Veni, Vidi, Vinìcio – ‘O Lione e lo “scudetto irpino” nell’anno del terremoto

Mi scusi, un biglietto “Belo Horizonte – Avellino” con scalo a Napoli?

Belo Horizonte – Napoli – Avellino. No, non è un rito scaramantico da ripetere più e più volte. No, non è una replica posticcia del tridente Zemaniano Rambaudi – Signori – Baiano. E no, non è nemmeno una nuova tratta aerea Ryanair. Anche perché ad Avellino un aeroporto ancora non esiste. O se esiste, gli avellinesi purtroppo non ne sono mai venuti a conoscenza. Ora, tralasciando questi discorsi, magari vi starete chiedendo dove voglia andare a parare. E cosa c’entri Avellino in tutto ciò. Eh, bella domanda. A cui però preferirei far rispondere un certo Gianni Brera, giornalista sportivo che di calcio sicuramente se ne intendeva. Il buon Gianni (mi si conceda il “tu” colloquiale), in una delle innumerevoli trasmissioni della “Domenica Sportiva” della stagione calcistica di Serie A 1980/81, volle sottolineare la propria ammirazione la squadra campana. Non la classica formazione blasonata del Nord, né la Roma, il Napoli, la Fiorentina o la Lazio. Una provinciale, che da sole due stagioni si affacciava al calcio che conta: l’Avellino.

“Esiste in Italia una squadra che gioca come il Brasile, che profuma di cibo genuino e campi in fiore. Una squadra che, però, non è brasiliana: si chiama Avellino. Questa squadra, è la più bella realtà del calcio di provincia della storia italiana.”

Allenata da un allenatore brasiliano appunto. Luìs Vinìcio, da Belo Horizonte appunto. Lui, che di Napoli era stato il re qualche anno prima o meglio, ‘O Lione. 

Chist’è ‘o scalo cchiù bell ‘rò munn!

“Vedi Napoli e poi Muori!”

Quando arrivò a Napoli nel 1955 Luìs Vinìcio per sua fortuna non era ancora a conoscenza dell’antico detto popolare che fa capolino qui sopra. A soli 23 anni, per lui Napoli e la Serie A erano un sogno, distanti solamente il volo Belo Horizonte – Capodichino. ‘O Leau du Botafogo, così ribattezzato dai tifosi brasiliani per la forza e l’eleganza delle sue giocate, quasi ruggisse con la palla al piede, non ci aveva pensato due volte ad accettare la chiamata del presidente del Napoli Achille Lauro. La sua sluis-vinicio_jpg1quadra partenopea aveva progetti ambiziosi e Lauro, armatore talmente ricco da possedere un patrimonio di circa mille miliardi, tra navi, immobili e un biliardo appartenuto nientepopodimeno che all’ammiraglio Nelson), desiderava più di ogni altra cosa lo scudetto. A Vinìcio, Lauro quindi affiancò il bomber svedese Jeppson. In campo dovevano essere la “V2”, il nome del primo missile tedesco. Lo rimasero sulla carta. Perché la “V2″ non funzionò a causa della rivalità e delle gelosie reciproche dei due giocatori, e Lauro dovette abbandonare ben presto i sogni di gloria. Infatti, tanto riservato e introverso era lo svedese, quanto estroverso e istrionico il brasiliano. Due personalità troppo diverse per fare faville in campo. A tal proposito, celebre fu il matrimonio di Vinicio, nella basilica di San Francesco in Piazza Plebiscito davanti a migliaia di tifosi, tra Cadillac e mandolini. “Luis” era diventato re di Napoli. A 25 anni. Lasciando il trono qualche annata più tardi, per trascorrere gli ultimi anni della sua carriera girovagando tra Bologna, Milano e Vicenza dove, segnò ben 25 volte, conquistando il titolo di capocannoniere. Appese le scarpette al chiodo poi, la panchina da allenatore lo aspettava. E il volo per Avellino pure. Su chiamata del presidente Sibilia, aeroporto permettendo ovviamente…

Avellino Calling

Chiunque abbia un minimo di cultura e di interesse musicale non può non conoscere il brano storico “London Calling” dei The Clash.

