Tu Rocco, mi devi giocare larghissimo, quasi sulla linea…

Maglia bianco azzurra. Libero di inventare in quel fazzoletto di campo sul versante destro offensivo del campo. Conosciuto come le proprie tasche, perché solcato miliardi di volte con tutto il fiato in corpo. Perché calpestato in solitudine con la follia e la spensieratezza di chi non ha niente da perdere e niente da dimostrare. Rocco Pagano è stato questo, un tassello imprescindibile di quella favola di fine anni ’80 e inizio anni ’90 chiamata Pescara. Una squadra pronta a stupire l’Italia intera con il proprio calcio rivoluzionario, fatta di uomini veri forgiati dal credo calcistico di una vecchia volpe della panchina: Giovanni Galeone. Impostata secondo il modulo  4-3-3, frutto della sperimentazione continua e della voglia di quei giocatori di provare…e di osare. Come quel 13 settembre del 1987, Stadio San Siro, in cui il Pescara si ritrovò Pagano-Rocco_1988-89catapultato al cospetto dell’Inter di Trapattoni. Domenica soleggiata nella quale risplendette ancor di più la classe di uno sbarbato ventiquattrenne da San Nicandro Garganico. Con il 7 addosso come una seconda pelle. Senza il cognome, perché quelli erano ancora anni in cui bastava il numero per dare corpo alle qualità di un giocatore. Che per Rocco Pagano dovevano essere espresse rigorosamente sulla destra, rigorosamente il più largo possibile. Come ai tempi del Derthona e degli insegnamenti di un altro suo maestro, un certo Angelo Domenghini. “Tu Rocco, non puoi giocare a centrocampo. Tu mi devi giocare larghissimo, quasi sulla linea.” gli diceva Angelo. Aveva capito tutto Domenghini. Aveva riconosciuto, prima di Pagano stesso, il suo percorso. Certe cose le senti prima degli altri, specialmente se in quel ruolo hai vinto tutto con l’Inter di Herrera, con il Cagliari di Scopigno e la Nazionale. E quel momento fu per Pagano la catarsi verso una visione calcistica più pura, libera dalle contaminazioni oppressive di un calcio eccessivamente difensivista. Rocco iniziò a correre, correre e correre…quasi non si stancasse mai di quel fazzoletto di campo di inizio storia. La linea percorsa alla velocità di fulmine e la fortuna di aver trovato in Giovanni Galeone, il profeta della sua definitiva valorizzazione. Era il 1986. Era un Pescara costruito per la C1, in Serie B grazie ad un ripescaggio, primo e promosso a fine campionato. Grazie soprattutto alle 7 reti di Pagano. Meritevoli di un altro palcoscenico, la scala del calcio, San Siro appunto. Dicevamo dell’Inter di Trapattoni, un avversario a prima vista invincibile, insuperabile come un labirinto per chi non sa vedere oltre quelle mura spesse e fredde. Ma Rocco il filo di Arianna lo aveva in mano, e con quel semplice filo ricamò calcio fino al 90′ minuto. 0 a 2 il risultato finale, con tanto di azione personale propiziatoria del rigore da cui nacque il secondo gol segnato da Sliskovic, altro “maledetto” del calcio che, a detta dello stesso Galeone, con un procuratore dietro le spalle, oggi si giocherebbe tranquillamente il pallone d’oro.

Di Pagano quello che colpiva era la sua finta palla al piede. Era quasi diabolica. Sempre lo stesso movimento, una specie di torsione con tutto il busto facendo finta di andare verso l’ala, poi riportava dentro il pallone con il destro, si accentrava. Un qualcosa di difficilmente comprensibile, ad eccezione dell’esito: difensore da una parte, Rocco dall’altra. Ma non solo questo nel repertorio, anche e soprattutto corsa. Come in un’altra domenica soleggiata di quel campinnato. Memorabile fu la sua interminabile cavalcata di 50 metri verso la porta di Tacconi. Un altro scalpo clamoroso da parte di quel Pescara dei miracoli, questa volta all’Adriatico, davanti al proprio pubblico, contro la Juventus di Platinì. Il gol di Junior al 54′ per dare adito ad un sogno ben custodito nel cassetto dei desideri, il suo tiro all’81’ minuto sotto l’incrocio dei pali della porta bianconera per trasformare il sogno in realtà.

“Al limite dell’area mi sono fermato, ho chiuso gli occhi e ho tirato. Quando li ho riaperti, ho visto che avevo
piazzato la palla all’incrocio dei pali di Tacconi e non ci ho capito più niente!”. Questo fu il commento a caldo di Pagano. Innocente e al contempo naturale, di chi era consapevole di aver incarnato per una domenica la parte di Davide contro Golia.
Quella corsa sembrava non dover finire mai, Pagano era sul taccuino di tutte le squadre di vertice della Serie A ma, come tutte le favole, esse hanno un principio ed una fine. E non sempre la fine è quella che noi vogliamo sia. Per l’ala destra di Pescara la fine coincise con la nuova impostazione che il calcio moderno aveva incominciato a seguire. Più tattica, meno liberta’ di far esprimere il talento personale. La corsa non doveva essere più fine allo spettacolo e legata alla caducità del gesto, ma ragionata in un’ottica di squadra. Troppo per uno spirito libero come Pagano, troppo per abbandonare quel fazzoletto di campo sul versante offensivo destro. Amato a tal punto, da non essere in grado di tradirlo sull’altare del tatticismo esasperato. Arrigo Sacchi si informò di Pagano con Galeone, chiedendo se potesse ricoprire il ruolo di mediano. Galeone gli rispose con un sorriso eloquente ed un “si, può fare il mediano…ma ricordati che è e rimane un’ala destra…”.
La breve parentesi negativa con l’Udinese in cui giocò poco fu il segnale di una discesa annunciata. Giocò poco, quasi mai da titolare e senza mai incidere. Non prima però di regalare al calcio un ultimo tango, ancora una volta nella sua Pescara. Ripartendo dalla Serie B, e contribuendo con 10 reti alla seconda promozione della squadra abruzzese nella stagione 1991/92. Simile ad un canto del cigno nel momento antecedente agli applausi del pubblico e alla successiva chiusura del sipario.
Che Paolo Maldini riaprì per un momento, nel salotto pallonaro domenicale di Controcampo di qualche anno fa, scandendo il cognome Pagano tra gli sguardi esterrefatti dei personaggi in studio. Merito di una domanda, di una delle tante che si fanno ai giocatori famosi, e che ricevono sempre la solita risposta politically correct. Ma non quella tarda serata. Perché Maldini non cadenzò il classico nome da copertina, ma lentamente pronunciò Pagano, consapevole di aver vissuto con i propri occhi (e le proprie ginocchia) quello spettacolo, e di volerne chiedere una replica anche per gli spettatori del piccolo schermo.