VAR e contesto sociale

È da ieri sera che ho questo post in canna. Maledetto Sky Calcio Club, fonte inesauribile di informazioni adatte a riflessioni. Il Trimalcione della trasmissione è il triviale Fabio Caressa, un professionista preparato che, però, in questi anni ha preferito coltivare votivamente il suo personaggio. Macchietta alcuni direbbero. Caricaturale è, forse, l’aggettivo più consono. Ma veniamo a noi. Argomento della disputa di ieri sera il VAR. Tra discorsi più o meno seri è l’intro che mi colpisce. Caressa interrompe De Grandis, dilungandosi con trattato sociologico del VAR. È il “contesto sociale” che chiede e, quasi, obbliga il VAR al suo utilizzo. Motivazioni? Presto detto, la cultura del sospetto. È come dire “Ma hai quello strumento che ti risolverebbe il problema, in più c’è la Juventus che gioca, ma sei fesso a non usarlo”. Attenzione, il post non VUOLE mettere in DUBBIO l’errore di ieri sera. Perché si tratta chiaramente di errore. Piuttosto desidera mettere in luce una certa dinamica perversa, che vuole trasformare il contesto sociale da mero fattore esogeno al match a motivo decisionale ultimo. Si decide in una certa maniera perché è il contesto che te lo suggerisce, te lo impone.

No, caro Caressa, è evidente come il regolamento del VAR vada modificato, perfezionato. È evidente come ci siano delle lacune nella sua applicazione. È, però, meno palese come la discussione sia sempre incentrata sulla disamina dell’errore e mai sulle motivazioni della scelta, sul ruolo dell’arbitro in essa. In questo senso, il giornalismo sportivo non è solo informazione. Esso non dovrebbe essere induttivo o deduttivo a piacere, ma fondere queste due metodologie a scopo conoscitivo.

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