in League One e costa quanto una squadra di metà classifica in Serie A. Ce vonno li sordi raga, noi abbiamo dormito in ostello e mangiato nei fast food, figuratevi.

L'ostello. Tranquilli, dentro era peggio.

L’ostello. Tranquilli, dentro era peggio.

Approdiamo a Londra senza alcun biglietto già comprato, personalmente mi sembra di essere nudo neanche avessi lasciato a casa il cellulare. La città del football ci accoglie con un campo da calcetto blu sperso nei meandri del deserto villaggio olimpico che attraversiamo in pullman arrivando dall’aeroporto, con gli occhi a cuore e le mascelle droppate a livello pavimento siamo già innamorati. IMG-20141022-WA0019

Arrivati in ostello scopriamo quasi immediatamente, grazie al nostro birra-radar incorporato, un pub con tv e parabola Sky che promette molto bene. Dopo aver passato l’happy hour a morire dentro osservando i prezzi della maglia originale di Drogba (sempre lui, meravigliosamente Didier Drogba) da Harrod’s, portiamo a casa un paio di calzetti del Chelsea in offerta che per un po’ placano la nostra sete di possesso. Passiamo il venerdì sera e il venerdì notte a perderci per Londra a forza di autobus sbagliati fino a quanto torniamo a casa in taxi senza più i talloni.

Il sabato a Londra è il giorno del football nella città del football, pertanto il pomeriggio lo dedicheremo al calcio, la mattina al letto. Il progetto è di andare a vedere una partita di serie inferiori, visti gli schiaffi morali subiti con quelle più blasonate. Lo storico Wealdstone gioca in casa contro il Boreham Wood, la Conference Sud attrae molto. Una veloce googlata ci informa che attenzione, i maledetti giocano in zona 4, ben due zone oltre il limite consentito dalla nostra Oystercard. Le cicatrici della notte precedente, terminata con una schiacciante vittoria dei trasporti pubblici londinesi sul nostro intelletto, sono ancora in carne viva, pertanto scegliamo di non impelagarci in astrusi voli pindarici in periferia. La salvezza si chiama Tower Hamlets, compagine di Essex Senior League, nono livello nella piramide della Football Association. Lo stadio è il Victoria Park Stadium, la guida compilata dagli amici di London Football ci informa che la fermata della metro (i pullman vogliamo evitarli come l’ebola) più vicina è quella di Mile End, ai limiti della zona 2.

fq

L’atavica disperazione di uno degli admin immortalato in questo poetico scatto, umiliato e offeso da una vita tanto ingiusta.

Tutti gasati ci buttiamo all’avventura e giungiamo a destinazione, convinti di smontare dal treno e trovarci già allo stadio (o, più presumibilmente, campetto). In realtà usciti dalla stazione ci ritroviamo in un’anonima strada di periferia, col classico arredo urbano costituito da svariati kebabbari, un subway e un parchetto là in lontananza. Spaesati, chiediamo in giro indicazioni per lo stadio dei Tower Hamlets, che a quanto pare non sono esattamente una squadra famosa. Un paio di ragazze che facevano jogging ci guardano malissimo e scappano. Il tizio di Subway ci guarda malissimo, tanto che alla fine “per rimediare” decidiamo di pranzare lì, dandogli tra l’altro l’opportunità di guardare malissimo il manovale di Seconda Categoria numero 2, che, possedendo la proprietà di linguaggio di un mattarello, si piazza in coda dietro a uno a caso e sputa un laconico “The same”, convinto così di aver ordinato in modo comprensibile.

Coraggiosi e rincuorati dal paninazzo ingerito, ci rivolgiamo perfino a un poliziotto arcigno che però sembra inorridito da quanto gli stiamo chiedendo. Decidiamo di avventurarci nel parco là in lontanza sperando di imbatterci nel campo, speranza che ovviamente sarà disattesa, quando scopriamo di essere nel parco sbagliato.

Nuovamente sconfitti e schiaffeggiati moralmente, rinunciamo definitivamente all’impresa, anche perché ormai si era approssimativamente al quarto d’ora della ripresa. In nostra salvezza tuttavia, scorgiamo un bus in partenza per Islington & Highbury, che ha l’effetto della colomba di Noè dopo il diluvio. Senza chiedercelo due volte ci catapultiamo a bordo contenti di dover scendere al capolinea senza paura di perderci nuovamente. Mentre già abbiamo negli occhi le scene del magnifico “Febbre a 90”, ci accorgiamo di stare costeggiando il tanto agognato Victoria Park, al cui interno dovrebbe trovarsi lo stadio. Con gli occhi protesi, scorgiamo in lontananza una partita di calcio. Coi volti illuminati siamo pronti a scendere in corsa dal bus per goderci un po’ di sana non-League.