Bel pezzo non c’è che dire, di protesta e di ribellione al potere forte del conformismo anni ’60. Ora però fantasia alla mano, immaginate di sostituire la parola London con Avellino. Il suono non sarà dei migliori e sicuramente il significato metaforico sarà stravolto. “Na Bella cafonata” sintetizzerebbe con garbo De Sica, ma poco importa.Avellino sta chiamando…nell’immaginario sportivo collettivo degli anni ’80 rappresentò il grido d’aiuto di un’intera provincia nell’eterna lotta per non sparire dal calcio che conta. La serie A conquistata con fatica pochi anni prima, stava per essere messa a rischio dallo scandalo del calcioscommesse. Era il 1980 quando da una denuncia di Massimo Cruciani scoppiò lo scandalo del Totonero. Moltissimi calciatori furono coinvolti e con loro anche le società. E una di esse fu proprio l’Avellino. Per colpa delle combine dei suoi due tesserati Pellegrini e Cordova, la squadra irpina venne penalizzata di 5 punti. Penalizzazione da scontare però nel campionato successivo alla scandalo, quello 1980/81. Questo fardello rese la situazione drammatica e al limite dell’impossibile per la piccola realtà calcistica avellinese. C’era bisogno di un miracolo sportivo in piena regola, e di ‘nu Lione capace di guidare il branco verso la salvezza.

VENI: “Datemi del pazzo, ma scommetto che con questa squadra ci salveremo”

“L’unica certezza di questa stagione è che rimarremo in Serie A”

Questo era il mantra che ripeteva l’allenatore brasiliano. I tifosi e i giornalisti avellinesi quando sentirono tali parole scandite con forza e vigore da Vinicio, durante la sua conferenza stampa di presentazione alla guida tecnica dell’Avellino, lo presero per viniciopazzo. Ma Vinìcio sapeva ciò che faceva, perché di miracoli già se ne intendeva. Nella stagione 1974/75, quando ancora l’Avellino faticava nelle serie minori, aveva guidato il Napoli ad un passo dallo scudetto, fermato solo da un gol dell’ex di turno Josè Altafini nello scontro diretto al vertice con la Juventus. Josè, un brasiliano come lui, “‘nu core ‘ngrato” per i napoletani. Quello fu il momento più alto raggiunto da Luis sulla panchina del Napoli. La città e l’allenatore l’anno successivo si lasciarono senza rancore con un arrivederci, come solo chi si è amato con tutto il cuore sa fare. L’esperienza nel capoluogo partenopeo riprese due anni dopo, ma senza i frutti sperati. Il fuoco della passione si era spento e serviva una sfida diversa dalle altre (e per certi versi più difficile) per riaccendere quella fiammella. La proposta del presidente dell’Avellino Sibilia di salvare l’Avellino già penalizzato lo era. Vinicio accettò pur sapendo della vicenda del calcioscommesse. Non gli interessavano gli ostacoli al percorso, ma l’obiettivo finale: l’Avellino si sarebbe salvato. Scelto il condottiero, la società decise di lasciare liberi i giocatori di abbracciare o meno la causa. Servivano combattenti disposti a sacrificarsi, non semplici giocatori. Vennero ceduti quindi Piotti, Romano, Boscolo e il tandem offensivo Pellegrini/De Ponti. Al loro posto arrivarono giovani di belle speranze come Tacconi, Criscimanni e Vignola, da affiancare allo zoccolo duro della squadra composto da Di Somma, Cattaneo, Piga, Venturini, Beruatto, Valente e Massa. Per completare il mercato in entrata, nell’anno della riapertura delle frontiere, venne acquistato dal Guadalajara per 560 milioni di lire un’attaccante brasiliano sconosciuto: su stretto consiglio di Vinìcio un certo Juary da São João de Meriti arrivò ad Avellino 