Il realtà poi il pullman si avvicina, rivelando che si tratta probabilmente di una partita di Pulcini, con cinque o sei campetti minuscoli invasi da piccole casacche colorate che rincorrono un pallone. Visione romanticissima, ma dei Tower Hamlets continua (e continuerà) a non esserci traccia, tanto che arriviamo a dubitare della loro esistenza.

Avranno pure otto anni, ma per noi saranno sempre i Tower Hamlets.

Avranno pure otto anni, ma per noi saranno sempre i Tower Hamlets.

Approdiamo a Highbury, dove mangiamo i migliori muffin della nostra vita in un baretto hipsterissimo, con quattro tavolini quattro occupati da altrettanti tizi solitari col Mac e le camicie a quadri. Ci dirigiamo verso l’Emirates a piedi e in qualche modo ci arriviamo senza intoppi. I Gunners sono in svantaggio per 1 a 2 contro l’Hull City, ma l’impatto con lo stadio è enorme. Gli “ooh”, “aah”, “uuuh” delle tribune eccheggiano per qualche centinaio di metri, il loro impeto fa tremare le ginocchia. Personalmente da qui in poi saranno solo lacrime, lacrime di fronte alla statua di Henry, lacrime di fronte alle immagini dei grandi campioni raffigurati sulle pareti tutt’intorno allo stadio, primo fra tutti il meraviglioso Dennis Bergkamp.

Lacrime.

Lacrime.

Qua e là ci sono dei tornelli aperti da cui fluiscono fuori molti tifosi delusi dalla prestazione dei loro, che si perderanno però il pareggio al 90° di Danny Welbeck, che farà venir giù tutto il quartiere. Per conto nostro, ognuno di questi tornelli è un pertugio da cui osservare una fetta dello stadio e delle tribune. Uno steward vedendoci occhieggianti come bambini di fronte a una vetrina di dolciumi, si impietosisce e si offre di fotografare per noi l’interno dello stadio. Non potremo mai ringraziarlo abbastanza.

Avrebbe anche potuto metterla a fuoco, in effetti, ma lacrime comunque.

Avrebbe anche potuto metterla a fuoco, in effetti, ma lacrime comunque.

Anche se ci piange il cuore, lasciamo Islington alla volta di Fulham Road, perché anche il richiamo di Stamford Bridge è fortissimo. Il Chelsea gioca fuori, con il Crystal Palace, pertanto quando arriviamo allo stadio lo troviamo semideserto. Nostro malgrado non possiamo esimerci dall’imitare due tizi giapponesi, facendoci la foto sulla seggiola tra Mourinho e Drogba (sempre lui, meravigliosamente Didier Drogba) e in mezzo a tutta la rosa dei Blues. Consapevoli di aver fatto la figura dei bimbiminkia, ci facciamo un giretto attorno allo stadio e nel carissimo store ufficiale, poi rincasiamo perché la serata ci chiama.

aaqaTuttavia la nostra avventura calcistica non si conclude qui. La “serata” si protrae fino alle 8 di mattina, ora in cui esplodiamo in ostello più morti che vivi e ci buttiamo vestiti sui materassi. La sveglia ci viene gentilmente data nel primo pomeriggio da un ispanico della security impegnato nell’invadente ricerca di un fantomatico David. Scendiamo in strada senza ben sapere a che santo votarci, quando le urla, scatenate nel pub di fianco dal pareggio del QPR sul Liverpool, attirano la nostra attenzione. Entriamo senza neanche pensarci, ordiniamo una pinta di bionda che come colazione sembra ben bilanciata e ci accomodiamo in vista televisore. Ci sono due capanelli di supporters, quello bianco e blu degli Hoops e uno eterogeneo che o tifa Liverpool, o tifa contro il QPR. Di fianco a noi facciamo conoscenza con un marcissimo tifoso dei Reds che rovescia mezza birra, bestemmia più o meno tutto il Paradiso e che, scopriamo, la sera prima era stato nel nostro stesso locale.

Screenshot_2014-10-26-11-38-37La partita in sé è clamorosa: all’86° siamo 0 a 1, al 95° finisce 2 a 3 in favore degli uomini di Rodgers. Il nostro amico esulta come il pazzo che è e se ne va lasciando là una pinta neppure cominciata, attraversa la strada di corsa senza guardare e sparisce a piedi in un parchetto lì vicino, probabilmente in cerca della prossima dose di anfetamina.

Ordinata un’altra birra, che suppongo dovesse fare da pranzo, lasciamo il nostro amato pub per cominciare un’altra “serata”, che durerà dalle 5pm della domenica alle 5am del lunedì, a cui ve lo dico, siamo sopravvissuti indenni per miracolo. La nostra avventura footballistica, come si sarà capito, è stata largamente deludente, moralmente sfibrante e intellettualmente sconsolante. Promettiamo di tornare un’altra volta per fare il pieno di calcio, altrimenti poi ne va della salute delle nostre ossa.

E con questo pietoso gioco di parole posso pure salutarvi, have a nice day!