VIDI: La “Legge del Partenio” e i giorni del terremoto

Avellino_1980-81

Completata la squadra, il 14 settembre del 1980 iniziò il campionato. Primo obiettivo: azzerare la penalizzazione di 5 punti. Detto fatto. Vittoria all’esordio sul campo ostico di Brescia, con reti di De Ponti (poi venduto) e Valente. E lo zero in classifica non più un miraggio. Ma le sconfitte nelle due giornate successive, con Fiorentina e Torino, spensero l’entusiasmo iniziale, facendo ripiombare gli irpini nel baratro della disperazione. La partita casalinga contro il Cagliari aveva già dal sapore di match da “dentro o fuori”. Fu la partita di Vignola e Juary. Vignola segnò su rigore, Juary il gol della vittoria. Festeggiato, esultando con il famoso giro della bandierina a braccio alzato. Tre piroette alla sua amica più fidata. Un rito scaramantico, divenuto poi piacevole consuetudine. gAlla sesta giornata, con il pareggio a Perugia, la penalizzazione fu definitivamente scontata. Il “vero campionato” dell’Avellino poté finalmente iniziare. E lo stadio “Partenio”, diventò l’alleato più fedele nella risalita degli irpini. “Un fortino inespugnabile e infernale” a detta dell’allora presidente della Roma Dino Viola. La “Legge del Partenio” iniziò a colpire con regolarità disarmante ogni avversario si presentasse sul campo da gioco dei Lupi con l’illusione di poterne uscire indenne. Piga e Criscimanni abbatterono il Como e diedero i primi due punti alla squadra prima dell’imponderabile. Il 23 novembre del 1980, dopo aver ribadito l’invincibilità casalinga con l’Ascoli, un terremoto di magnitudo 6.9 della scala Richter sconvolse le vite degli abitanti dell’Irpinia. Quasi tremila i mort, molti di più gli sfollati. Un’autentica tragedia che al solo pensiero, cambia la percezione nell’animo umano delle disgrazie sportive. Piccolo diventa il del gioco del pallone di fronte all’ineluttabilità di eventi così castastrofici. L’Avellino fu costretto a trasferirsi al San Paolo di Napoli perché il Partenio si era trasformato in un centro di accoglienza per i numerosi senza tetto. La squadra di Vinìcio, senza il pubblico amico e abbandonata dal destino avverso, perse nelle settimane successive contro Pistoiese e Udinese. Gli irpini, ritornati ultimi in classifica, non persero però la speranza di rimanere vicini alla zona salvezza. La vittoria con il Catanzaro, e i punti d’oro conquistati contro la Juve e a San Siro contro l’Inter si rivelarono autentiche boccate d’ossigeno. Il match vittorioso contro il Bologna segnò poi il ritorno dell’Avellino a casa. Finalmente al “Partenio”, vicino al proprio popolo. Il peggio sembrò ormai alle spalle, anche se la strada verso la permanenza in Serie A appariva ancora irta di pericoli. Un gol di Cattaneo aprì il girone ritorno con una vittoria. Di nuovo contro il Brescia. Di nuovo a spese di una diretta concorrente nella corsa salvezza. Per la prima volta poi la squadra di Vinicio uscì dalla zona retrocessione, lasciandosi tre squadre alle spalle. L’Avellino aveva trovato nel carisma e nel credo tattico di Vinìcio le fondamenta su cui costruire un solido castello di certezze. Lo spumeggiante 4-3-3 permetteva alla squadra di giocare senza alcune timore reverenziale nei confronti degli avversari. Ad immagine e somiglianza del proprio mister. Il pareggio a Catanzaro issò la formazione irpina addirittura al decimo posto in classifica. Posizione tranquilla, se non fosse stato per il calendario. Che riservava un finale da thriller: Juventus e Bologna in trasferta, Inter e Roma in casa.

VINICIO: Uno scudetto chiamato “Salvezza”

Al Comunale di Torino contro la Juventus, una buona prestazione venne vanificata dal gol di Cabrini a nove minuti dal termine. In casa con l’Inter, la “Legge del Partenio” tradì per una volta gli irpini. Ormai tra la zona retrocessione e l’Avellino rimaneva un solo punto. Il pareggio alla penultima giornata con il Bologna di Radice non cambiò la situazione. Per restare in A, la squadra non doveva perdere tra le mura amiche. La salvezza era lì ad un passo. Il Partenio non doveva tradire più i propri figli, Roma permettendo. Infatti la squadra giallorossa era ancora in corsa per il titolo e per giunta con il dente avvelenato, dopo il pareggiImmagineo contestato due settimane prima in casa della capolista Juventus per il discusso gol di Turone (“er go’”), annullato dall’arbitro Bergamo. Dopo soli cinque minuti gli ospiti erano già in vantaggio. Gol di Falcao. L’ “approccio dimesso” dei giallorossi auspicato da Vinìcio, era andato a farsi benedire. L’Avellino rimase sul filo del dramma sportivo fino alla mezzora. Poi, da una punizione conquistata al limite dell’area di rigore giallorossa, il difensore Venturini, un giocatore dai “piedi di gesso” a detta del capitano Di Somma, dipinse l’affresco perfetto del gol salvezza come un novello Michelangelo. La partita non ebbe più sussulti, soprattutto dopo che il gol della Juventus contro la Fiorentina spense le residue speranze di vittoria della Roma. Al fischio finale il “Partenio” esplose in un urlo liberatorio ed incontenibile: l’Avellino finalmente era salvo. ‘O Lione aveva ruggito ancora una volta. Aveva mantenuto la promessa. Il miracolo si era compiuto. Lo “scudetto irpino” chiamato salvezza non era più un sogno, ma una dolce e fantastica realtà.

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